La poesia di Luigi De Rosa e la Liguria

Alla poesia di Luigi De Rosa auguro che nel tempo continuino le discussioni avvenute a casa mia fra cinque o sei amici – tutti allievi delle Muse, come si diceva un tempo – che avevano visto su un tavolo una sua raccolta di poesie fresche di stampa in seconda edizione, Il volto di lei durante. Secondo la grammatica come si doveva leggere quel titolo? Si trattava di un volto duraturo? O a durare era tutta “lei”? Oppure voleva dire: quel volto che splende, ahimè, per tutto il tempo dell’amore, prima che “si stacchi la spina”? Oppure ancora, in un gioco di aggettivi e di avverbi, si trattava di un’allusione assolutamente maliziosa, affidata a una delle forzature o violenze o troncamenti espressivi cui è giunta tanta poesia, prose e titoli degli ultimi decenni come Un paese senza di Arbasino… Non so se quella sera si sia giunti a qualche conclusione, né saprei dire quale preferisse 1’autore, né se ce lo spieghi in un’edizione recente, del 2005, della sua raccolta del ’90. Non è una curiosità di superficie, perché quel bellissimo titolo ha la moderna grazia dell’ambiguo e dello sfumato. Nel frattempo l’autore ha scritto molto, in poesia e in prosa, ha avuto importanti riconoscimenti, e ora dà alle stampe le quarantasei poesie di Approdo in Liguria. Questa nuova raccolta non darà luogo a discussioni, sarà gradita, più che accettabile per tutti, piana, colorita, ma con l’intelligenza che vorrei dire montaliana di non limitarsi all’idillio, alle suggestioni iniziali di uno sfondo di natura già di per sé tutt’altro che banale, ma di inserire nei versi un pensiero, una riflessione critica che sovente costituisce il baricentro del dettato. È evidente in certe chiuse gnomiche, ad esempio, clausole epigrammatiche come “ogni ferita si rimargina / se i vivi e i morti si acquietano”, o “sono approdato al punto di partenza / diventato il mio punto d’arrivo”, o come, a televisore appena spento sullo tsunami e su tutti i guai del mondo,

“Scrivo versi. Ma il cuore esita,
per pudore,
ad abbandonarsi al plenilunio”

o ancora, sullo stesso schema: “Lasciatemi restare ad ascoltare / il variopinto silenzio”. O come ancora i tre momenti di L’aratro del tempo (è il caso di ricordare ancora la montaliana Riviere?): sono “gli altri” che ti fanno sentire più anziano, tu senti di poter “fiorire e fruttificare” mentre una pioggia ostile ti relega nella foschia:

“È per poco, però. Perché tu aspetti,
con istinto tenace,
che anche da te, quaggiù,
torni a filtrare
l’ardore del sole.”

Questa nuova raccolta di Luigi De Rosa è intessuta di tempo in ogni sua fibra (lo si può dire di tanti poeti ma non di tutti) presa com’è tra i poli dell’”autunno” e della “ribellione”, della delusione cosmico-esistenziale e della speranza, sui quali plana, visibile o invisibile, come nel libro precedente – Il volto di lei durante – la stella polare dell’amore, amore vissuto, ricordato, esteso, universalizzato, motore ineliminabile della poesia, energia primigenia o primaria come quella del sole. Una piccola prefazione che si rispetti non dev’essere un inno critico, un’agiografia. Ma se dovessi scegliere da questa raccolta solo due poesie assolutamente “tutte belle” o, per meglio dire, con aggettivi critici più moderni, particolarmente significative o vitali, la mia preferenza andrebbe a Rosa bianca nel sole di febbraio e a Se sapessi suonare e cantare. Sono ambedue (come dire?) immerse in se stesse, essenziali, prive di spiegazioni più o meno “didattiche”, di limitazioni al contributo — ce lo ricorda Valéry – con cui l’intelligenza del cuore del lettore pretende di interagire. Questa raccolta, con cui la poesia di De Rosa “approda” in Liguria, ha un valore particolare. Anzi, non è una “raccolta”, sia pure breve, ma è “un libro”, distinzione che tanto piaceva a Vittorio Sereni quando un certo discorso in versi non perdeva mai il suo punto di riferimento, la sua “chiave”. E noi siamo grati a Luigi De Rosa per questo messaggio poetico di vitalità, di umanità e di fantasia. Ci invita a un viaggio delizioso che ancora una volta ci porta, con timbro suo personale, in atmosfere liguri punteggiate da nomi ormai favolosi in poesia, Genova, Monterosso, Rapallo…

Maria Luisa Spaziani

 

