Prefazione

Giuseppe Oreto – adesso alla sua terza, ben meditata raccolta, composta in un arco di tempo di quindici anni, dopo Figure ombre bagliori del 2011 e Le voci del cuore dell’anno seguente – è un cardiologo noto e ap­prezzato, medico e docente insieme, autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra cui due manuali adottati in quasi tutte le Università italiane. Sarebbe però un errore credere che per lui la poesia sia un’occasione di svago, di distrazione o divertissement nell’accezione pa­scaliana del termine, in cui scaricare le pulsioni e le tensioni del duro lavoro quotidiano. Essa è invece un’attività estremamente seria, perché esige il «coeur mis à nu», secondo la felice intuizione di Baudelaire, una capacità, che è di pochi, di mettersi in gioco senza reticenze o finzioni. Specialmente se si tratta di poesia autobiografica e per di più di contenuto amoroso, la quale impone un controllo vigile e prudente perché l’urgenza emozionale non cada nell’intenerimento elegiaco o, peggio, nel sentimentalismo patetico. Vi sono (anzi vi devono essere) zone d’ombre da colmare, silenzi da interpretare da parte del lettore, il quale è chiamato a interagire con l’autore e a non limitarsi a una lettura superficiale e passiva:

 
Leggere poesia, in fondo, è quasi
analizzare un mondo inesplorato
con la lente, per coglierne i segreti.
(Leggere poesia)
 
Segreti che non è facile «cogliere» perché la poesia è un’«armonia irraggiungibile», una ricerca sofferta, raramente coronata dal successo, se è vero che «i versi più felici / sono quelli non scritti» (Versi non scritti, in Figure…). Da questa altissima concezione derivano, in Oreto, un atteggiamento di umiltà che costituisce il tratto distintivo della sua personalità umana e poetica e, sul piano compositivo, un lavoro minuzioso di correzione, attestato dalle infinite stesure, con una ossessione quasi maniacale per l’esattezza del dettaglio minuto.
Si nasca poeti o lo si diventi, non basta la predisposizione naturale: la poesia richiede un lungo e severo tirocinio, uno studio rigoroso di coloro che ci hanno preceduto o che ci sono compagni di viaggio, per apprendere quella che il poeta latino Orazio definiva l’ars, vale a dire la tecnica, il “mestiere”. Si può, anzi occorre essere critici con la tradizione. Nel primo Novecento, per portare solo un esempio, alla metrica canonica si sostituisce il verso libero, ma, per trasgredire le regole, bisogna prima conoscerle, così come per possedere un timbro proprio, inconfondibile, bisogna avere “attraversato” (il termine è di Montale) i maestri del passato. È così che Oreto, in molti anni di continuo lavoro, acquisisce una buona padronanza della poesia moderna e contemporanea italiana (tralasciamo per il momento quella straniera): da Quasimodo, la cui influenza agisce in profondità e si avverte anche in superficie, a Montale e Ungaretti, da Saba a Luzi e a Caproni, dai conterranei Piccolo e Cattafi, da tutti egli ha imparato qualcosa, assorbendone la lezione e echeggiandone qua e là moduli e stilemi. Anche dal punto di vista metrico. Se infatti, in Figure, ombre bagliori Oreto aveva pubblicato sonetti d’impeccabile fattura, ora utilizza quasi soltanto l’endecasillabo sciolto, di cui sfrutta le potenzialità ritmiche, dilatandone il respiro con l’uso sapiente dell’enjambement, ma non disdegna il settenario, il novenario e i versi alessandrini e fa ricorso anche al verso libero, quando vuole ot­tenere singolari effetti espressivi.
Due sono i nuclei tematici intorno a cui la nuova raccolta si organizza e si articola, che formavano già l’ossatura della prima, ma qui certamente con un più alto grado di maturazione e di rielaborazione: l’amore per la Domina Donna Dono, protagonista della sezione introduttiva ed eponima, ma presente anche nelle altre, e la passione per la poesia, che informa e caratterizza soprattutto le composizioni de L’anima delle cose. Motivi in­terdipendenti e complementari, al punto che non si sa­prebbe immaginare l’uno senza l’altro. Di questa feconda interazione è consapevole il poeta stesso che nel testo di apertura, La voce, scrive:
 
Apparse sulla pagina, le sillabe
tintinnano argentine, ma si smorza
subito il suono e ammutolisce il verso.
Soltanto tu puoi ridargli la voce
se lo ami e gli sorridi leggendolo.
 
