15,00 €
Autore: Dante Maffia
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: I Gherigli, 204
Pagine: 136
Pubblicazione: 2024
ISBN/EAN: 9788874149988
PREFAZIONE
Mentre pare addentrarsi nel sempre solito e sempre nuovo
“sentiero delle vertigini
privo di annotazioni,
di indicazioni,
di avvisi”
la parola febbrile e occhiuta del poeta Maffia procede ancor più spoglia, atletica, curiosa. Proprio perché ora le “indicazioni”, gli “avvisi” sono più rari per riconoscere la vita nella vita, diviene urgente un passo nuovo nella perpetua autobiografia del poeta. Quell’autobiografia, sia chiaro, che ai più stolti potrebbe apparire, come pure nel caso di d’Annunzio, banale egocentrismo e invece è offerta, offerta tragica di sé alla interrogazione sul destino.
I poeti sono coloro che dedicano la vita intera a quel che per tutti gli altri è un pensiero momentaneo, un breve attimo di non-distrazione in mezzo alle distrazioni del vivere che vivere non è, ma fare, brigare, inseguire, affannarsi. Tutti dedicano cinque minuti ogni tanto a tali pensieri, oppure solo dinanzi a certe perlopiù tragiche evenienze, il poeta invece ci dedica tutta la vita. Ecco perché i poeti paiono tutti un po’ egocentrici, semplicemente perché richiamano alla esistenza di quel che invece tutti tendono – forzatamente o pigramente – a dimenticare: l’io, la sua reale consistenza, la sua misteriosa inafferrabile e necessaria essenza in relazione coagente con il mondo.
Non smetto di ripetere come un mendicante l’evidenza culturale che molti non vogliono vedere. Fu il nostro maggiore poeta della modernità (e perciò antimodernità), Giacomo Leopardi, a inchiodare quella presunta modernità supponente e ridicola con il suo grido alla luna “E io che sono?” Le risposte sbagliate, avvelenate, parziali a quella domanda costituiscono il catalogo degli errori e degli orrori che abbiamo e stiamo vivendo. Orrori manifesti e occulti.
E quindi Maffia ancora con questo agile, ricco e polimorfo libretto, torna a parlare di “io” – attraverso l’inevitabile maschera del “sé stesso”, a cui sovrappone altre maschere, si conferma poeta modernissimo e antimodernissimo. Se da un lato i versi di Maffia sono dotati degli acquisti delle poetiche d’avanguardia moderna (da lampi surrealisti a testacoda ermetici) dall’altro non abbandona il passo epigrammatico e classico. E se da un lato rifugge la seduttiva dolciastra e ansiolitica di troppa poesia odierna, dall’altra non si accomoda nemmeno nelle ridotte del montalismo e di quella che Mario Luzi, l’antagonista, indicava come vizio della sua “artisticità”. Maffia il colto, l’onnivoro di poesia, la murena dei fondali poetici, il pluripremiato, il giocatore d’azzardo, resta ancorato a una idea e arte di poesia senza artificio, scabra quasi, o forse meglio dire greca e calabra.
Eppure a ben vedere in questo libro si fa più acuto un senso di imminenza. In questo andare in un luogo ormai “privo di indizi”, in un caproniano luogo non giusdizionale, in questo addentrarsi in un luogo che, per così dire, emerge da mappa profonda sempre esistente nella geografia umana e poetica di Maffia a unico spazio/tempo. Ora questa mappa senza indizi emerge insomma più chiara, più evidente. Nel volatile del tempo l’aria il respiro l’esserci cosa divengono? Quasi frastorna il poeta e con lui il lettore. Sembra quasi divertito lui ad aggirarvisi, poi si ferma, per inquietudini forse addirittura per timori irrefrenabili. In ore di apparente “svago”, o di passaggio. Una mappa di baluginii, di segni ambigui, di memorie sfuggenti – quasi uno stormo che in cielo disegna qualcosa di apparentemente insensato, ma qualcosa…
Le sezioni del libro sono i gesti del poeta àugure, di un poeta che non è “un vecchio capitano” eppure resta come un soldato della follia a divertirsi delle ombre e dei ritorni del mondo. L’imminenza dell’eterno senza nome lo esalta, lo eccita quasi, lo fa tornare bambinesco. Irrisione e tremore, imminenza e mappa – forse rovesciata? forse, poeta, devi solo girarla nella direzione dell’orizzonte giusto e ti sembrerà meno folle?
Ma intanto l’ansia di parlare di sé – il dovere cioè di fare i conti con quella domanda di Leopardi – si svelerà per quel che è davvero: un singhiozzo. Perché l’io è un singhiozzo nell’imminenza di chi, di che cosa, di ogni amore, di ogni ferita e di ogni rosa che si nasconde nella rosa.
Davide Rondoni
| Anno Edizione | |
|---|---|
| Mese Edizione | Dicembre |
| Autore | |
| Collana |
22,00 €
13,00 €
Alice Botarelli –
Dalla quarta di copertina:
“Nuotare senza avere un orizzonte.
Una balena cammina sulla ringhiera,
fa le boccacce.
Galleggiano fanfare mostruose
nel limbo del vocabolario.
L’ordine alfabetico deborda,
pretende l’obbedienza”.
Si viene subito catturati da questa scrittura allucinata che deforma le immagini e coglie immagini chissà da dove arrivate o vive e presenti solo negli occhi del poeta o anzi nel cuore del poeta che naviga su orizzonti creati da lui.
Ecco perché Rondoni, prendo sempre dal quarto di copertina, scrive:
“Maffia ancora con questo agile, ricco e polimorfo libretto, torna a parlare di ‘io’, a cui sovrappone altre maschere, si conferma poeta modernissimo e antimodernissimo”.
Ed è qui che avviene il corto circuito del lettore che, trovandosi nel mezzo di versi che grondano di metafore decifrabili con una attenzione certosina, è come subissato di molti orizzonti e non sa più nuotare.
Evidente che Maffia ha voluto mettere chi legge nella condizione di trovarsi dentro una ressa di musiche che pretendono ascolto per poter affermare d’essere la Verità, l’Approdo, il raggiungimento del sogno inseguito e finalmente realizzato.
Una sensazione che però subito diventa angoscia nel rendersi conto che le coordinate umane, politiche, culturali e spirituali si sono dissolte in qualcosa di imprendibile e fatto di una materia che le parole non riescono a decifrare.
Questo libro ha qualcosa di magico e di diabolico, fa entrare nell’inferno col paradiso nell’anima e pone davanti mille enigmi, per avvisare che siamo a una svolta, al principiare di una situazione che ha bisogno di consapevolezza se non vogliamo vedere la distruzione di tutto quello che l’uomo, secoli dopo secoli, ha messo insieme.
Il poeta è come una sentinella che vigila ma che ha bisogno d’essere ascoltato e seguito per evitare il disastro.
Ma al di là della massiccia offerta dei contenuti, il libro è importante per l’eleganza espressiva, per la duttilità, l’elasticità del dettato poetico che sembra uscire da fiamme alte e sonore, da immagini palpitanti che danno l’idea meravigliosa che la Parola possa ricreare il mondo anche al cospetto della vigliaccheria e della cattiveria dell’uomo privo di calore umano.
