16,00 €
Autore: Vincenzo Gambardella
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: Letteratura & Psicoanalisi, 48
Pagine: 168
Pubblicazione: 2025
ISBN/EAN:9791281996373
Prefazione
Un “giornale di bordo” tra Scilla e Cariddi
Questo florilegio di saggi di Vincenzo Gambardella, dal titolo Dell’Innato Bene, Saggi Genesi Editrice, 2025, è uno specimen avvolgente di uno straordinario percorso emozionale, sorretto da un’interiorizzazione implosiva, che si esterna con acute riflessioni critiche di indubbio valore. La cifra di questo lavoro è nell’alta tensione emotiva, che procede per accumulo, attraverso “le intermittenze del cuore” e una forte connessione empatica con gli autori che sono materia dell’indagine.
La scrittura diventa per l’autore un momento fondativo di purificazione liberatoria; un vortice di immagini si placa, quando l’attesa di un evento inaspettato tende a un Oltre o cerca un altrove come difesa dal perturbante.
Pulsioni di vita e tenerezza elegiaca dipanano questa sospensione di pensieri oltre ogni confine del “principio di realtà”. Il discorso critico si svolge lungo il versante di quattro direttrici: Prendere il largo, Lettura delle Teofanie di Antonio Trucillo, Lettere ai poeti, La scuola della velocità.
Il fil rouge, che trasversalmente attraversa questo percorso noetico, è un racconto dal quale traspaiono tracce mnestiche e una dolcezza irrefrenabile di “pulsione di vita”, a fronte di una riverberante pulsione di morte.
Nel testo si fondono, con una vibrante immedesimazione empatica, l’io dell’autore e il sortilegio dell’alterità, in una magica tensione autobiografica, che culmina in un approdo felice e rassicurante, che è quello della Speranza e dell’attesa. Meglio di tutti, Emily Dickinson nei suoi alati versi scrive: «Non esiste un vascello come un libro / per portarci in terre lontane / né corsieri come una pagina / di poesia che s’impenna. // Questa traversata la può fare anche un povero, / tanto è frugale il carro dell’anima». L’autoritratto dell’io viene visto attraverso la lente rifrangente della fuga da Sé, con snodi intricanti e varchi impossibili, che veicolano una lettura suggestiva della condizione umana.
Vincenzo Gambardella, con la levità della sua magica scrittura, ci dà la chiave giusta per aprire il varco e disvelare l’ignoto delle corrispondenze bi-univoche di realtà/finzione, vita/non vita.
Su questo discrimine, egli cerca di dare delle improbabili risposte ai testi presi in esame, sulla specularità dell’Altro, sulla sfida della Morte e sul nonsense della Vita.
Il magma dell’inconscio ha la sua agnizione, si correla al rimosso e all’epifania del “principio di piacere” della scrittura. La cognizione del Tempo si perde nell’indistinto e la categoria spazio-tempo vive una dimensione sovrastorica e acronica.
È la visionarietà creativa di un malinconico sognatore, sempre, però vigile e attento alla res extensa con incursioni profonde sul beffardo destino umano.
È nella tecnica umoristica del pensiero pirandelliano il segreto della scrittura di Vincenzo Gambardella e nell’ermeneutica psicoanalitica di Matte Blanco del Pensare, sentire, essere, sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo (1988).
L’autore scrive: «Sono per una critica acrobatica, io, in perenne slancio d’inventiva in perenne eccesso»: folgorato dal «Dolore che viene dai cuori e dalle cose», «dal dolore che divide e a cui ci si abbandona», dal «delirio del vuoto», sentendosi «orfano del mondo». In questo vuoto abissale, «tutto grida dall’interno verso l’esterno, cerca di vincere il buio». (Prendere il largo). Disappartenenza e recita a soggetto accompagnano la visionarietà eidetica di questa “prosa d’arte” per una contigua affinità elettiva con autori di alto valore ermeneutico: Yusuf Atilgan, Gabriele Galloni, Vincenzo Pezzella, Mariasole Ariot, Davide Brullo, Leonardo Guzzo, Luca Doninelli, Davide Morganti.
Un contributo notevole è dato dall’interpretazione dell’“intenso lavoro espressivo di Antonio Trucillo” alla raccolta poetica Teofanie, 1990, «comprendendo l’intima profondità che le abita, la loro controversia, a volte tutta tracciata, incarnata in una strofa. Superata la pagina, superata la metrica, superato l’assolo della parola che si fa mondo, si traduce in prossimità unica, in quanto seme che emerge alla luce, sorge da un seppellimento d’anima».
Antonio Trucillo conferma un’essenzialità poetica dal forte sentire e la visionarietà trasfigura i suoi versi alati, in un fantasmatico scenario onirico.
Il trasalimento, che ne consegue, è uno scavo all’interno della coscienza “captiva”, un debordare i confini del reale, tutto giocato sugli effetti travolgenti della pulsione scopica. Gambardella fa di questo valoroso poeta un’esegesi acuta e puntuale, rilevando nella sua poesia la fascinazione espressiva della parola e del suo dettato poetico, che avvolge e dipana eventi simbolici o reali.
Trucillo, con la sua frenesia orfica, dal forte potere di seduzione, ci dona un piacere preliminare che solamente i veri poeti ci sanno offrire. Egli avalla quanto lo stesso Freud scrive: «I poeti sono alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta» (1906). Sa cogliere, in modo sapiente, il percorso del “pensiero emozionale”, nel decifrare con la levigatezza del suo verso “la pulsione di vita” che indulge a una melanconica vena crepuscolare. Il côté del suo straniamento ci disvela un’autoanalisi di insolito candore e un’aura delicatamente incantata che è tra i grovigli del suo dettato poetico, sempre alla ricerca della luce o di uno snodo o di un varco: «Ora mi resta solo il pigro / movimento dell’ornato. // Oh ma quanta vita e quanto cuore / nella piccola ferita / del bambino».
In Lettere ai poeti su Roberto Rossi Precerutti, Daniele Gorret, Massimiliano Mandorlo, Antonio Trucillo, Domenico Adriano, Vito M. Bonito, Paolo Valesio, Silvio Perrella, Anna Ruotolo, questo epistolario, i cui destinatari sono poeti di vaglia, con lacerti significativi dei loro versi, l’“io smette di appartenersi” e i temi esistenziali sono correlati al “vedersi vivere” pirandelliano. Il peso specifico della parola deborda in un travolgente sentire di un racconto surreale e di un amaro disincanto, depositando nel fondo della psiche una varietà di articolazioni poetiche, che tendono a una visione dostoevskiana dell’identità. La contigua affinità elettiva delle emozioni, tra pulsioni represse e finzione letteraria, trova, nel metodo delle libere associazioni del lavoro analitico, un ideale riscontro, nel fantasma creativo dell’Oltre, del doppio e dell’altrove: «Ovvia reazione, la mia, poi rifletto: il volume si trovava su un piano inclinato, oppure l’episodio non è casuale, dice che la poesia si concepisce in quanto precipizio di parole, verticalità del paesaggio».
Nella sua radialità illuminante, Vincenzo Gambardella, con una sapiente trasversalità, sa far interagire racconto, poesia e autobiografia, coinvolgendo chi legge, in una lettura interessante e piacevole.
Carlo Di Lieto
| Dimensioni | 150 × 210 × 12,2 cm |
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| Autore | |
| Anno Edizione | |
| Mese Edizione | Giugno |
| Collana |
40,00 €
13,00 €
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