PRESENTAZIONE

La scena del mondo nella Poesia di Livio Bottani torna a essere l’orizzonte degli eventi sia umani sia cosmici, con una progressiva evanescenza dell’Io poetico, le cui insistenti peregrinazioni hanno caratterizzato la poesia del Novecento e hanno invaso come alghe asfissianti anche i poeti del nuovo Millennio, per cui sappiamo di ognuno di loro come sorbisca il caffè alla mattina, quali calzini indossi, se sia omofilo od omofobo, se si sposti in treno o con l’automobile, se soffra di emorroidi o se patisca altri malanni, più o meno pestiferi. A tutti noi contemporanei è toccato per viatico una bisaccia poetica da ebreo errante: una poesia che è tipica dei “poeti senza cielo”, come è stata brillantemente definita dallo scrittore Menotti Lerro. Il cielo, per i Poeti, ha da sempre svolto la metafora del sentimento di comunità, di cui la Luna e il Sole sono i due massimi simboli rappresentativi. Due innamorati, separati momentaneamente dalla distanza fra loro, si danno il comune appuntamento in un’ora della notte a osservare la Luna per collimare l’unione dei loro sguardi sull’identico obbiettivo. Similmente, i poeti hanno sempre individuato tante differenti nozioni di cielo da offrire alla comunità come approdo di osservazione su cui collimare la vista, e ne hanno descritto le emozioni e i sentimenti. Nasce in tal modo l’educazione all’alto sentire della poesia: indicato dal poeta, c’è sempre un cielo che sovrasta il destino condiviso da tutti gli uomini e su di esso il poeta esprime la gioia e il dolore di uomo consapevole della sua brevità. Quando questo cie­lo diventa il tran tran quotidiano dell’intimità, diviene quasi impossibile fondere nobilmente il proprio sguardo con altri, rivolgendolo alle pudenda altrui. Per il lettore non resta altra scelta che quella di adeguarsi al chiacchiericcio da comare, fatto di curiosità e pettegolezzo. La poesia esprime allora l’opzione per un cielo basso, quello contenuto nella stanza del cantante innamorato della sua bella, sarà al massimo il cielo dell’alcova e forse neppure quello, che già sarebbe il sogno fantastico di mille e una notte. Tuttavia, fino dall’antichità siamo abituati alla ricostruzione in chiave poetica di un’autobiografia per capisaldi emotivi, come hanno insegnato i Neoteroi, massime Catullo, nonché i poeti satirici, magistralmente Orazio, e non solo loro. Anche Livio Bottani, fra le svariate sponde dei suoi diversificati continenti poetici, presenta un arcipelago di cosiddetta autobiografia poetica, nella quale si evidenziano ricordanze di carattere leopardiano circa la superficialità dei rapporti non intensi trattenuti con i genitori, ma anche il percorso di formazione tra montagne di libri, e il magistero ricevuto da più di un mentore. Non è data notizia di pudenda confessate con il compiacimento di esibire l’intimità domestica, anche se non si nega qualche accenno al chagrin d’amour dure toute une vie ovvero al plaisir ne dure qu’un moment, come bene insegna l’antica romanza di fine Settecento.