Anila Dahriu –
Seguo da molti anni, ormai, la poesia di Dante Maffia e ne apprezzo lo sviluppo costante, la scelta dei temi che hanno sempre una portata filosofica e sociale ma senza imbrigliarsi nelle teorizzazioni e quindi leggendo questo libro sono rimasta per un attimo disorientata, perché quasi ogni pagina si muove in una autonomia di pensiero che da una parte affascina e dall’altra fa sentire dentro e fuori il dettato, come se il poeta volesse confidare i segreti della sua anima, ma non interamente.
E’ una sensazione che mi introduce in un mondo sbalorditivo, subito con quegli “Spiccioli di drappi antichi, / di metafore spente, / di diluvi naufragati nel bisogno / delle cancrene astute / che sanno, eccome sanno, / trovare la fessura, / il rigurgito / per riportare a zero lo sfacelo. / Spiccioli di luce guasta / di querule agonie di rose bianche”.
Siamo al cospetto di visioni. Di percorsi interiori che hanno accumulato esperienze straordinarie sconfinando nella sterminatezza dei sogni e che adesso tentato di ritornare alla quotidianità ma non trovano il sussulto adeguato e continuano a restare in una pausa senza direzione.
“Il tempo delle favole / è una medicina scaduta. / Non dire che non riconosci il dolore, / è sempre quello lanoso e torbido / dei cieli guasti, / delle cantilene ossidate”.
Sono molti gli esempi in cui Maffia si immerge nella corsa sfrenata della dissoluzione (un suo libro famoso di anni addietro si intitola “Io, poema totale della dissolvenza”) e ne trae versi illuminanti che fanno intravedere il Mistero nella sua corsa affannata per non farsi acciuffare dall’uomo.
C’è, in questo libro, il Maffia di sempre, ma con una nota in più, la chiaroveggenza, l’aver saputo entrare nei meandri (parola che lui usa di frequente) di situazioni che sembravano ermeticamente sbarrate alla comprensione umana. Infatti annota molto bene Davide Rondoni nella sua Prefazione franca e diretta quando scrive: “In questo andare in un luogo ormai ‘privo di indizi’, in un caproniano luogo non giusdizionale, in questo addentrarsi in un luogo che, per così dire, emerge da mamma profonda sempre esistente nella geografia umana e poetica di Maffia a unico spazio/tempo”.
Comunque, oltre ai temi affrontati con la perizia che conosciamo, Maffia in “Singhiozzi di carta” ha voluto anche dimostrare, alla maniera del suo amato Tommaso Campanella, la forza del lavoro assiduo, il volere arrivare alla perfezione. Che non si fa mai toccare, ma con la quale bisogna almeno combattere.
Insomma queste poesie sono una distesa di possibilità che trascinano chi legge a rivedere la propria vita non più come un fatto soltanto personale, ma come una parte dell’universo.
Perciò, come conclude la sua nota l’Editore Sandro Gros-Pietro, “La grandezza di uno scrittore sta sempre nella sua ineffabilità”.
Cioè nel suo dire facendo germogliare sensi a catena, nel suo negarsi alla fiamma che distrugge e affidarsi alla fiamma rigeneratrice.
La poesia di Dante Maffia è soprattutto questo essere potentemente e massicciamente presente per subito sottrarsi e diventare “La luce vestita di buio. / Il buio abbagliante di luce”.
Antonio Miniaci –
Un libro che aprirà nuove strade alla poesia; un libro che non cerca consenso e non accetta soprattutto d’essere registrato con definizioni che comunque limitano sempre la comprensione globale ed eliminano le diramazioni e gli innesti, i connubi e la possibilità di entrare nel viaggio verso l’impossibile. O, come è stato detto, verso l’imponderabile.
In realtà la novità consiste nella riaffermazione del più antico dei modelli, la famosa misura greca, ma non più statica, non più arresa al limite del proprio intendimento, ma aperta a nuove risonanze, a nuovi palpiti, ad appropriazioni che arricchiscono sia la musicalità del verso e sia la densità espressiva, in modo che nulla cambia e tutto cambia perché il “come” dantesco diventa rinnovata misura.
Maffia è riuscito ad arrivare a questi risultati grazie alla vasta e profonda conoscenza che ha della poesia di tutti i tempi e di quella occidentale ed orientale. E’ come se avesse frantumato, anzi, come piace dire a lui, sfarinato dentro di sé, migliaia e migliaia di cadenze, di idee, di emozioni e poi fosse cresciuta, nel suo cuore, la dimensione di una parola che dalla combustione ha tratto alimento per rigermogliare.
Ovviamente ciò non sarebbe potuto avvenire se la consistenza poetica di Maffia si fosse accontentata di brucare l’erba della moda, come è accaduto per molti suoi coetanei, che hanno vissuto il momento di presenza felici di avere trovato la formula vincente.
Io conosco Dante Maffia, la sua “presunzione” che non ha mai fatto un passo indietro neppure davanti alle perdite. Ha sempre avuto una sua idea di poesia e per realizzarla si è immolato, si è dissolto aspettando di risorgere.
“Singhiozzi di carta” dunque non è soltanto il solito bel libro di poesia, ma una vera e propria svolta non solo personale.
Qui il magma è diventato immagine fulgente, che irrora altre immagini, che condensa visioni e scandaglia l’insolito alla ricerca del nucleo che produce il senso e la Parola, che racchiude la linfa del suo famoso divenire e diventa il suo ancora più famoso lievito.
Un lievito per far crescere la dimensione delle emozioni e della conoscenza, per incarnare nella Parola la divinità di traguardi che vanno dall’Amore alla morte, dalla non fede alla fede nel sentimento.
Mi viene da dire che Maffia è riuscito a portare più avanti il discorso di Mario Luzi e pur nella densità di pensiero che in queste pagine scorre senza sosta e con complicazioni davvero sconfinate che investono Platone e Campanella, Kant e Nietzsche, riesce a fare alta poesia evitando di cadere nella teorizzazione senza tuttavia rinunciare a porre in essere tematiche di grande rilievo.
“Cerco d’attenermi alle regole
ma il caso è prepotente,
trova lo spiraglio,
provoca l’ingorgo”.
E più avanti:
“Il tempo delle favole
è una medicina scaduta.
Non dire che non riconosci il dolore,
è sempre quello lanoso e torbido
dei cieli guasti,
delle cantilene ossidate”.
In tutto il volume l’aggettivazione disorienta e ridà valore estetico ed etico inedito che ci porta a considerazioni profonde sui comportamenti umani e su come avere un rapporto libero e privo di pesi abitudinari.
L’uomo al centro, com’era una volta, l’uomo misura (ritorna la parola) d’ogni gesto, d’ogni soffio, d’ogni piuma, d’ogni approdo.
L’antico e il nuovo in un dialogo perfetto. Maffia ha scritto il suo capolavoro. Ed è per questo che Davide Rondoni, che non è facile ai complimenti, ha fatto intendere, nella sua prestigiosa e profonda Prefazione, che Dante Maffia, con “Singhiozzi di carta” ha confermato e arricchito la sua poesia con versi che resteranno a lungo, forse per sempre, a dimostrare che con la poesia si può rubare molta luce all’Eterno e diventare complici.
Bill Wolak –
Ho incontrato più volte Dante Maffia in vari Convegni Internazionali e ho potuto constatare l’immensità della sua cultura, la sua conoscenza vasta della poesia di quasi tutto il mondo e, nello stesso tempo, la sua umiltà, la sua signorilità, il suo modo garbato di esserci senza mai apparire.
La modestia è pari alla grandezza della sua poesia e vorrei che il suo nome fosse acclamato e stimato per quel che merita.
