Prefazione

Il libro si compone di tre parti ben distinte fra loro. La prima si chiama Distinguere il cielo dalla terra, e consiste nella raccolta di quarantasei poesie, la seconda in una serie di quadri dell’Autrice e la terza parte, invece, si intitola XI Comandamento: Perdona e raccoglie venticinque racconti, di lunghezza variabile, ma sostanzialmente tutti tendenti alla brevità e all’incisività dell’esposizione. Si può, di conseguenza, parlare a giusto titolo di un “prosimetro”, poiché è un’unica opera in sé organica e armonica, che riunisce in una stessa struttura compositiva il linguaggio della Poesia con quello della prosa. Il genere risale fino agli albori della nostra letteratura – al riguardo, si suole citare Dante – per arrivare poi fino ad alcuni autori del secolo scorso, tra i quali è d’abitudine citare per lo meno Dino Campana. Con ciò non si intende collocare il libro di Maria D’Ambra all’interno di un codice letterario canonico, per il semplice motivo che la nostra Poetessa solo formalmente si ispira all’antica tradizione del prosimentro, mentre nello sviluppo strutturale dei temi – sia quelli di Poesia sia quelli svolti in prosa – si allontana totalmente dai modelli della tradizione e realizza una proposta che appare totalmente nuova. In verità, va detto che l’orientamento dell’opera è sostanzialmente diretto a due temi fondamentali della cultura occidentale cristiana, cioè il rapporto di interrelazione tra il Cielo e la Terra, e come secondo tema la questione regina del cristianesimo, cioè il perdono da rivolgere verso tutti gli esseri umani sinceramente pentiti del male da loro eventualmente compiuto. Si tratta di due temi che sono tetragoni e fondanti in tutta la cultura dell’Occidente europeo ispirata al Cristianesimo, nelle sue diverse forme sia cattoliche sia protestanti, ma comunque derivanti dai libri sacri della Bibbia e del Vangelo.

La composizione del dettato poetico di Maria D’Ambra è sperimentale fino al punto di apparire dirompente, per la densità e l’imprevedibilità degli agganci discorsivi cui conduce lo sviluppo espositivo. Le parti del discorso sono collegate fra loro sia da nessi logici del ragionamento sia da elementi lessicali in ecolalia di rime o di assonanze sia da improvvisi traslati di significati solo parzialmente inerenti con i preamboli, ma comunque ingaggiati dalla fantasia affabulatoria della Poetessa, che non conosce confini canonici a cui attenersi. La parola trascina il pensiero, così come succede il viceversa, motivo per cui il plot della vicenda raggiunge sbocchi di significato che non sono mai casuali, ma che appaiono sempre imprevedibili e talvolta restano enigmatici. Il senso del mistero, del discorso criptato, del codice segreto delle cose aleggia su tutte le poesie, che contengono presenze di creature celesti, come l’Arcangelo Gabriele, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo e ovviamente Maria, l’intera sacra famiglia appare epifanicamente nei versi, quasi ex abrupto, come in una visione onirica. Il dettato dei versi presenta molte caratteristiche con la soglia del sogno e, quindi, con le dimensioni tipiche dei movimenti surrealisti. Tuttavia, ci sono anche espressioni astratte e altre forzature di contrasto espressionistico. Ne deriva che il mon­do della scrittura di Maria D’Ambra presenta dei quadri scritturali che sono espositivi e rappresentativi delle tecniche di pittura moderna e contemporanea basata sull’astrattismo, sulla deformazione delle immagini, sull’indagine dei nessi e delle sinapsi psicologiche che funzionano per automatismi immediati, senza seguire le catene di consequenzialità della ragione. Sovente, sembra quasi che Maria D’Ambra voglia riprendere la cosiddetta “scrittura automatica”, che interessò molto sia Freud sia Jung e che fu al centro della raccolta Vision realizzata dal poeta William Butler Yeats e da numerosi altri suoi seguaci.

Anche nella parte in prosa, il sigillo della scrittura di Maria D’Ambra resta sostanzialmente simile a quello in poesia, anche se ovviamente in prosa predomina l’a­spetto denotativo e descrittivo del discorso, rispetto a quello interpretativo e metaforico più tipico della Poesia. Comunque, va sottolineato che non vi è mai nulla di gratuito né di totalmente edonistico o decorativo nel discorso della Poetessa, ma al contrario trionfa sempre un succo definitivo di verità o comunque di ricerca della soluzione, in ogni scritto, siano essi di Poesia ovvero siano in prosa. Si possono fare infinite citazioni al riguardo. Per esempio, in L’unica svista si conclude che il solo errore è stata la creazione dell’uomo. In Temo emerge che la prigione della paura sta nella restrizione dei divieti e dei catechismi familiari. In Sbilenca bora emerge un vento che tira da ogni parte. In Fa lo stesso trionfa un sentimento di equivalenza dei destini, delle virtù, delle dannazioni e delle santità. In più poesie si tratta il tema dei percorsi di ricerca e di anabasi che la vita deve contenere, come in L’angelo disabile e Da Do al Si. Ma esistono anche delle soluzioni poetiche che richiamano il calembour, come avviene in E ci sarà l’America. Altrove, esistono delle chiare invocazioni all’intervento di Dio, come leggiamo in Se tu sei Dio e ancora in Confido in te.

Nei racconti funziona lo stesso criterio di condensazione di un messaggio etico o comunque di una precisa indicazione di orientamento, come avviene in Il richiamo della foresta, in cui la Scrittrice sottolinea la cornucopia di frottole e promesse di amore coniugale che si scambiano gli sposi all’atto degli sponsali. Invece, in Lettera a Lucilio e Seneca il messaggio sta nella raccomandazione a perseguire la pazienza e la sopportazione. Il gran ballo diviene una dichiarazione di cosa sia la Poesia. Ma esistono anche racconti di prorompente e luminosa fantasia, come 1492, che è un viaggio a fianco del navigatore per antonomasia, alla ricerca del Mondo Nuovo; così dicasi di tanti altri brevi o più lunghi racconti di sfavillante fantasia come La cosa buffa, La balia Speranza, Un funerale tutto mio, e citiamo ancora tra gli oltre mille casi che potrebbero essere indicati il riuscitissimo Vi ho fregati, dove una ciabatta scolorita e consunta agogna a essere promossa a scarpa da gran sera, con le evidenti valenze metaforiche che assumono le due categorie di calzatura. Colpo grosso è una sorridente ironia dell’iper-intellettualismo che appesantisce certa letteratura moderna di impostazione saccente. Il libro finisce con una piccola coda di veleno, in realtà rivolto alla stessa Scrittrice, nel racconto finale Ironia Ironia, nel quale Maria D’Ambra s’industria ironicamente a sedare l’impazienza del Lettore di leggere il libro prima ancora che sia stampato.

La bellezza propulsiva della scrittura di Maria D’Ambra sta nell’accumulo di situazioni, invenzioni, parodie, elevazioni verso il Cielo e cadute negli Inferi con cui trascina il Lettore nella grande avventura letteraria, come se fosse – e probabilmente lo è davvero – una storia infinita.

Sandro Gros-Pietro

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