Il canto elegiaco come anche il dramma lirico non sono le corde più consone al nostro Poeta, il quale principalmente, per non dire in totale esclusività, punta a una poesia di asciuttezza emotiva, orientata alla costruzione logica di un’esposizione realistica. Per Livio Bottani la fantasia del poeta non risiede nella fuga ariostesca dal mondo attraverso il viaggio lunare, ma piuttosto consiste nel genio creativo del segugio che si mette sulle orme delle verità nascoste e tenta in tutti modi di distinguere e separare il grano dal loglio, il vero dal falso, il reale dall’inganno. Se immaginassimo il tempio della poesia, nel caso di Bottani la fiamma luminosa da mantenere sempre accesa non sarebbe rappresentata dalla fede nel divino bensì dall’esercizio della ragione uma­na, e quest’ultima poggerebbe sulla concezione galileiana del mondo moderno, sostanzialmente sul riscontro dell’esperienza empirica anziché sul ragionamento teorico. Tuttavia, l’arte della parola diviene lo strumento indispensabile della comunicazione e della trasmissione delle notizie del mondo, per cui il pensiero non può divenire fecondo se non venga deposto, come seme di grano, in un buon terreno che lo fruttifichi, in modo da renderlo divulgabile ed edibile. La metafora del terreno fecondo è rappresentata dalla poesia, che è la forma più ricca di possibilità espressive e immaginative del pensiero. Ne deriva che l’endiadi di fondamento dell’intero mondo di Bottani diviene l’azione coordinata della conoscenza e della poesia, per dirla in due parole, poesia e filosofia, coniugazioni di pensieri fra loro palindrome, che possono essere lette anche in modo inverso, tanto per estroflettere la formula leopardiana di pensiero poetante, che ispira lo Zibaldone, probabilmente la più alta opera poetica concepita all’interno della cultura occidentale, dagli albori della nostra civiltà, fino grosso modo ai tempi contemporanei, scritta in forma aperta e non già nelle forme chiuse della metrica tradizionale. Tito Lucrezio Caro, invece, ai tempi di Cicerone, aveva usato la forma chiusa degli esametri latini, per edificare in poesia il suo impareggiabile monumento letterario eretto al sapere, il De rerum natura, sulla scorta del pensiero filosofico di Epicuro: trionfo della ragione e diffidenza per non dire orrore verso la religione che arriva a compiere spaventosi misfatti contro la pietas umana, come l’orribile sacrificio di Ifigenia per propiziare l’esito favorevole della guerra di Troia; ragionata consapevolezza dell’inesistenza di un Ade oltre i limiti biologici della vita e dell’impossibilità della sopravvivenza dell’anima incorporea dopo la morte biologica del corpo; scopo predominante, per non dire unico, del poeta Lucrezio è la ricerca della verità e la rappresentazione della realtà.
Bottani, dunque, tratteggia un arco pontefice che sopravanza anche i duemila e cento anni che lo separano da Lucrezio, per arrivare fino ai duemila e cinquecento che lo congiungono a Socrate e Platone, alla teoria idealistica del Mondo delle idee e alla successiva ripresa del concetto dell’Uno in Plotino, con la diffusione del neoplatonismo, che, attraverso un percorso di vicende intellettuali sia religiose sia laiche, ispira anche alcuni filosofi moderni. Tuttavia, in Bottani, questa eco di rammemorazioni filosofiche del passato, è presente come affezione memoriale dell’antico come eravamo, anche dovuta alla sua professione di studioso e di professore universitario: è una forma di benevolo sentimento di derivazione reso agli antenati, come lo è la riverente citazione offerta a La Nuova Scienza di Giambattista Vico. L’orientamento di Bottani, però, è tutto il contrario del Mondo delle idee caro ai filosofi idealisti: per lui, conta solo la verità e la realtà, come era già per Lucrezio. La verità è data dall’indagine sul cam­po dell’esistente; la realtà è data dalla materia e dall’energia che invade lo spazio infinito in cui l’universo decade progressivamente. Verità e realtà sono espresse dalla parola del poeta. Quest’ultimo recita il suo copio­ne come un istrione che agisca solo per dare vita al suo linguaggio, cioè per offrire il frutto proveniente dal seme che ha coltivato: non soffre nascondimenti, impedimenti, inganni o leziose speculazioni ed esibizioni personali. Vi sono almeno due parole che, unite insieme, rappresentano la chiave di violino del linguaggio poetico di Bottani. La prima parola è rune, i primi segni crittografici della scrittura inventati dall’uomo. La seconda parola è restanza, la determinazione di rimanere sul pezzo a oltranza.