Donde si deduce la subordinazione della poesia al sentimento amoroso, da cui essa trae alimento e ispirazione, mentre nel testo conclusivo, Desiderio, i due temi confluiscono in uno solo:
 
Concentrare tutte le parole
di questo libro in una sola: tu.
 
Il «tu» del penultimo verso de La voce e dell’ultimo di Desiderio non è il pronome polisemantico usato spesso dai poeti e di cui argutamente discute Montale nella poesia posta in limine a Satura e per di più in corsivo:
 
I critici ripetono,
da me depistati,
che il mio tu è un istituto.
Senza questa mia colpa avrebbero saputo
che in me i tanti sono uno anche se appaiono
moltiplicati dagli specchi… (Il tu)
 
Anche per Oreto il «tu» non è un «istituto» ma designa una donna reale, dai lineamenti fisici marcati – le «fossette» delle guance, gli «occhi castani» – e dal volto luminoso e sorridente. È la compagna fedele e inseparabile, con la quale il poeta ha già varcato la soglia dei trent’anni di matrimonio felice. Di lei conosciamo il nome:
 
Vorrei mutare il tuo nome
da Maria Pia… (Nomi),
 
il lavoro che svolge, insieme con la costante, ammirevole sollecitudine verso chi soffre. Infatti, ne La tua giornata, al centro dei Canti dell’amore nuovo, il poeta de­scrive minutamente la sua vita quotidiana: la donazione del sangue, l’attività di cardiologo pediatra dedita alla cura dei bambini e all’insegnamento universitario, l’assoluta abnegazione verso chiunque abbia bisogno di lei.
Tutta la raccolta si configura come un continuo dialogo (il pronome di seconda persona è ripetuto ben 25 volte, mentre i pronomi e gli aggettivi possessivi connessi assommano a 84). Se a parlare è quasi soltanto il poeta, la Donna, sebbene pronunci appena «scarne sillabe», non può considerarsi un personaggio muto, perché si esprime attraverso la luce e il sorriso, che s’irradiano intorno e si riverberano sul poeta, producendo effetti salutari e benefici, per non dire che i silenzi e i gesti d’amore sono spesso più eloquenti delle parole:
 
Solo, in altro luogo. Mi risveglia
un gallo mattiniero; è buio ancora.
Appari tu: in silenzio sorridi
come sempre; il tuo sguardo esprime
ciò che nessuna parola può dire… (Scia)
 
E inoltre:
 
[…] Così stasera appare
al mio sguardo il tuo corpo mentre ancora
lo nasconde la veste; lo splendore
rompe il buio ed illumina la notte. (Mandorla)
 
Osserva acutamente Umberto Saba che non c’è canzoniere che non sia «scisso in due parti»: cronologiche, esistenziali, umorali, sul modello classico di quello petrarchesco diviso in Rime per la Vita e Rime per la Morte di Laura.
Oreto non ignora questa tipologia di frattura a livello tematico e strutturale, ma preferisce inserirla nel cuore stesso del componimento, il cui incipit quasi sempre denuncia una situazione di disagio interiore, di scoramento, di depressione, segnalata dal «buio» e dalla «not­te», fisicamente percepibili per l’assenza della Don­na-luce, la quale appare nella parte centrale o finale, illuminando il poeta e sollevandolo dal suo stato di prostrazione.
L’altissima ricorrenza dei termini gravitanti intorno alla luminosità (luce: 47; sole: 31; giorno: 19; illuminare: 28; chiaro/chiarore: 5; splendore: 11) è ancora più interessante se si prendono in esame le voci antitetiche correlate al buio (buio: 25; notte: 20; ombra: 9; sera: 13; oscurità: 7; tenebra: 6).
L’attrito tra i due campi semantici era già attivo in Quasimodo, in cui la critica più avveduta distingue il poeta “diurno” da quello “notturno”, e in Lucio Piccolo, con i suoi anditi oscuri e pieni di mistero, le figurazioni enigmatiche, i paesaggi assolati siciliani avvolti dalle ombre notturne. In Oreto, il fenomeno ha forse una diffusione e una dilatazione maggiori:
 
