Il tema predominante nella pur ricca e differenziata produzione letteraria di Elisabetta Giudici è decisamente rappresentato dall’amore come espe­rienza assoluta dell’essere umano. L’amore è, per Elisabetta Giudici, la pienezza dell’esistenza e, quindi, finisce per divenire incommensurabile: presente e passato si uniscono insieme; similmente, si confondono fra loro realtà e immaginazione; addirittura, entro certi limiti, sfocano i rispettivi confini il bene e il male. Tutto comprende l’amore: nulla resta escluso.

Con grandi doti di organizzazione del racconto, Elisabetta Giudici nelle due parti del libro -la prima dedicata all’Anonimo Amato e la seconda alla madre Elda e alla cagnolona Chloé oltre alla nonna e alla zia- ricostruisce una densa e profonda storia di vita in cui il dono dell’amore risiede nella capacità di saperlo cercare dentro di sé, con fede e con ragione, e di saperlo proiettare nella realtà sull’Amato. La protagonista Astrid -che potrebbe anche essere intesa come l’ortonimo della Scrittrice- narra la sua vita per rapide successioni di momenti significativi e di aspetti topici e simbolici, come la festività del Natale, la villa in collina della zia Ceci, le lezioni di vita della nonna ormai sdentata, ma con un sorriso amorevole. La narrazione trova la piega principale nella cornice di Venezia, ove Elisabetta Giudici estroflette come un guanto il capolavoro Morte a Venezia di Thomas Mann, per fare un libro che potrebbe avere come sottotitolo Amore a Venezia.

Sandro Gros-Pietro

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Aprile

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