La prima consapevolezza consiste nell’accettazione crudele e ineliminabile della fine di tutto. La morte è la livella che ci rende uguali nella scomparsa. Ogni consolazione nella fede di un post mortem, è un inganno che conduce alle più imprevedibili speculazioni. Bottani dimostra di conoscere le ultime conquiste della scienza astrofisica. Il Sole esploderà tra circa cinque miliardi e mezzo di anni: se ancora esisteranno i pianeti del sistema solare, verranno inghiottiti dall’ultima palla di fuoco dell’esplosione solare. L’intero cosmo esiste dal Big Bang iniziale datato a più di tredici miliardi di anni or sono, ed è in continua espansione, con una perdita entropica di materia e di energia che si proietta sempre più verso il nulla. Secondo la maggior parte de­gli scienziati, il cosmo avrebbe già consumato un terzo dell’energia che tiene compattata in sé la materia. Tuttavia, continuando l’espansione del cosmo nel nulla, tra circa altri trenta miliardi di anni l’energia rimasta non sarà più sufficiente a costipare la materia diffusasi nel vuoto: si verificherà la polverizzazione di tutta la materia che esiste. Però, va detto che questo finale di partita è ancora da giocare. Forse, gli scienziati non conoscono a menadito tutte le regole del gioco cosmico, perché non sanno cosa siano la materia oscura e l’energia oscura. Pertanto, il linguaggio scientifico adopera queste attribuzioni poetiche di “oscurità”, proprio perché nessun scienziato sa esprimere con pensiero piano e logico la realtà delle cose, ed ecco che si adopera il linguaggio usato dai bestioni insensati immaginati da Giambattista Vico, evocati per altro con affettuosa ironia da Bottani. Non siamo forse anche noi bestioni insensati? Non scolpiamo anche noi l’equivalente delle rune nella pietra, destinata a polverizzarsi con noi stessi, quando sarà arrivato il momento? Dunque, potremmo porci il grande interrogativo formulato da Lenin: Che fare? Il nostro Poeta risponde: “si fa restanza, sempre e comunque”.
Livio Bottani ha inteso dare una struttura alla sua opera di poesia Alchimie di ricomposizione e l’ha divisa in nove parti differenti. Il raggruppamento dei testi in sezioni distinte è realizzato perseguendo l’affinità dei contenuti, e non già seguendo i criteri cronologici di ideazione. Di conseguenza, l’opera assume un carattere più vicino alla trattazione resa nei trattati organici, e si allontana da quella del diario filosofale tipico del già citato Zibaldone di Leopardi, semmai si avvicina di più ai sei libri del De rerum natura. Tuttavia, non bisogna andare alla ricerca di precedenti letterari, perché Livio Bottani è un autore che non ha seguito alcun modello predeterminato. Possiamo essere noi, invece, come lettori e in chiave critica, a volere studiare delle analogie o dei paralleli, perché ogni libro è autonomamente rivissuto e reinventato da chi lo leg­ge. Semmai, si può dire che egli ha sviluppato una consustanziazione di poesia & filosofia del tutto originale rispetto alla poesia che si scrive in questi anni, per non parlare poi dei moderni saggi di filosofia. Il libro di Bottani contiene molti riferimenti ad autori sia contemporanei sia dei tempi passati, anche dell’antichità, quantunque, nessun omaggio reso ad altri scrittori configuri un debito ideativo, ma consista in una sincera quanto occasionale compiacenza di solidarietà intellettiva.