È stato Ion Deaconescu, poeta di Craiova di altissimo livello, che ci ha avuti ospiti in alcune occasioni, a presentarmelo con l’entusiasmo che è una delle sua qualità più belle, e adesso sono fiero di essere amico di questo calabrese che ha lavorato sempre come un esercito, che ha letto “troppi libri”, e ha meditato troppo, e ha scritto troppo, anche amato e mangiato troppo, come aggiunge quando viene presentato.
La poesia di Maffia è densa di vita, di amori, di curiosità, di accensioni che diventano immediatamente occasioni per rubare al tempo e allo spazio dei segreti. È come se il poeta avesse necessità di conoscere l’imponderabile per poter respirare meglio, per poter decifrare l’essenza del vivere.
Ogni suo verso è una fucilata, un bersaglio colto che, deflagrandosi offre altri bersagli e dà la possibilità di entrare a far parte dell’’armonia dell’Universo.
Non è propriamente facile volgere in inglese il suo roteare di immagini, le sue metafore cocenti e organizzate su azzardi che danno il capogiro, tuttavia anche nella mia lingua egli impone un diktat che ha la grazia dei classici e, al tempo stesso, la tentazione di scommesse nuove.
Leggiamo:
“Nel pieno della notte
Gridava senza svegliarsi,
senza.
La voce batteva sulle pareti,
ritornava deturpata sul cuscino
per perdersi nell’andirivieni
del muco lunare.
È stato così
Che ho potuto osservarla intera,
vedere i suoi denti cariati,
l’eccesso di rughe,
Il lamento delle lenzuola
Fu lo specchio tragico
Del mio fallimento”.
Sono versi presi da “Giuro”. Ma leggiamo anche la chiusa di “Ha trovato l’identità”:
Al terzo bicchiere di grappa
Ha un capogiro
E ride, ride,
ha trovato l’identità
nella sua solitudine lucente”.
Apparentemente sembra che Maffia racconti dei particolari casuali ma subito ci rendiamo conto che niente è casuale nella scelta che lui compie e su cui impernia un discorsi semplice, ma dietro il quale pullulano tentazioni allegoriche, ribellioni del vocabolario che rivendica la sua autonomia. Cerco di spiegarmi meglio: le parole a Maffia servono per far rivivere la sostanza dell’essere quella cosa e non un’altra, e quindi non è la forma, cioè l’apparenza che conta, ma il fermento e gli echi che si alzano come nebbia fitta per afferrare il senso che sfugge.
Una poesia dissonante e capace di racchiudere inferni e paradisi addirittura nel germoglio di una rosa, nel vento di scirocco di cui parla spesso.
Libro importante e pieno di risvolti che si accapigliano tra di loro ma sempre tornano al gioco dell’esistere nonostante. Perché la lingua di Maffia è pura, diamantina, e pesante come il piombo.
Carmine Chiodo –
Dante Maffia è per le esagerazioni. Mangia troppo, viaggia troppo, ha troppi amici, legge troppo, scrive troppo e, chissà, forse pensa anche troppo…
Conosco le sue obiezioni, le “giustificazioni” che oppone, le spiegazioni che dà nel difendere la sua libertà di strafare e anche se non le condivido in pieno devo dire che sono logiche e vere ma che solo una natura esuberante come la sua può accettare una maniera così sfrontata di scrivere, di essere presente con opere non solo di poesia, ma anche di narrativa, di saggistica, di teatro e di arte senza mai una sosta.
Tuttavia come non essere incuriositi da un titolo che fa singhiozzare la carta, che assegna alla carta la scomodità di singhiozzare, cioè di diventare fanciulla e lasciarsi prendere dal ritmo del singhiozzo?
Insomma, ho letto questo libro e devo dire che mi ha conquistato, anche grazie a ciò che egli esplicita nel risvolto, grazie alla “Nota dell’Editore” e soprattutto alla Prefazione di Davide Rondoni che non è facile ad aprirsi come ha fatto in questa occasione, riconoscendo, in sostanza, in Dante Maffia, uno dei maestri della poesia italiana e non solo.
Leggiamo l’incipit dello scritto in questione:
“Mentre pare addentrarsi nel sempre solito e sempre nuovo
‘sentiero delle vertigini
Privo di annotazioni,
di indicazioni,
di avvisi’
la parola febbrile e occhiuta del poeta Maffia procede ancor più spoglia, atletica, curiosa. Proprio perché ora le ‘indicazioni’, gli ‘avvisi’ sono più rari per riconoscere la vita nella vita, diviene urgente un passo nuovo nella perpetua autobiografia del poeta. Quell’autobiografia, sia chiaro, che ai più stolti potrebbe apparire, come pure nel caso di D’Annunzio, banale egocentrismo e invece è offerta tragica di sé alla interrogazione sul destino”.
Il libro conferma le affermazioni di Rondoni in maniera aperta, ma con una dosatura di immagini che, nel mentre attingono al migliore surrealismo, diventano ferita nel costato delle valutazioni umane e squarcio per leggere in profondità tutto ciò che ruota incessantemente nella forgia delle inquietudini.
Perché la cifra più carica e più presente in ogni pagina è una inquietudine che irrora di sé anche i momenti d’amore, anche le vicissitudini che portano alla gioia.
Dovessi sintetizzare il magma (si, penso che c’entrino sia Fernando Pessoa e sia Mario Luzi) in questo vagabondare per luccichii e per bagliori che a volte sono i resti di sconfitte che il tempo asseconda: “Assiepate sul balcone / mosche danzanti, / una processione di chimere stanche, un cappello alla rovescia”, non saprei come organizzare questa massa imponente di temi e di pensieri quasi orgiastica.
Che cos’è, un residuo bellico, una immagine di quelle che le televisioni mostrano andando a rovistare tra le macerie, oppure soltanto un segnale che avvisa, che non sa stare nell’inerzia?
Maffia in certi momenti sembra un prestigiatore che estrae rapidamente dal cilindro un piccione o una gazza, ma senza atteggiamenti trionfalistici, anzi con l’umiltà di chi ha dovuto compiere quella formalità per non soccombere nel labirinto.
E qui si potrebbe aprire un altro capitolo per definire il labirinto di Maffia in che cosa consiste. Ma forse è il caso di suggerire al lettore di percorrere le pagine vivendone l’alone magico che le guida, il rotolare delle immagini che scattano e si dipanano in accensioni vibrate di suggerimenti.
Maffia, in questo libro, alla sua solita marcia sabiana ha aggiunto un pizzico di maledettismo alla Rimbaud per poter meglio fotografare il disfacimento inteso come incapacità di penetrare nella oscurità del senso che ormai svicola e si nasconde, che arranca e non dà più certezze.
“Quindi il possesso del non fatto / e l’andirivieni del non detto, / e le cubature immobili / nell’aria con caramelle e zucchero filato, / però prive di terrore, / sull’orlo del processo, / sulla panchina disposta a vendere / la propria dignità / al primo passante”.
Appare l’ingorgo, Maffia ne centellina le briciole e le riassetta in una finta logica delineando anche una umanità nuova per gli oggetti. Ma non c’entra l’animismo. Piuttosto c’è il desiderio di trovare dei riscontri in ogni direzione, in ogni situazione, altrimenti la smemoratezza e il buio aggrediscono a sfaldano e non danno possibilità di proseguire il viaggio nell’imponderabile e nel disfacimento.