Nella notte dell’anima
diventano silenzi le parole
e gli istanti di luce separati
da lunghissime tenebre. Risvégliati,
amore, portami di là dal buio
sulle tue ali; io non so volare. (Ali)
 
L’assenza del sole è gravida di minacce e foriera di cupa malinconia:
 
Ci sono giorni di tristezza: oggi
fin dal mattino si colora l’aria
di grigio scuro e incombe la tempesta.
 
[…] Attendo
che il tuo sorriso a labbra strette schiuda
le cortine dell’ombra e giunga il sole. (Oscurità)
 
Anche la notte è «colma d’incertezza» e di greve inquietudine, perché non è possibile fermare il corso del sole allo zenit, né raggiungere la Donna nel suo mondo onirico, da cui il poeta si sente irrimediabilmente escluso:
 
Tu ti muovi sospesa fra la terra ed il cielo,
angelo sorridente. Io resto in basso, invece,
creatura senz’ali abbarbicata al suolo.
(Fra le mie braccia)
 
Talvolta si tratta di vera e propria angoscia, di incubo terrificante, come Inaeroporto, dove il poeta, trasformato in bagaglio e dimenticato sul nastro trasportatore, implora la Donna di liberarlo dal «buio deposito» in cui è stato rinchiuso.
Agiscono, in questa concezione e raffigurazione della Donna Dono, strumento di salvezza per l’uomo, almeno tre componenti letterarie. La prima: la donna an­gelicata, «venuta / da cielo in terra a miracol mostrare» (la citazione è dalla Vita Nova di Dante) della tradizione stilnovistica, operante e vitale almeno fino al Canzoniere petrarchesco. La seconda: la simbologia della luce di origine ermetica, mediata soprattutto attraverso l’esperienza poetica di Luzi. La terza: la poesia amorosa spagnola novecentesca (Lorca innanzitutto, ma anche Jiménez, Machado, Neruda, quest’ultimo menzionato accanto a Petrarca in Parole in fila).
Questo sostrato culturale è però rivissuto, e direi rivitalizzato, dall’esperienza concreta del poeta che can­ta la sua donna, con la quale ha condiviso vicende comuni, sogni e speranze, memorie di luoghi, cose e persone che hanno lasciato una traccia indelebile in entrambi e adesso riaffiorano in virtù della più matura umanità.
La seconda sezione del libro, Tarantonio (una frazione sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Messina), scritta dal 1999 al 2012, è dedicata a un luogo dell’anima: la casa in campagna dove il poeta trascorre (in realtà trascorreva, prima che una frana la distruggesse) la stagione estiva. In questo paesaggio quasi mitico, si stagliano evocazioni suggestive dell’infanzia perduta, ricca di esperienze precoci, che si caricano di nostalgia nel ricordo. Ricordo di un avvenimento, ma anche di un sentimento o di una sensazione. Oreto, alla scuola di Leopardi, ha appreso che la «rimembranza» è essenziale nella poesia e ha sperimentato la verità di questi versi del suo Quasimodo: «Più i giorni s’allontanano dispersi / e più ritornano nel cuore dei poeti» (Il mio paese è l’Italia, ne La vita non è sogno).
In questo «scrigno di memorie» la scena è dominata dal mar Tirreno, dalle isole Eolie, visibili all’orizzonte, dal grande ficodindia, ma in particolare dai pini, ai quali è rivolta una serie di poesie che rappresentano, a somiglianza di una composizione musicale, un “tema e variazioni”. I pini sono, in realtà, una creazione della Donna:
 