Si è detto che la ragione rappresenta il centro di gravità permanente del pensiero di Bottani. Bisogna aggiungere che sono infinite in natura e più in generale nel cosmo le occasioni di sospensione della forza di gravità. Fuori di metafora, rimane vivo nel poeta il fascino dell’irragionevolezza e delle illusioni foscoliane. Basti leggere a tale proposito La caduta delle illusioni. Più in generale conviene citare un autore, che certamente fa parte delle letture del Nostro, precisamente Walt Whitman, il qual scrive con convinzione “Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono vasto, posseggo le moltitudini”. La contraddizione, se consapevole e ragionata, non è mai un atto di ignoranza, ma al contrario è un elemento di ricchezza intellettiva; è un equilibrismo fra i dubbi e le prigioni della ragione, di cui ogni grande autore è più che consapevole. Vale citare ancora una volta Leopardi, il poeta filosofo di maggior lustro, che scrive nello Zibaldone: “La ragione è nemica di ogni grandezza, la ragione è nemica della natura”. Dunque, il lettore attento rivelerà anche l’uso misurato e accorto della contraddizione e il ricorso all’irragionevolezza del pensiero poetico che Livio Bottani testimonia in più occasioni volute e riccamente esposte nella sua opera.

La prima sezione del libro si intitola Sulla realtà ed è un ricco compendio tra il mito, la realtà, le vite immaginarie, la realtà virtuale, il mito della bellezza e l’illusione del Principe Miskin di Dostoevskij, dove si leggerà che al posto della bellezza l’azione salvifica sarà svolta dalla bontà e dall’amore, con la riserva mentale, a ogni buon conto, che l’amore sviluppa una resistenza debole, parallela al pensiero debole del filosofo Gianteresio Vattimo. Bottani svolge il tema che per possedere una visione ricca del reale abbiamo bisogno anche dei sogni, come abbiamo bisogno di sviluppare la restanza, concetto che ritroviamo anche in Vito Neti, Un’antropologia del restare. L’arsura della felicità è il dramma reale di ogni essere umano: si legga al riguardo Candela, Felicità, Felici e scontenti e altri testi.
La seconda sezione del libro si intitola Poesia e parola e contiene una dinamica critica della funzione svolta dai giovani poeti contemporanei, che sono dispersi nell’oblio prima ancora di essere celebrati: come la neve al sol si disigilla / così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla, tal si legge nel Canto XXXIII del Paradiso. È da segnalare la poesia Pierrot lunare, che definisce le caratteristiche di una scrittura aperta e di una mente sottile e acuta. La figura del poe­ta è presentato come accumulatore di smeraldi: il suo obbiettivo consiste nel legare l’attimo all’eterno. Bottani sottolinea l’importanza della solitudine, anche in chiave autobiografica, benché procuri una metamorfosi restrittiva nei rapporti di socialità e non solo in quelli. Di fondamentale importanza è il testo Credersi poeti, in cui ci si chiede se i poeti illuminano o al contrario oscurano la realtà del mondo. Similmente, il Nostro si chiede quali siano le grazie e i difetti della poesia in La poesia e la chiacchiera, Preghiera, Eroi della scimmia; per poi arrivare alle espressioni d’apice della poesia, nel poemetto Musica e ricomposizione, come ani­ma del mondo, come intelligenza del profondo, simile alla musica e alla matematica. Testi fondamentali sono Nutrire dubbi sugli dei e gli spunti divini e Ricomporre l’infranto: “La musica e la poesia fanno parte delle modalità ricompositive, / che tentano di confinare il male e la violenza universali / in limiti che rispettino il bene degli umani e la preservazione del cosmo / dando speranza e aprendo prospettive di una salvezza agapica”. In Cose semplici, invece, il Poeta sostiene quanto sarebbe importante sapere poetare anche con le cose semplici, e al riguardo si legga JaJo. La sezione finisce con Il poeta di Kolyma, il terribile lager staliniano costruito unicamente per la ricerca dell’oro, con citazione de I racconti di Kolyma di Varlam Tichonovic Šalamov. Va detto che tutta la sezione, come avviene anche in altre del libro, è scritta adottando una sorta di “io-diviso”, cioè una serie di eteronimi di sé stesso che ricorda l’invenzione di Fernando Pessoa, con un ortonimo di privilegio, che emerge nel medaglione Volontà di bene, dedicato a Marina Cvetaeva.