Una poesia che non lascia nessuno senza lo strascico di avere vissuto fuori dalle regole civili e dal buon senso; una poesia che produce idiosincrasia e non permette di appropriarsi della dimensione che spande tutto su un piano immobile.
A volte dai versi soffia un vento caldo, a volte un vento così gelido da far pensare d’essere arrivati al Polo Nord.
“Un buco nel cuore filtra la compassione, / redime la raucedine del male”.
Ho pensato anche, per un attimo, che Maffia abbia voluto far intendere che il Rigodon celiniano si può attuare a piacimento, perché non comporta il coinvolgimento di nessuna emozione. Ha ironizzato, ma si è comunque fatto prendere la mano ed ha acceso fuochi potenti che illuminano spaccati di quella parte umana sempre pronta a reagire contro il futile.
Come vedete, in questo volume, che non sembra troppo spesso, c’è una marea di cose, un rovello che il poeta non riesce a contenere e perciò scalpita in cerca di soluzioni.
Ma Maffia conclude confessando che “La passione è spenta. / La passione… il fuoco che bruciava / in ogni direzione… / È morto il cuore, / morto il delirio che sapeva svegliare / i nitriti e dare sfogo agli arbitrii, / creare gli sbandamenti dei labirinti…”.
Dunque nessuna soluzione, ma neppure nessuna resa. Il combattimento altero per continuare a snidare le ombre che si sono comodamente sedute addirittura nelle dispersioni dei labirinti e tramano vendette. O forse reclamano la redenzione.
Ciro Cianni –
Dante Maffia è una sorpresa continua, un fiume in piena, un mare in tempesta e ogni suo libro un arricchimento, un dono che dà al lettore molte cose, non ultima quella di accenderlo di curiosità infinita per tutto ciò che tratta e per come lo tratta, al di là del fatto se le vicende siano di carattere spirituale, amoroso, pratico o di altro genere.
Questa volta Maffia si muove su più dimensioni ed è il caso di dire che gioca a molti tavoli puntando grosso, perché affronta i guai e i dissesti della nostra epoca, la caduta dei valori, la violenza delle guerre ritornate a sfigurare il mondo e naturalmente le ragioni sociali, metafisiche e culturali dello sfascio.
Non lo fa con argomentazioni politiche o sociologiche, ma con il suo lirismo impastato di tocchi surreali e di scavi filosofici senza peraltro ricorrere ad analisi noiose, ma accennando, andando di fiore in fiore, in modo che la poesia non venga scalfita da incursioni estranee alla sua natura.
Io ho letto molto di Maffia e ogni volta i suoi libri mi hanno dato una nota in più nel mio cammino di uomo e di poeta, ma “Singhiozzi di carta” trovo che sia ancora più prezioso degli altri, più ricco, più complesso.
Non solo. Qui il linguaggio è qualcosa di estremamente fluido, anche se non sempre facile nel comprendere immediatamente i riferimenti, perché ogni pagina gronda di accensioni che sconfinano in varie direzioni.
È come se il poeta questa volta avesse voluto svuotare la sua anima e il suo cervello per cercare di condensare in aperte finestre verso l’assoluto tutti i nodi che lo assillano, che lo tengono nella inquietudine.
Così ogni componimento scarnifica l’apparato e l’ordine del compiuto da cui deve scaturire una nuova luce, una dimensione accecante.
La densità del libro ha mosso dentro di me molte ragioni e ha ridipinto, come direbbe lui, “i miei arcobaleni”; una ricchezza che mi fa sentire debitore. Perciò come non chiamarlo Maestro?
Il mio Maestro e Amico che offre la Poesia come profumi che rinnovano il mondo nella sua estensione e nella sua profondità creando ribaltamenti semantici, ponendo in atto scontri tra le certezze del vivere e la decomposizione di tutte le trame prestabilite.
Un libro che lascia inquieti, che fa attraversare inferni e paradisi fino ad arrivare alle scaturigini dell’alba, fino a trovare briciole del Paradiso Perduto che lui sa raccogliere e rendere attuali, nuove fonti della resurrezione umana.
Claudio Nicodemi –
Non sempre un libro di poesia riesce a smuovere le emozioni profonde, a far fare sobbalzi all’anima, a mettere dinanzi ai grandi problemi della vita con la forza viva con cui lo ha fatto Dante Maffia in questo libro che si muove, pagina dopo pagina, in circolo, affrontando momenti delicati, profondi e spesso eccezionali.
Si respira, in ogni pagina, un’atmosfera oscillante tra dinamismo cosmico e stasi perenne, come in un combattimento che però non deve avere né vinti né vincitori.
Da qui quel sentirsi parte viva del combattimento e, nello stesso istante, figura alienata e superflua.
Maffia ripercorre la sua vita e quella dell’Universo intero con flash che sono spesso dissonanti e spesso perfino pretestuosi, e ne delinea le cadute, le perdite, i profitti, le banalità e le accensioni con una sorta di indifferenza che ha qualcosa di drammatico e di troppo rugginoso. Quindi di finta indifferenza.
È un libro complesso, scritto con un dinamismo compatto e un dettato davvero encomiabile, frutto sia della bravura, che appartiene alla natura del poeta, e sia, come leggiamo nel risvolto, del lavoro costante fatto negli anni per rendere le espressioni limpide ed essenziali, prive di inutili orpelli e di divagazioni.
L’Editore ha messo in calce al volume anche una piccola antologia degli scritti critici dedicati al poeta in modo da poter renderci conto che siamo al cospetto di un autore che ha acceso l’attenzione di tutti i grandi dell’ultimo mezzo secolo. Quando accade ciò non è mai una causalità, ma il frutto di un impegno costante e profondo portato avanti con passione.
Questo per sottolineare che “Singhiozzi di carta” è il la conseguenza di anni di tirocinio, la realizzazione di un libro che nasce appartato da tutti gli altri dello stesso autore e vuole diventare la summa dell’intero percorso.
Non si pensi che gli argomenti trattati siano casuali. Maffia ha scelto con cura e anche quando, per esempio in “L’arcobaleno”, si è affidato a una battuta noi sentiamo che dietro c’è l’angoscia dell’incomprensione, del disfacimento.
Mi sono chiesto, come fanno a volte i giornalisti che puntano alla superficie delle cose, se “Singhiozzi di carta” è un libro che lascia il nero nell’anima oppure che lascia il sole. Non c’è risposta. Sia il nero e sia il sole, ma ogni volta con un grande spiraglio dell’opposto.
In modo che nulla si adagi nell’inconsapevolezza o nella stasi, ma prenda atto che c’è sempre un oltre, c’è sempre un risvolto ricco di altri risvolti.
Chiudo con le parole di Davide Rondoni:
“Ma intanto l’ansia di parlare di sé – il dovere cioè di fare i conti con quella domanda di Leopardi – si svelerà per quel che è davvero: un singhiozzo. Perché l’io è un singhiozzo nell’imminenza di chi, di che cosa, di ogni amore, di ogni ferita e di ogni rosa che si nasconde nella rosa”.
Damiano Guagliardi –
“Dio ci liberi dei poeti, / il carrozzone si muove, / la danza squilla riverberi, / il cartellone è ricco, / sono i nomi che contano, i divini, / gli intoccabili, gli unti dal Potere. E io ancora a credere / che solo i poeti sono contro il Potere”.
Bisogna credere al poeta che desidera la liberazione dai poeti o invece pensare che sia un gioco per poter affermare il contrario? Per poter mischiare le carte e deliberare momenti solenni che svelino l’essenza del fluire del tempo e la drasticità del Potere?