Osservo i pini aerei
sul sentiero di casa:
sembravano al principio
arboscelli sparuti,
oggi svettano alti. (I pini di Tarantonio)
 
Crescevano a stento i «teneri arbusti» sfuggiti alle fiamme e soffocati dal cemento, ma innaffiati ogni giorno e curati con amore materno sono
 
così alti che la casa è nascosta
dai loro rami, tramutati in dono. (I)
 
Versi eoliani, terza parte del libro, è il reportage di una settimana di vacanza trascorsa nell’isola di Vulcano, nell’estate del 2013. Qui, lontano dalla routine quotidiana, è possibile recuperare una intensità di dialogo vietata altrove:
 
[…] Ora
nella spiaggia affollata siamo soli,
ed è il mondo racchiuso dentro i nostri
sguardi, nei volti avidi di luce. (Vulcano)
 
In questa nuova dimensione di «pausa nella corsa / senza respiro», il dialogo
 
si fa più fitto e finalmente posso
colmare questo foglio di parole
scaturite dall’anima: il tempo
non ha confine, e come esso l’amore.
(Sulla spiaggia)
 
Meritevole di particolare attenzione Miti, che è il racconto di una serata con amici durante la quale viene eseguita una composizione di Benjamin Britten per oboe solo, dedicata ai miti. L’ascolto della pagina intitolata Aretusa richiama la poesia Auschwitz di Quasimodo, intessuta sul mito di Alfeo e Aretusa, ma rivolta al «dram­ma di tremenda violenza» dell’Olocausto ebraico, che tuttavia si smorza nella sera agostana, allietata dal «colore dell’amicizia».
Il punto più alto della ricerca espressiva è, a mio avviso, raggiunto dagli squarci di tramonto sul mare, in contrasto con la «nera ossidiana» del suolo di Lipari e dalle pennellate di colore che dimostrano una sensibilità cromatica non comune:
 
Partiti dall’isola, restano
negli occhi i colori eoliani:
il verdeazzurro del mare,
il nero della sabbia, il giallo
dorato del sole al tramonto
che all’orizzonte trascende
nell’indaco… (Colori)
 
Per quanto la Donna Dono sia dispensatrice di serenità e di gioia, non manca di suscitare dubbi ed angosce quando intraprende una strada «diversa», dove l’amante non riesce o crede di non riuscire a raggiungerla. È questo il tema dominante dei Canti dell’amore nuovo che, composti tra il 2002 e il 2013, ricostruiscono il lento e faticoso travaglio interno del poeta, ora che la sua compagna ha iniziato un autonomo e nuovo cammino religioso. La sua reazione istintiva è un moto di gelosia:
 
Bruciava al principio la gelosia:
ti perdevo anche se intrecciate
restavano le mani, tanto amavi
quell’uomo crocifisso duemila anni prima.
(L’amore nuovo)
 
Ma, anche se non si ritiene pronto ad aderire pienamente al «Verbo», egli però intuisce la funzione salvifica della Donna e teme di perderla se non la segue nel suo percorso spirituale. La poesia Controcanto rappresenta il momento più conflittuale del contrasto, che via via si attenua nei testi successivi, senza però trovare una soluzione definitiva.
 
Così lontano Dio, com’è possibile
amarlo? Si può provare amore
per ciò che è carne creatura immagine
pagina gesto suono. Dio è altro.
Eppure lei viveva in quest’amore
e per seguirla anch’io ho camminato;
ma erano i passi miei senza rumore
e al ridestarmi la scena immutata.
 
Alle sue parole fa eco una voce interna (il titolo «controcanto» esprime il dissidio tra la voce della ragione e quella emergente della fede):
 
[…] Come puoi
credere che non t’ami Dio se in dono
t’ha offerto la pupilla del suo occhio,
la creatura cui da oltre vent’anni
accanto dormi o vegli sul suo sonno? (Ibid.)
 