Il ritorno di Luigi De Rosa in Liguria: un ritorno alla giovinezza e alla poesia

Il ritorno nella regione della fanciullezza e della giovinezza, cioè la Liguria, anche se stavolta sulla Riviera opposta, quella di Levante e cioè sulle colline di Rapallo, in un rifugio poetico che ha i caratteri del giardino petrarchesco — umbratile, fresco, odoroso, selvoso e indefinitamente fiorito, invaso da sensuali essenze d’erbe, fiori e piante, che hanno qualcosa di pascoliano e dannunziano al tempo stesso — serve a Luigi De Rosa non solo a darci testimonianza di un preciso passaggio della sua vita reale, ma anche a rappresentare per metafora il ritorno alla poesia, cioè la resurrezione delle atmosfere magiche e degli incantamenti colmi di attesa che gli avevano invaso l’animo quando, poco più che giovinetto, si diplomò al celebre liceo Chiabrera di Savona e iniziò gli studi universitari a Genova. Approdo in Liguria ha, dunque, questa doppia valenza: è, sì, ritorno alla terra, ma è anche ritorno alla poesia. Il movimento è circolare e perfetto: rappresenta un cerchio che si chiude, ma è anche un ciclo di resurrezione che si rinnova. Del resto, ognuno di noi bene sa che quella ligustica è una tradizione di grande poesia, punteggiata di nomi favolosi, (sottolinea Maria Luisa Spaziani, con dimestichezza ironica nei confronti del mito ligure). E tal mito Luigi De Rosa fa rivivere prima di tutto nello splendore della natura, che colma queste pagine con abbagli di luce e di colori. Per altro verso, si tratta di una natura anche aspra, severa, contorta, fustigata dal vento, perché rappresenta la lotta per la vita, cioè la battaglia per lo spazio vitale nell’angusto terreno a dirupo sul mare. A questa battaglia fa seguito e contrasto la festa ridente e gioiosa della natura quando l’approdo è stato finalmente raggiunto. La natura di De Rosa è una fervente officina, infatti, che ricorda sia il gelsomino notturno sia la pioggia nel pineto: c’è un ronzare operoso di pecchie e di calabroni, c’è un ondeggiare maestoso di pini che non s’avvedono dell’insinuazione del seducente glicine capace di stritolarli; c’è un rigoglio di rose di tutti i colori e di tutte le forme, che sviluppano nei versi una sensualità simbolica alludente al mondo femminino; ma più di tutto c’è l’immensità del mare che incombe ovunque e che sovrasta e livella ogni cosa con la piattezza immensa dei suoi incalcolabili orizzonti. Vi è autentica gioia nella poesia di Luigi De Rosa: gioia per la lotta di vivere e gioia che esplode per le conquiste ottenute. Questo approdo è, dunque, una conquista della vita, e si fonde in uno con la gioia naturale dei pini, delle rose, dei calabroni. Nel contempo, questo approdo è anche evocazione e ricordo di tutto il cammino compiuto, dalla fanciullezza trascorsa a Loano all’incipiente terza età che s’incammina sulle terrazze di Rapallo: è genesi e regesto, è origine e compendio, è atto iniziatico e bilancio conclusivo, in un continuo rinnovarsi, condeterminarsi, fondersi e risorgere delle due valenze, nel cerchio perfetto della ciclicità della vita umana, simbolo specchiato della ciclicità della natura. Un percorso d’amore rappresenta il filo rosso che congiunge le diverse stazioni nella vita di De Rosa, fino a raggiungere questo approdo. Come epitaffio sulla pietra tombale, in luogo dei manierosi versi epicediali o di altre lamentazioni lacrimose, il Nostro vorrebbe fosse deposto un solo oggetto concreto e simbolico, una conchiglia, che ce la dice lunga circa la grazia e la pienezza simbolica delle allusioni cortesi cui De Rosa ci ha abituato negli anni. Non deve sorprendere, comunque, che in tanto coro d’entusiasmo per la vita, la morte sia un pensiero perennemente presente e cogente, capace di incidere sulla realtà. È questo un portato della formazione classica della profonda cultura di De Rosa, in quanto proprio nei classici l’amore della vita urge come contrasto e come emanazione promossa dall’incombenza endemica della morte. Ne deriva che questa poesia di De Rosa, così intonata all’attualità quotidiana, allettante per i modi rapidi di una comunicativa immediata, smagata e ammiccante alla poetica dei particolari, denunci invece la sua reale scaturigine di canto intonato alla tradizione dell’alta poesia dei classici e di discorso fondo e profondo condotto sui confini più inquietanti del mistero della vita e del cosmo.

Sandro Gros-Pietro

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