“Singhiozzi di carta” è un libro complesso, denso, articolato su una tessitura di argomenti e su un pentagramma linguistico che si muove in maniera acrobatica creando metafore non sempre di facile intendimento e creando anche azzardi linguistici che eseguono musiche antiche e musiche moderne senza che l’una sovrasti l’altra.
È un libro in cui l’io del poeta si pone al centro e via via si dilata fino a diventare universo, fino a poter dire in nome di tutto il mondo che bisogna smettere la rincorsa al Nulla, e fermare la perdita d’identità che sta adombrando senza distinzione perfino i riverberi, le scaglie, i residui della Verità.
Credo che Dante Maffia sia un vero e proprio fenomeno per una serie di motivi, il primo dei quali è la sUa capacità a saper parlare di politica, a condannare la negligenza del Potere, a stigmatizzare le sconcezze di chi si arroga il diritto di predicare al vento facendo finta di compiere un’azione seria, ad affrontare i nodi intricati delle incertezze economiche e sociali senza mai farne specifica citazione, ma utilizzando i percorsi utili per sensibilizzare chi di dovere.
Un altro dei motivi che lo pongono al vertice della poesia è la sua genuinità, anzi il candore con cui grida e si oppone, protesta e spiega portando il tutto sul piano etico.
E quando spalanca le porte dei dilemmi le sillabe sembrano avere un attimo di paura, e tremano. E singhiozzano, perché il peso del dettato non viene delegato, ma resta fermo a decifrare la sostanza. Che cosa c’è che porta oltre il dubbio di Amleto, oltre l’essere e il non essere? Un dilemma nuovo legato alla collettività per essere, per esistere, o relegato alla solitudine per non esistere.
Per questo il libro diventa corale e pone domande continue e si allarga su più piani senza smettere un attimo di divagare oltre misura per accostarsi il più possibile alla sfera celeste.
Definire un testo così ricco sarebbe come chiuderlo, castigarlo, limitarlo. Questa è poesia polifonica, orchestrata con molta perizia (la dichiarazione dello stesso Maffia sul continuo intervenire sui testi per modificarli e migliorarli conferma la mia impressione), con una partecipazione che travalica la misura letteraria per diventare misura etica, ma senza la spocchia di nessun diktat.
La tensione dei versi dichiara quanta passione Maffia ha profuso pagina dopo pagina in modo che tutto sia nascita feconda e non solo bella letteratura, in modo che quel che racconta dobbiamo prenderlo per oro colato e mettere da parte la diffidenza:
“Ho dovuto farlo.
Comunque nessuno se n’è accorto.
Ho bevuto il mare
Dopo il tuo rifiuto, ma,
come vedi,
nessun disturbo alla vescica”.
Io l’ho messa da parte e credo fermamente che lui ha bevuto il mare. Un poeta come lui ha trovato la forza e la maniera di sbalordire. “La storia la fanno i vincitori”. Ma lui vuole vincere con la poesia, non con le armi.
Francesco Adornato –
I poeti hanno facoltà inaudite, fanno singhiozzare la carta, o ne sanno ascoltare i singhiozzi, constatare la demenza dei fiori, accorgersi che le nuvole stanno complottando e via dicendo. E io resto affascinato da questa capacità perché finalmente posso, con il loro aiuto, partecipare ad eventi che solitamente sono negati a chi vive nella corsa frenetica “degli incontri e degli inviti”, come scrive Konstantin Kavafis, fino a fare della vita “una stucchevole estranea”.
È su questo versante che Dante Maffia ha sempre battuto il tasto. La sua è quasi una ossessione nel dichiarare e nel cercare di convincere amici e lettori che, al di là di quel che le religioni promettono per dopo la morte, la vita va vissuta pienamente, intensamente, arricchendola d’amore, di poesia, dell’incanto delle piccole cose quotidiane.
A me pare che Maffia abbia continuato idealmente, ampliandola e rendendola quasi sacra, la quotidianità sbandierata da Umberto Saba facendola però transitare attraverso l’esperienza di Baudelaire, di Pasternak, di Borges e poi di Luzi fino a trovare una cifra personale che spesso ha bagliori insospettati che riescono a decifrare le consonanze celesti e farle diventare incontri familiari.
Lo fa con un linguaggio a volte giocato con voli pindarici per acciuffare le valenze in valori in cammino, e le fioriture della parola che è sempre avida di trovare nuovi approdi e significati insospettati.
Quello che sembra il proseguimento di un innamoramento della poesia surreale in Maffia diventa ragione della fantasia per innestarsi al fluire mai lineare degli accadimenti.
Lo so, sembrano sfumature, ma in poesia sono proprio le sfumature a contare e a dire verità che diversamente fuggono in fretta.
“Singhiozzi di carta” è sicuramente un evento da non trascurare, e per diversi motivi. Il primo dei quali è l’aver saputo muoversi disinvoltamente nel magma incandescente della valanga in atto nel mondo. Valanga di disordine e di guerre, di dissesto a tutti i livelli, di perdita dei valori, della insensibilità e della freddezza con cui “non viviamo” l’amore e la poesia, l’arte e l’amicizia. In Maffia c’è la necessità costante e dichiarata del colloquio con l’altro come ricchezza che apre i confini per accertarsi che percezione, coscienza e sensualità non diventino deriva del niente.
Nella sua indignazione, nel suo singhiozzare, questo libro nasce da un forte radicamento alla vita e lo fa fustigando con misurato ardore, con quella “dolcezza di sale” che fu uno degli insegnamenti che la madre dette al poeta.
Già, dolce di sale, cioè, traducendo, la misura greca.
E a questo punto andrebbe fatto un lungo discorso sul linguaggio maffiano, sui meccanismi che non fanno mai deroghe al superfluo, all’inutile. Spesso quel che un solo aggettivo illumina e sintetizza non lo dicono due o tre aggettivi. Non è casuale che Maffia sia un cultore del lirici greci e sia il maggior autore di haiku, di poesia giapponese. L’haiku è una composizione di diciassette sillabe divisa in un quinario, un settenario e un quinario. Un piccolo mondo che deve saper racchiudere mondi immensi, sentimenti infiniti e perfino il profumo dei giardini di Kyoto, dove è stato istituito addirittura un Premio intestato a Dante Maffia.
Non sembrino divagazioni queste notizie, sono necessarie per poter avere una chiave di interpretazione in più nell’affrontare “Singhiozzi di carta”.
Sentite che cosa afferma Davide Rondoni tra molte altre cose estremamente interessanti che pone Maffia al vertice della poesia europea:
“Maffia ancora con questo agile, ricco e polimorfo libretto, torna a parlare di ‘io’ attraverso l’inevitabile maschera del ‘se stesso’, a cui sovrappone altre maschere, si conferma poeta modernissimo e anti modernissimo”.
Pensate che sia facile sedere al centro tra due mostri o, se volete, tra due belle fanciulle? Maffia ci riesce e ne sa trarre versi che hanno la lucentezza del cristallo e il calore e il sapore delle “pitte cu i foglie” (pizze con la verdura) che le donne del vicinato a Roseto, il paese di Maffia, facevano ogni settimana.
C’è anche tutto questo in “Singhiozzi di carta”, il calore umano del suo paese, la semplicità dei sapori, gli occhi neri delle donne attente alla cottura.
