PREFAZIONE

Cosa si nasconde dietro questo titolo così ambiguamente balneare di Racconti dal Lido? Cosa sono questi otto racconti che Gabriella ci propone oggi, dopo una lunga stagionatura maturata per anni nell’ombra di un cassetto? Un diario di esplorazione del mondo del cinema in uno dei suoi più noti e autorevoli santuari celebrativi ma solo in apparenza, ché si rivela essere poi un diario intimo, un’imprevista riflessione esistenziale. E questo pur sempre attraverso il cinema e tutto quello che gravita attorno, che lo circonda e lo anima. Diario come oggettivazione del “sé”. Uscita dal solipsismo, uscita apparente ma in realtà “apparentemente apparente” perché conduce, attraverso appunto l’oggettivazione del sé, ad uno sguardo su sé stessa da un punto di vista esterno, dal di fuori. Diario di una maturazione, di una crescita. Quasi un romanzo di formazione. Di autoformazione perché formazione del­l’autore stesso. Ma al contempo un viaggio di evasione nel mondo dell’illusione che conduce ad un’inattesa presa di coscienza della realtà e della sua verità: da una sorta di entusiasmo adolescenziale si perviene gradualmente ad uno sguardo più critico, ad una più consapevole maturazione.
Due ruoli e una persona: la cinefila, l’insegnante, la don­na (la veste di poetessa/scrittrice è qualcosa che ingloba gli altri ruoli e, inglobandoli, li trascende al tempo stesso).
Tre figure che si passano con estrema fluidità il testimone, che si scambiano le parti con naturalezza e sincerità perché figure solo apparentemente esteriori di una stessa persona ma in realtà ben radicate nel suo sé più profondo.

Una successione en abîme. Un triplo selfie. Un selfie verbale. Il festival di Venezia è il luogo di questa autorappresentazione. Il festival come tempio del cinema, il cinema come illusione di vita e celebrazione di questa illusione, cioè conferma dell’illusione come verità di vita, ovvero come illusione dell’illusione. Poi la vita fa irruzione, sempre un po’ per la porta di servizio, quando meno ce se l’aspetta, e allora emerge la donna in quanto tale, non più interprete di un ruolo mondano se non quello di se stessa. Allora, quella che poteva apparire come una piccola cronaca mondana, si eleva a livello di metafora e viene a toccare allusivamente uno dei temi fondanti e sempre ricorrenti dell’esistenza: il mito. E lo rivela, in modo appena velato, nella sua illusoria (in)consistenza.
Il mito: menzogna che dice la verità, ovvero – viviamo nell’illusione perché in essa cerchiamo l’assicurazione, la ricerca del riconoscimento dell’altro, soprattutto quando l’altro è persona già (ri)conosciuta e, questo, a conferma dell’autoriconoscimento attraverso lo specchio, dello sguardo amoroso verso se stessi. Ecco allora il piccolo vezzo teneramente civettuolo di Gabriella nel sottolineare in modo ricorrente la cura e la ricercatezza del proprio abbigliamento e del proprio aspetto esteriore. Ed è proprio attraverso questa ingenua, adolescenziale (ma nemmeno poi tanto) tendenza a mitizzarsi, a scrivere nel proprio diario quello che vorremmo gli altri autorevoli pensassero e dicessero di noi. Penso che qui si tocchi veramente uno degli aspetti più specifci e fondanti della nostra umanità: questa nostra comune tendenza, soprattutto a livello di memoria, alla trasformazione della realtà oggettiva in una sua versione ideale e mitizzata e, questo, attenzione, sia nel bene che nel male, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi.
Il mito, appunto, che in questi racconti si ripresenta puntuale – in tutti gli incontri con le star, con le celebrità che l’autrice avvicina e con cui si intrattiene – e che tutto avvolge come l’ombra sempre più lunga di una luce morente.

Ed è proprio quando l’episodio narrato si fa più frivolo ma solo in apparenza – l’incontro dell’autrice davanti allo specchio (e allo specchio!) nelle toilettes del­l’Hôtel Excelsior con una giovane “stellina” di belle speranze in cerca di scritture – che si entra più nel profondo.
Tutti i precedenti episodi sono basati su un gioco di specchi, su di un rispecchiamento che la protagonista autrice cerca di mettere in atto con i celebri personaggi che di volta in volta incontra, e vi riesce. Quest’ultimo incontro è però il più rivelatore, perché appunto la stellina è una figura fantasmatica, l’immagine virtuale di Gabriella agli inizi della sua carriera, la personificazione del suo desiderio di diventare attrice. Un incontro che met­te in atto il capovolgimento: un’apparente regressio­ne che porta invece alla maturazione. La stellina come doppelgängerin di Gabriella, non è altro che la sua coscienza critica che si attiva, la personificazione dello sguar­do dal di fuori su se stessa, lo sguardo rifesso dallo specchio. Preferisco usare questo termine “doppelgängerin”, piuttosto che l’italiano “sosia” o il latino “alter ego”, perché ha una connotazione più mistico-cabalisti­ca e fantasmatica. Motivazione più che… motivata. “In un flash della mente si configurò nitidamente il volto angelico della ragazza del mio albergo e con stupore realizzai dove l’avevo vista anni addietro.” – è la frase che conclude il racconto, il bellissimo finale, che vale da solo il libro. Un finale sospeso, interrotto, come un risveglio brusco e dolce al contempo – preannunciato dall’incubo notturno dell’autrice con i cani che azzannano e fanno tutto a pezzi, chiara metafora della legge della realtà che distrugge ogni illusione – che paradossalmen­te però assume un valore conclusivo, di verità. La risposta ad una domanda implicita che si è riproposta in mo­do sotterraneo nel corso dei diari precedenti. Cosa c’è di più misterioso, enigmatico e, nello stesso tempo, chiaro e trasparente se non la vita stessa?

Questa è ugualmente la domanda che ci poniamo noi – e la risposta che forse ci diamo – alla fine di questa raccolta di impressioni festivaliere veneziane.
Un finale da giallo, di uno di quei gialli dove la soluzione non è svelata ma lasciata in sospeso, aperta alla libera interpretazione del lettore stesso, lettore che si romperà la testa nelle riflessioni più intricate e astruse per accorgersi poi che la soluzione era lì a portata di mano, bastava non cercare di capire ma aprirsi all’ascolto, non riempiendoci la testa dei nostri stessi pensieri, ma facendo il vuoto, il vuoto dentro di noi. Come l’ha fatto, scrivendoli, l’autrice di questi racconti, di questi ricordi, di queste riflessioni.

Mario Brenta

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