La terza sezione del libro si intitola Mementi-Rammendi, in cui si apprende che in età adolescenziale il Nostro si è applicato con diletto alla danza. Seguono momenti autentici ricostruiti per episodi e per periodi di vita, che danno conto degli svaghi, le passioni, gli studi, gli impegni e anche i sogni e gli amori che compongono la realtà del vissuto, per arrivare poi al testo conclusivo Liberati dal morire, che richiama alla mente la vicenda mitologica del re Mida e del sapiente Sileno: Mida chiede a Sileno cosa è meglio per l’uomo e Sileno risponde “Non essere mai nato”. La poesia è dedicata all’amico scrittore del Poeta, Franco Di Giorgi, autore del dramma in tre atti Giò. Un Giobbe dei nostri tempi, del 2021.
La quarta sezione si intitola Male e imperfezione, e appare tra le parti più significative del pensiero filosofico di Bottani, già dal secondo testo, Il male, in cui si sostiene che abbiamo elaborato una cultura nella quale il male è un fondamento costitutivo. Nel testo Il male e la restanza il Poeta afferma che occorre sempre mantenere testimonianza del male compiuto e di chi lo ha causato: il principio della restanza deve divenire granitico. Nel testo Forse si assiste a una delle non poche contraddizioni volutamente e consapevolmente sviluppate dal Poeta per riuscire a rappresentare la realtà del mondo in cui viviamo, nel quale la contraddizione non solo esiste, ma anzi rappresenta un valore. Poche pagine prima, in Liberati dal morire, il Poeta sostiene che non vi è nulla dopo la nostra morte. Ecco che in Forse egli adombra la possibilità che vi sia un barlume oltre la morte. Il Poeta chiama anche in causa Ferdinand Bardamu, il protagonista descritto da Ferdinand Céline in chiave autobiografica nel romanzo Viaggio al termine della notte. L’importanza della “versione opposta” è valorizzata nel testo Apprezzare le contraddizioni. Vi sono contenute poesie che riguardano la storia dell’umanità, come Cigni neri, e gli eventi futuribili che potrebbero accadere, come Stella scura, pur nell’inconoscibilità della nostra destinazione, si legga Siamo mistero, ma nella certezza di dovere essere alacri e laboriosi, si legga A che serve, e molti altri testi corollari che sviluppano la dialettica sui destini dell’umanità, con una forte attenzione alle attività ecologiche di valorizzazione dell’ambiente, in particolare spicca l’elegia delle api, “angeli senza pungolo”.
La quinta sezione si intitola Ceneri e memoria e svolge la tematica dei dannati della Terra, che latu sensu, in base al verdetto già citato di Seleno, potrebbero essere tutti gli esseri umani, in quanto sperimentano la consapevolezza di dovere morire nell’inevitabile sofferenza dell’estinzione, ma lo sono ancora di più coloro ai quali è toccato un acceleramento del processo di riduzione in cenere, sovente causato dal male prodotto da altri uomini, per chi si trova sul posto sbagliato (si legga Ancora ceneri anche oggi), per chi è vittima di persecuzioni politico-ideologiche (si legga Ka-Zet, Ritorno, Mazel tov dicasi “buona fortuna”, nel senso che nel patire il genocidio nazista “Non ebbero fortuna i selezionati / ma quanto fu meglio restar vi­vi?”). Tocca alla memoria comporre l’alchimia della re­stanza e mantenere la presenza al di là della morte: dunque, qualche barlume c’è. Il tema della Memoria e oblio è centrale nel pensiero filosofico di Livio Bottani, che ha già pubblicato un libro di Poesia esattamente con quel titolo. Assumono la centralità del discorso poetico il genocidio degli ebrei, avvenuto circa ottanta anni or sono, e la morte per mare di migliaia di emigranti extracomunitari, nel tempo attuale, divenuti cibo per pesci e capitoli di obbrobriosa storia contemporanea, che evocano nel Poeta il ricordo dell’affondamento della fregata francese Meduse, celebrata nella famosa tela di Théodor Géricault. A essi si contrappone, nella logica della contraddizione, Il viaggio di Enea e l’ospitale accoglienza ricevuta dall’Eroe troiano in Lazio. In Ostinazione il Poeta pronuncia l’esortazione a mantenere la testimonianza delle vittime innocenti della violenza umana. A loro sono successivamente accostate le vittime del mondo animale, che non hanno alcuna voce da contrapporre alla violenza umana, come si legge in Mattanze e in Armageddon.