Francesco Perri –
Ho sempre sentito dire a Dante Maffia che questo libro sarebbe stato pubblicato dopo la sua morte per il semplice motivo che ci ha lavorato continuamente, togliendo una parola, aggiungendone un’altra, modificando. Un libro palestra, dunque, per allenarsi a cercare il meglio, per riuscire non dico a realizzare la perfezione, ma ottenere risultati soddisfacenti.
L’incontro, dopo molti anni, con un amico di vecchia data, Sandro Gros-Pietro gli ha fatto cambiare idea ed ecco “Singhiozzi di carta”. Stop al “labor limae”.
Ad avallare il lavoro uno scritto illuminante e rigoroso di Davide Rondoni che, come sempre, ha saputo entrare nella sostanza dei versi di Maffia rilevandone la dose di “modernismo e antimodernismo” che circola nelle pagine e modula le tematiche e le impennate liriche del poeta.
Non è un libro facile, questo, perché come veniamo avvisati “Tra una parola e l’altra / una frana di dubbi, / un cimitero di possibilità”. Cioè una varietà di temi che tuttavia non si avversano e non respingono i vari accadimenti, forse perché è il fiato del poeta che fa da regia e detta, s’impenna, grida, si nasconde e delibera consensi o assensi per poi ritornare a scavare, magari in direzione opposta per trovare connessioni con l’improbabile e addirittura con l’infinito.
Le sezioni del libro sono sette, ma due in particolare mi hanno intricato a cominciare dai titoli: “La demenza dei fiori”, e “Il complotto delle nuvole”, forse perché mi hanno riportato al Maffia autore di quasi trentacinquemila haiku (non è casuale che a Kyoto abbiano istituito il Premio Dante Maffia) nei quali la presenza dei fiori è essenziale come essenziale e accattivante la liricità che si muove nella dimensione orientale, stavo per dire buddista in cui cammina: “Il tuono non ha spaccato nulla / e dunque la meraviglia / è in agonia, / si muove in verticale / in cerca di adozione”.
Sono stato in Giappone con lui e ho potuto constatare con quanta gioia, grazia ed entusiasmo è stato accolto ovunque. La ricchezza della sua anima riesce a coinvolgere il lettore perché lo accompagna con semplicità nei luoghi a lui cari prestando le sue emozioni e rendendo tutto patrimonio di chi guarda. Ma deve essere uno sguardo e una condizione simile a quella che viene raccontata ne “Il piccolo principe”.
La grandezza di Dante Maffia è nella sua umiltà, nel suo candore che anche quando ripercorre cose già viste e vissute lo fa con occhi sgombri e come se fosse sempre la prima volta.
“Resta la cadenza del non detto, / del non fatto, / del non accaduto. Ed è un prato fiorito di cicuta, / un’ombra densa sopra il campanile, / le frottole ispessite dei candelabri / ormai spenti nel guado della polvere”.
A volte le metafore di Maffia hanno nessi segreti e viottoli quasi impraticabili e tuttavia restano in chi legge come enigmi con i quali bisogna fare i conti per non restare ai margini dei fogli e della vita, per non singhiozzare.
Franco Maurella –
Ormai Dante Maffia ci ha abituati a veder spessissimo sue nuove creature di carta, ma questa volta chiamata addirittura singhiozzi come a voler significare che sono nati nel dolore o sono nati a rilento, singhiozzando.
Io dico tutti e due le cose, nel dolore perché gli argomenti trattati sono l’essenza di lunghe esperienze di vita e vengono alla luce con un parto che ha sempre difficoltà dovute alla passione del poeta per evitare che si parli di cose superficiali, o per sentito dire.
Le poesie di Maffia sono un distillato che viene recuperato dalle vertigini di un canto che una sirena pazza o ubriaca innesta alla musica delle sfere per fare confusione, e per avvertire che il mondo continua la sua corsa anche dentro la bufera, la malignità, l’ambiguità e la dannazione.
Il libro è corredato da una nota bio bibliografica abbastanza nutrica che disegna la quantità di lavoro di Maffia nelle varie direzioni in cui si è mosso, dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla critica letteraria ed è arricchito anche da un apparato critico che vede i nomi più illustri non solo della letteratura italiana.
Ciò serve, ha fatto bene l’Editore, a dimostrare come Maffia ha portato avanti la sua attività e la passione con cui si è immerso nella scrittura. E’ solito ripetere che lui ha agito come un contadino che ara i campi e lui ha arato i libri come lettore e come scrittore con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
“Singhiozzi di carta” comunque ha un timbro deciso, una espressività ferma e, allo steso tempo, come fiorita a profumata.
Sia quando parla della quotidianità e sia quando parla d’amore, di morte, del sublime, della vita che tutti i giorni si apre davanti a ognuno, sentiamo che la voce di Maffia si alza alta e va a scavare nei recessi più insoliti, nei punti più nascosti, nella corsa rapida dei sentimenti che ad ogni sillaba assumono sembianze nuove.
Questo libro, hanno ragione Sandro Gros-Pietro e Davide Rondoni, pone il poeta di Roseto Capo Spulico sulla vetta. Infatti ogni pagina avvince e sconcerta, uccide e resuscita, ricostruisce una inedita realtà che pone gli esseri umani in una dimensione finora sconosciuta nella quale si scontrano mondi che sembravano leggende, addirittura verità inconfutabili con gli errori delle favole e delle falene. Non è un modo di dire poetico, davvero Maffia ha espresso la capacità di poter essere il regista di scenari che forse sono la realtà del futuro.
O semplicemente sono àncore di poesia che cercano conferme, che inseguono avidamente la svolta per entrare nella solennità del futuro.
“Continui a domandarmi che cos’è la vita, / Continuo a non rispondere. / Ogni vita ha una sua domanda, / una sua risposta. / Vuoi sapere della mia vita? / È il bisogno di te / che sai narrare l’indissolubile, / che sai dare senso anche al Calvario”.
O come in “A dieta”: Tutto è, come sempre, / poggiato sulla scrivania, / non c’è neppure un singhiozzo di carta, / di ammiccamenti / di cani randagi / che, come vedi, abbaiano / dagli angoli del soffitto”.
Si noti come le bordate surreali prendono l’avvio da sorsate di realtà direi in cammino per diventare sussulto e coscienza di rapide metamorfosi alle base delle quali vigila il pensiero filosofico che ha radici profonde nella visione di Tommaso Campanella.
Gianni Mazzei –
La prima impressione a leggere i primi versi di quest’opera l’ho mandato, scherzando (ma non troppo) all’autore: nella lettura, poi, completa e attenta dell’opera, qualcosa ho cercato di spiegare della sensazione di un’opera che ha sette partiture, quindi ha estrema cantabilità, in un verso spesso asciutto, sobrio, per accostamenti di immagini, come avveniva al miglior Ungaretti.
Nell’esergo, citazioni di poeti, autori di fiabe e del più grande romanziere surreale: Cervantes, per dire anche della capacità di “manovra” di Maffia, nel campo dell’arte, che spazia dalla narrazione, al saggio, al folklore, alla pittura, alla musica, per come conduce questo mondo poetico, rutilante di immagini e di ritmo di estremo godimento.
“Finalmente,
ti ammiro nella tua insipienza di vita.
Tu raggiungi l’acme,
io devo ancora iniziare la strategia”.
Caro Dante, la considerazione iniziale/conclusiva che tu, alter e idem, dai in un colloquio a te stesso è amara; è servito interrogare l’assurdo, essere ribelle al dio se poi gli insipienti hanno goduto e tu a macerarti?
