25,00 €
Autore: Davide Riccio
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: Novazioni, 100
Pagine: 472
Pubblicazione: 2025
ISBN/EAN: 9791281996342
Prefazione
Questo libro è un viaggio musicale tra le città o le regioni del mondo che hanno dato vita e il proprio nome a una scena, a un genere o sottogenere, a uno stile, a un suono, a una scuola, a un movimento, a un’epoca, a una cultura o sottocultura, a un’industria. Non è però un bignamino o una Lonely Planet delle città più ricercate dal turismo musicale, che ha deciso e confermato nel tempo Londra come la mecca degli amanti della musica, quindi a seguire Berlino e New York City. Nella top ten delle altre città preferite in questo senso seguono Chicago, Parigi, Los Angeles, Glasgow, San Diego, Manchester e Montreal, così come riferito da una classifica stilata dal portale di Bounce, oppure quelle emergenti di Tbilisi, Tallin, Bangkok, Beirut o Chengdu. Del resto, ogni metropoli riserva una propria scena musicale fatta di artisti, club, locali per la musica dal vivo, concerti, festival, case discografiche e altro.
Non si tratterà qui nemmeno di quei generi musicali nati e affermatisi in questa o quella città, se non di necessario passaggio per la ricostruzione di un contesto più ampio, a meno che non si riferiscano fin dal nome alla propria città o regione o altro riferimento territoriale di provenienza. Salvo però alcune eccezioni: il tango, a esempio, non contiene nel proprio nome alcunché che si riferisca a Buenos Aires, ma in alcuni casi – come questo – il genere musicale è talmente legato alla sua città di origine da costituire un binomio universalmente riconosciuto: dire “tango” è come dire “Buenos Aires” o il viceversa.
C’è sicuramente un legame profondo tra musica, storia e territorio. Determinata musica non poteva nascere che in certi precisi tempi e luoghi. Chiaro intuitivamente, anche senza molte disamine, che il Merseybeat è nato e si è sviluppato a Liverpool, quindi sulle rive del fiume Mersey, e così il Dunedin Sound a Dunedin, Nuova Zelanda.
Forse l’era digitale, la globalizzazione e la crisi dell’industria musicale stanno estinguendo questa peculiarità, proiettando vieppiù gli artisti nel non-lieu più o meno solipsistico del mondo digitale e di internet, con relativo impoverimento non pure culturale, ma anche dell’azione influente che la musica può avere su un’intera società o una sua parte. Anche il giornalismo musicale è cambiato, oggi sempre meno influente nella definizione di nuovi generi e nella individuazione di nuove scene, poiché sempre più superficiale iniziativa personale e scollegata dal contesto, purtroppo spesso anche di dilettanti, su siti e blog raramente prestigiosi e incisivi come un tempo lo erano le molte riviste musicali di riferimento professionalmente prodotte, vendute e periodicamente (e religiosamente) comprate, seguite e collezionate. Per quel tipo di giornalismo, che contava, era importante scovare le novità delle diverse scene, raccontarle, delinearle e anche nominarle, parteciparvi, aiutandone la rivelazione o il riconoscimento e lo sviluppo, includendosi dunque nella loro storia.
Si fa sempre più musica da soli, grazie ai nuovi e accessibili mezzi informatici, la si divulga da sé stessi nel mare magno del World Wide Web e tutto sembra ora senza radici o legami territoriali e senza confini geografici e culturali, senza più vere novità o, per lo meno, non più così incisive come nel passato. Ciò spinge gli artisti, per creare e divulgare i propri lavori, ad attingere ingredienti da ogni musica del mondo o da passate epoche, questo peraltro generando la straniante disgiunzione temporale, storica e ontologica della “hauntology” di Jacques Derrida che sta caratterizzando la postmodernità con il riciclaggio persistente della retro-estetica e i cui paradossi sono stati rilevati da critici quali Mark Fisher e Simon Reynolds fino alla definizione di una “nostalgia del futuro perduto”. E con la parola “hauntology” Reynolds ha definito anche un genere musicale nato in Gran Bretagna negli anni duemila, il quale ha come caratteristica la rievocazione del passato che “infesta il presente” attraverso l’uso di vecchie fonti sonore musicali.
Pressoché ciascun artista o gruppo oggi pretende per sé qualcosa che si preferisce non etichettare e categorizzare con il nome di un genere preciso, come se l’etichetta o l’appartenenza a una scena limitasse, sminuisse o perfino offendesse il valore del proprio lavoro e la sua originalità, quando non l’aspirazione all’unicità e singolarità. Molti avversano ed evitano le cosiddette etichette di genere, benché l’esistenza dei generi sia assolutamente utile, come lo sono le coordinate – in questo caso spaziotemporali – quando si voglia andare da qualche parte con consapevolezza. Tutt’al più si ricorre e si tollerano termini ormai generici come alt (alternative) o indie (indipendent), cioè tutto e niente. Oppure, per contro, c’è chi si differenzia e si appiccica l’invenzione di un microgenere e un relativo neologismo esclusivo, complicando non poco la ricerca e la scrittura di un libro come questo.
Il viaggio dovrebbe cominciare idealmente dal Regno Unito e dagli Stati Uniti d’America, le nazioni che hanno creato nel ’900 la più ampia varietà di stili musicali capaci di influenzare enormemente la popular music di tutto il mondo. E, magari, per via dei Beatles, da Liverpool. Però questo inizio di percorso non metterebbe d’accordo coloro che invece partirebbero da Memphis e dal re del rock’n’roll Elvis Presley, o dalla Tin Pan Alley di New York, o dal blues del Delta, o da Vienna, Mozart e Beethoven e la Prima Scuola Viennese. E avanti, secondo un più o meno arbitrario ordine di importanza dei protagonisti e delle influenze generate.
Oppure potrebbe seguire un itinerario geografico più o meno lineare e per confini che parta giustificatamente dalla nostra Italia (perché è in Italia che il libro è stato scritto) e proceda via via per l’Europa e per il mondo. Però anche questo metterebbe nuovamente in disaccordo chi volesse partire idealmente dalla propria città, poiché allora io dovrei partire dalla mia Torino, facendo scontento chi invece partirebbe dalla sua Bologna o dalla sua Roma o dalla sua Messina.
Infine, escluderei del tutto un ordine cronologico, perché questa non è una storia della musica e renderebbe impossibile collocare correttamente in sequenza temporale quelle città in cui sono nati più generi e movimenti, magari nel corso di un intero secolo.
Allora, per non fare torto e scontentare nessuno e nessuna (perdonate se non uso l’orrenda schwa), ho infine deciso di mettere i capitoli in progressione alfabetica, partendo da Amburgo, che comunque – en passant – coi Beatles ha avuto anche a che fare, e finendo con Vienna. E ognuno si costruisca e segua il percorso che più gli aggrada.
l’autore
| Dimensioni | 150 × 210 cm |
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| Anno Edizione | |
| Mese Edizione | Giugno |
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