La sesta sezione si chiama Alchimie di sopravvivenza e in parte è costituita da una testimonianza dei casi di scoramento, delusione e sconforto che la vita procura, e che possono condurre fino a una sfibrante nevrosi di fallimento. Per altra parte, secondo la logica riscontrata della contraddizione che può condurre a elaborare delle tecniche di resistenza e di restanza all’invincibile erosione del tempo, vi è un’esortazione ad Accettare le ferite e a esercitare La pazienza: quest’ultima è una poesia esemplare che andrebbe letta in contrapposizione dialogica con Palpiti.
La settima sezione si intitola Tecnica e scienza ed è caratterizzata da un allarme per il prevalere di un cultura tecnicista e mercatistica rispetto alla scienza tradizionale incentrata sul rispetto dell’uomo. Nel contempo il Poeta si rende paladino della lotta all’oscurantismo scientifico, al negazionismo della pandemia, che conduce a dimenticare il dolore disumano di chi è stato condannato a morire, divorato dal Covid, senza potere avere l’ultimo conforto dei suoi familiari, come leggiamo in Negazionismo e pandemia. Il rischio del revanscismo reazionario è al centro della tematica sociale e politica sviluppata da Livio Bottani, tra ambiguità degli scienziati moderni, illusioni di procurarsi un prolungamento indefinito della vita, boriose crociate a favore dei detrattori delle diversità e a vantaggio dell’omologazione integrale, influenze deleterie dei demi-savant: un ibrido di condizioni di dispersione e di annullamento dei valori culturali che finisce per causare le concause deleterie dell’imbarbarimento civile con lo Scimmiottare rivoluzioni e le Corse agli armamenti.
L’ottava sezione si chiama Sul credere, consiste in una trattazione sulla natura, i pericoli, le lusinghe dei patrimoni ideologici che accompagnano l’umanità, con considerazioni principalmente rivolte all’epoca moderna e contemporanea. Come premessa introduttiva, il testo Ciò in cui si crede chiarisce la liceità di credere in ciò che si vuole, ma mette in guardia sul fatto che nessuna fede può disvelare una verità assoluta tale da non potere essere facilmente contraddetta. Ne deriva che, in tema di fede, il migliore atteggiamento possibile diviene quello della satira, come si legge in Viva la satira, in particolare modo rivolto come omaggio e difesa agli autori che hanno svolto opera di disincanto delle credenze religiose con soluzioni tipiche delle barbarie medievali, come ha messo in luce lo scrittore indiano Salman Rushdie con il libro Versi satanici. Il Poeta dedica molti testi ai rischi sociali e politici che comportano il radicalismo e fondamentalismo religioso in fedi che esortano alla guerra santa contro gli infedeli e ricostruisce l’immagine che viene elaborata del divinum, impersonificato in Il dio geloso, di cui afferma che La sua figura pare quella di un gradasso. Non manca la ricostruzione storica delle origini della fede maomettana nel testo fondamentale, di ampia documentazione, riflessione e commento, denominato Storie di un monoteismo e del suo Profeta, realizzato in sei parti di svolgimento. La sezione si conclude con testi esplicativi e documentativi della violenza predicata e praticata dai fondamentalisti islamici.