Praticamente, a leggere le grandi opere, mi viene in mente l’immagine del Bonaparte, vincitore a Jena, a cavallo, guardare la collina: non è più Bonaparte, ma il dominatore, è soddisfatto della sua opera, può vedere la sconfinata pianura nei diversi punti e, pur se ognuno ha una sua specificità, il suo sguardo tutto comprende, nella “ compresenza degli orizzonti” (Gadamer).
Avviene la stessa cosa per il poeta: non ha più un nome specifico, ma incarna la creatività che ha saputo amalgamare nel ritmo, tramite immagini, i vari pensieri e le emozioni delle cose e degli accadimenti, può scegliere un particolare o un altro per luneggiare il tutto.
Così Bonaparte, così il poeta che può avere l’attendente l’uno, l’altro il lettore o il critico cui dare indicazione di lettura, la più efficace possibile.
Inevitabilmente, mi succede la stessa cosa leggendo Dante Maffia e, quindi, anche questa sua ultima opera.
E i punti da cui l’opera osserva se stessa, convinta della riuscita, sono molteplici; e ognuno, pur insistendo su un particolare più che su un altro, riesce a lumeggiare (“nel dettaglio c’è Dio” e quindi la sua creazione mi pare dica Flaubert) l’intero contenuto, compreso nel suo farsi, perché ne sa cogliere gli intimi legami che nell’itinere del suo compiersi , essa ha stretto, per darcene compiutezza e sapienza.
Prendiamo, per esempio, il titolo “Singhiozzi di carta”, che, come sempre avviene in Maffia, sta ad indicare la specificità, il senso nascosto di fare poesia.
Nel passato, egli, ha adoperato altre similtudini per dire cos’è poesia e il suo fulcro generativo.
Il lievito, per esempio. Che è preso dal rituale del mondo contadino e che, però, trova riscontro nell’alta teologia di Tommaso d’Aquino, allorché l’aquinate parla del bello come “claritas, proportio, integritas”: splendore cioè, che circola, vive nella comunità, non si consuma nel singolo, né si ferma alla bellezza terrena, la trascende: delectatio.
In realtà, come avviene la panificazione nella civiltà contadina? C’è il lievito madre che circola da casa a casa, dal passato all’oggi al domani (l’arte ha agganci con la creatività singola e collettiva), che non si ferma, ma nutre tutti a seconda le esigenze e le capacità del sentire; è sacra, perché si bacia il lievito, lo si vede come piccolo tesoro (se ne conserva una piccola parte) e non è egoismo, perché gira da comare a comare, fino a tornare, una volta finito il ciclo, da dove era partito.
Oppure, per Maffia, la poesia ha una funzione “vamperizzante”, nel senso che il poeta sa cogliere sfumature, esigenze, speranze, diversità, dagli altri e sa costruirsi mille vite, che egli vive, ma che fa vivere a tutti i fruitori, a seconda della loro sensibilità di comprensione.
O ancora: è il mistero gaudioso della donna, la sua grazia e seduzione misteriosa, come la profondità del mare che racchiude tesori, fiabe, ma è anche portatore di tempeste e di naufragi: bellezza fisica, nel rutilante corpo che strega, ma anche materno, accogliente, generante, per sconfiggere la morte, in quella intelligenza audace e tagliente, nello stesso tempo; altro lievito, dunque.
Il titolo che Maffia sceglie per questa singolare silloge racchiude tutti questi significati, rimodellandoli, in modo nuovo e creativo.
“Singhiozzi di carta”: non è una diminutio della vita, un evanescente esistere del poeta rispetto alla rissosità e arruffio dell’uomo che agisce, opera; non è un rapporto di qualità: vita attiva- vita contemplativa (esangue, dunque: anche se il vangelo ribalta la situazione, nella vicenda delle due sorelle; Marta e Maddalena e il rimprovero che Gesù fa a chi pensa, in modo frenetico, solo ad agire); “carta” è il prosciugamento delle scorie della vita, operato da quello spirito igneo che consuma il poeta, come è già avvenuto per Maffia nella distruzione della biblioteca di Alessandria, è quell’afflato di Pentecoste. È altra modalità di essere.
Del resto, Maffia, lo dice espressamente in due sue liriche di questa silloge “A dieta”: quando manca la speranza, non esistono più singhiozzi di carta (non si vive, non si sogna), come non esistono se diventano solo nostalgici ricordi.
Singhiozzi (che sono di pudore, dolore, gioia, commozione) di carta (che sono la spiritualizzazione del materiale grezzo, la polvere inerte della casa nel remoto angolo della stanza) danno un vigore, un’energia e potenza centuplicata del vivere al poeta: singhiozzo non è fragilità, ma grandezza e consapevolezza dell’essere transeunti (e solo chi ha in sé, come il poeta, l’essenza del divino, può singhiozzare: lo fa Cristo, pensando alla distruzione del tempio di Gerusalemme, si commuove Michelangelo dinnanzi al suo Mosè, Alessandro Magno di Pascoli a pensare che ha tanto conquistato, ma non l’eterno. E così tanti altri grandi, dallo stesso Mosè che non entra nella terra promessa o Cesare mentre si lascia morire nella congiura delle idi di Marzo.
Ci sono, naturalmente, come detto, altri punti di osservazione dalla collina dominante di Maffia.
Il suo vivere il quotidiano, che può sembrare un arretramento rispetto alla combattività titanica di “Io, il poema totale della dissolvenza”, dove battagliava con il dio, sfidandolo a duello.
Ma è proprio così? In similitudine, Davide ha tensione vibrante, come arco teso pronto a scoccare, solo nel duello con Golia; finito il quale, si depotenzia quel brivido per vivere egli il quotidiano, scrivere i salmi, brigare a fa uccidere in battaglia il martio della sua concubina, amministrare lo stato.
Succede lo stesso a Maffia: sentendosi alla pari con il dio che ha sfidato, subentra ora la normalità, nemica certo, meno gigantesca del dio, più subdola, che ti scarnifica momento per momento, prosciugandoti ogni energia come una febbricola continua e non più il febbrone da cavallo, allorché si combatteva con il divino.
Del resto, lo stesso Dio con cui ha combattuto forse non è più lo stesso: sicuro, invincibile, terribile infallibile. Guardando il mondo come va, con le guerre assurde (che Maffia cita nella silloge) di questi terribili momenti dell’umanità, qualche dubbio ha anch’Egli circa la sua creatura: forse vorrebbe tornare a quel primigenio fiat e modellare diversamente questo Adamo e la sua discendenza, o non crearlo addirittura. Maffia qualcosa del genere lo fa intuire trattando il mito di Pigmalione e Galatea.
Volendo, i luoghi di osservazione sono ancora tanti.
Compreso la stessa “modalità” del guardare, cioè lo stile e la compresenza di ciò che prima era tabù in poesia: il brutto, il quotidiano, che già Maffia ha sdoganato in opere precedenti (uno dei pochi ad attualizzare l’estetica di Hegel).
E poi, la riproposizione di un atteggiamento “surreale” già sperimentato nelle opere poetiche in dialetto, o in “Caro Baudelaire” o nella citata biblioteca di Alessandria.
Che sia chiaro, però: è un atteggiamento “surreale” diverso dal quello metafisico di Borges, più vicino per esempio a Lorca (“una balena cammina sulla ringhiera, fa le boccacce”).
In sostanza, consiste nella sapienza di cambiare ritmo, disposizione delle parole, visitazioni di spazi e circostanze inusuali, dando vita e sentimenti umani anche alle cose più opache e tu ti accorgi che ti senti in un mondo non tuo, straniero, che pur ti affascina. È la fine del tutto comprendere, della razionalità imperante, per dare spazio a grovigli interiori, aspetti magmatici, che danno anche “democraticità” alla poesia, non più espressione della norma assoluta che salva, ma che considera i miserabili, gli sconfitti, le frattaglie, portando questo mondo sotterraneo alla ribalta.
È come dopo la singolarità del viaggio di Ulisse, basato sulla ragione, o di Abramo, che è espressione di fede, l’accamparsi della triste figura di don Chisciotte , il suo quotidiano, il buon senso ma anche l’egoismo dello scudiero, le fisime del cavaliere errante, i suoi mulini a vento. Non più eroi, come Bucefalo di Alessandro magno, o il cavallo di Napoleone: un malandato Ronzinante e un asino!
Infine, altra prospettiva di guardare è il volutamente ignorare tutto ciò che si vede, dalla collina di Jena: il famoso argumentum ex silentio.
In questa magistrale silloge di Maffia c’è tutto il mondo occidentale, dalla classicità (Omero, Saffo, Eraclito, Seneca, Platone) fino alla degenerazione non solo come decadenza di scrittura ( Eco, Baricco, Camilleri) ma anche come spiritualità (la chiesa nella sua chiusura e egoismo mentale e coercizione delle coscienza, non quella della spiritualità degli” eretici” o dei monasteri) l’Europa che abdica al suo ruolo di guida ritornando , etimologicamente, ad essere tramonto, da alba che era stata con il pensiero classico, con il pensiero medioevale (quadrivio, Federico secondo).
Ciò sta a significare che altre grandi sillogi dobbiamo aspettarci da Maffia che ci parlino del mondo orientale, delle Americhe, dell’Islam, ecc.
Per avere un’antologia compiuta della creatività umana, in tutti i tempi (anche futuri) e le latitudini.
Come anche aspettarci rivisitazioni più ampie del personale vissuto: l’infanzia (la sezione “la vispa Teresa”, con tutta la pedagogia annessa) e il rapporto padre-figlio (che naturalmente vale anche per la madre) in quel rapporto che può sembrare “surreale”: il padre morto giovane, che resta sempre “ più vecchio” rispetto al figlio nei suoi anni; ma che anche si fa “figlio” nello scorrere del tempo, per ricongiungere negli affetti più cari, nella “figliolanza”( Aristotele diceva che era il modo per prolungarsi nel tempo) questo congiungersi di inizio e fine, per non morire mai “Per questo gli uomini muoiono, perché non sanno congiungersi a inizio e a fine” (Alcmeone da Crotone).
Giuseppe Bova –
Dante Maffia è una presenza troppo ingombrante, difficile da seguire, e quindi mi sono avvicinato ai suoi libri di tanto in tanto e devo dire che sono rimasto sempre affascinato dalla sua irruenza, dal suo fiato caldo, anche dall’imprudenza del suo dire che è libertà assoluta senza badare se qualcuno di quelli che lui considera dilettanti o mafiosi si possa offendere e reagire in malo modo.
Ha sempre ripetuto, che uno dei suoi maestri, Jorge Luis Borges, ha scritto che la poesia può avere un senso se è pienezza di libertà, parola che non deve dare conto se non alla propria responsabilità etica, estetica, umana e visionaria.
In un libro del 1969, “Il segno vivente”, Antonino Pagliaro, che è stato ordinario di glottologia alla Sapienza di Roma, in una pagina intitolata “Primato della poesia”, dice: “Carattere della poesia, come di ogni altra arte, è quello di realizzarsi in valori reali, eidetici, i quali, in quanto tempo vissuto, si pongono fuori del tempo strutturato, e in quanto hanno possibilità d’essere attuali come vita vissuta, sono universali (Qui si usa il termine ‘eidetico’ nel senso di forma interna, vita dell’individuale colta nel ritmo particolare che la definisce”.
Non vi sembra una sorta di prefazione al libro di Maffia da aggiungere a quella di Rondoni che ha colto altri aspetti di queste pagine “rumorose”, “scomode”, spesso “irritanti”? che evidenziano comunque la portata poetica e culturale di questo autore che è forse lo tsunami più bollente e vigoroso della letteratura degli ultimi anni, quello che ha saputo contemperare passato, presente e stavo per dire futuro?
In questo libro ho percepito un’ansia di possesso del mondo che mi ha fatto quasi paura. È come se il demone campanelliano, che Maffia ha vissuto a lungo studiando come un dannato Tommaso Campanella, avesse ritrovato consenso, appena uscito dal carcere, e volesse recuperare gli anni vissuti in solitudine.
Ma si tratta di sensazioni; quel che però il poeta affronta non è mai svincolato da ciò che è accaduto nel mondo greco e latino, da ciò che è accaduto, più di recente, nell’oriente giapponese, da ciò che vibra e cammina indifferente nel mondo attuale. Egli è onnipresente e sempre teso a misurare la profondità, la dilatazione del passaggio della vita nelle intemperie perenni.
Da qui l’impennarsi spesso dei versi in altitudini di metafore quasi imprendibili, in invenzioni poetiche che sfiorano il surrealismo e si aprono a connessioni impensabili come i fuochi d’artificio.
Non è recitata e scannerizzata la storia del mondo, ma il mondo c’è nelle sfumature, negli echi, nelle risonanze che con una inquietudine lirica davvero sorprendente coglie l’essenza del fluire del tempo e ne dà la consistenza disumana, la deriva, lo stato d’impotenza di fronte alla sua sordità e alla sua cecità.
È un argomento che ritorna ciclicamente nelle opere di Maffia, che lo assilla, che lo inquieta e lo rende sempre più soldato ferito, che però non s’arrende.
Gli ascendenti? Per fare un gioco letterario? Arthur Rimbaud, Antonino Artaud? O forse Louis-Ferdinand Céline? Ha importanza? Importante è vivere questa poesia con una adesione totale in modo da poterne godere gli affondi nelle verità sublimi che squarciano la realtà e fanno vedere che cosa sta dietro la forma in balia del tempo. Non è poca cosa.
La poesia porta fermenti all’anima, a accende i fuochi del dubbio. Maffia è un creatore di dubbi malefico, altamente incendiario, perciò leggere “Singhiozzi di carta” è come entrare nel laboratorio di un pazzo che intende verificare che cosa è la realtà, che significato ha vivere, se Dio esiste e perché, se l’amore è davvero resurrezione dall’informale alla forma celeste e tesa alla congiunzione divina. È molte altre cose, e il poeta non desiste dal combattimento utilizzando, e qui Maffia diventa Maestro con la maiuscola, uno scintillio di magie che tentano di diventare seme, anzi devono diventare seme per andare verso il futuro.
Un libro che toglie il respiro, cha reclama l’innocenza della Parola, dell’amore, del canto, e si scaglia contro i soprusi, ma senza mai diventare predica o sfiorare la retorica che in casi simili è pronta ad esibirsi.
La poesia di Maffia è limpida, aperta alla verità, mai didascalica però, mai nel groviglio del nonsenso, ed è per questo che riesce a rubare all’invisibile un granello di luce, una goccia di miele, come direbbe Rainer Maria Rilke.