La nona sezione si intitola Sulla coscienza e svolge una indagine poetica di riepilogo e di rendicontazione del viaggio di anabasi condotto per l’intero libro. Essa si apre con una critica di fondo alla grande scoperta e valorizzazione del tardo romanticismo, cioè all’individualismo e alla costruzione del mito dell’Io. Il Poeta sostiene che il destino non esiste come prescrizione aprioristica per nessuno, ma che poco per volta viene a configurarsi come decantazione degli eventi e delle scelte che si manifestano. In Riserve di soprannaturalità Bottani dice chiaramente che noi siamo fenomeni avventizi e che rappresentiamo un esubero numerico, la nostra mente è frastornata da Allucinazioni e illusioni, ma il linguaggio poetico compie una magia nel volteggio a Gluglu senza controllo del balenio delle nostre idee. Il nostro assillo è il pensiero della morte, che noi dovremmo essere capaci di superare elaborando una Coscienza che si radica sulla materia delle cose, mentre invece manifestiamo una Ribellione neuronica che ci conduce a inventare e a spiegare o idealizzare l’arcano. Amiamo aspirare alla felicità assoluta, che non abbia alcuna falla Davanti agli occhi e vorremmo Salvare il mondo, pur sapendo che è impossibile farlo. Alla fine, ci arrabattiamo nella nostra Vanagloria delle tracce: nessuno sfugge alla vanità. Infine, rimaniamo ipnotizzati dal fascino irrisolvibile degli enigmi irrisolti che giacciono nel profondo del mondo, fino ad avere il Cervello in pappa: tutto gira a vuoto, torpido e senza costrutto. L’ultimo omaggio che il Poeta rende spetta a L’intelligenza, che è “tutto quanto evidenzi di capire, sentire, giudicare e volere”.

Alchimie di ricomposizione è la rappresentazione dello stato di necessità in cui versa la cultura occidentale, nell’attuale periodo post-pandemico, con particolare riguardo alla condizione dell’Italia, che è un Paese significativamente bello quanto fragile e influenzabile da eventi radicali e da cambiamenti drammatici. Livio Bottani espone con chiarezza la condizione di frantumazione sia della logica ordinaria sia delle elaborazioni complesse del pensiero scientifico e di quello filosofico umanistico. L’immagine che risulta è quella di una nave che si trova con un carico flottante dentro la stiva, non stabilmente ancorato alle pareti. Ciò avviene nel momento in cui ci si rende conto che la nave potrebbe affrontare un’immanente tempesta, quale il perdurare della pandemia congiuntamente al protrarsi della guerra in atto all’interno dell’Europa originata dal revanscismo russo di ampliamento dei suoi attuali confini territoriali. Livio Bottani denuncia subito quali siano i maggiori pericoli da cui guardarsi: il ritorno dell’eterno uguale nietzschiano, con la ricostituzione di organizzazioni neo fasciste e neo naziste da una parte contrapposte al consolidamento su scala mondiale di un’alleanza di Paesi guidati da dittature comuniste. In una simile situazione ciò che soffrirebbe di più sarebbe ancora una volta la cultura nella sua generalità, come luce della ragione capace di rendere l’uomo libero dai suoi fantasmi grazie al perseguimento della verità e della realtà. Un poeta non è il politico che elabori il piano programmatico da seguire per mettere a posto le cose. Diciamolo in metafora: non tocca al poeta ancorare il carico nella stiva e affrontare nel migliore dei modi il fortunale che si presenta, senza fare la fine della fregata francese Meduse. Bottani si limita a raccontare e descrivere i suoi sogni e i suoi incubi di studioso e di letterato, e ce n’è ben d’avanzo per tutti onde trarne i suggerimenti per un’alchimia di ricomposizione della nostra fase storica.

Sandro Gros-Pietro