Prolungamento, anche dal punto di vista cronologico, dei Canti dell’amore nuovo è la sezione Sulla riva del Garda. Anch’essa composta nell’estate del 2013, come i Versi eoliani, è il diario di una settimana trascorsa a Limone (in provincia di Brescia), ascoltando la parola ispirata di un anziano sacerdote, il quale detta stimolanti meditazioni sul tema “Le Beatitudini”. All’inizio viene descritta l’attesa di un «segnale / di rinascita»:
 
[…] un raggio che sereni
il mare interno e lo assimili a questa
conca fra i monti dove ora la luna
è apparsa mentre il cielo è ancora azzurro,
pallida come l’anima stasera. (Arrivo a Limone)
 
Dubbi angosciosi assalgono l’amante-poeta e più urgente diventa la speranza che una luce giunga:
 
[…] a illuminare
lo spirito in cerca di verità. (Allo zenit)
 
[…] L’anima
ansiosa attende una luce d’amore. (Colori e luci)
 
Una domanda inquieta più delle altre: «È possibile amare Dio? E come, dove incontrarlo? ». Il sacerdote – un «novantenne che possiede / lucidità e vigore più di un giovane» – suggerisce che il silenzio è «l’unico cammino, / per incontrare Dio»: concetto ribadito da un libro religioso offerto in lettura. La risposta non soddisfa il poeta, convinto che «solo attraverso le creature / si ama Dio» e che «soltanto la parola / è vita». Nasce da qui un insanabile conflitto con la sua compagna:
 
[…] La mia disfatta
è puntuale, continua, quotidiana.
Non mi arrendo perché non voglio perderti.
(Nella piscina)
 
Poi scoppia una tempesta, nell’aria come nel cuore del poeta:
 
[…] La notte
insonne cupa recava incertezze
ed angosce. All’alba, finalmente
ritornava sereno il lago, e il cuore
tumultuoso sconfitto andava in cerca
di quella luce non ancora luce. (Tempesta)
 
Placatasi la tempesta, ritorna il sole
 
[…] nel fulgore
del mattino, ed ogni ombra si cancella…
(Ritorno del sole)
 
tanto che la stanza viene invasa da «luce incandescente che splende / da due millenni». È l’incontro con Cristo, tanto agognato ma solo ora conseguito, che scioglie ogni dubbio e mitiga la tensione interiore:
 
La voce del vecchio ha risonanze incantate
nei nostri cuori: diffonde la Grazia,
fa volare lo sguardo oltre i confini
della Storia, conduce verso Nazareth.
(Come i pastori)
 
L’ultima sezione, L’anima delle cose, comprende componimenti scritti dal 2012 al 2014 che svolgono una funzione metapoetica o programmatica, così definita dallo studioso russo Roman Jakobson, perché esprime riflessioni ed enunciazioni teoriche sulla essenza della poesia e sulle modalità tecnico-formali. Il titolo, desunto da un verso di Guernica, mi ha richiamato la poesia Olimpo de L’osso, l’anima, in cui Cattafi formula una dichiarazione analoga, anche se in apparenza dissimile:
 
Ascendiamo l’olimpo per portare
un corpo alle ombre,
su questa terra trascinare i numi. (Olimpo)
 
Ora, «portare / un corpo alle ombre» non mi sembra concettualizzazione assai diversa da «dare un’anima alle cose». In entrambi i casi, compito del poeta è di scrutare e rappresentare il mondo fenomenico non con lo sguardo ingenuo e distratto dell’osservatore comune, ma con la profondità visiva e visionaria insieme di chi, mediante procedimenti metaforici sempre più arditi, dà un corpo a chi non ce l’ha e un’anima a ciò che è solo materialità:
 
Molti uomini passano
e guardano distratti;
non scoprono la gemma
al suolo, fra le foglie
carezzate dal vento.
Uno si ferma, attratto
da qualcosa che luccica:
nasce la poesia. (Nasce la poesia)
 
Ne segue che il poeta non può fermarsi agli aspetti esteriori della realtà, interessanti per quanto essi siano, né solo alla loro minuziosa descrizione, ma deve
 
[…] dipingere oltre le apparenze
l’anima delle cose, rivelare
panorami sommersi eppure prossimi. (Guernica)
 
Spesso però le sue parole vengono travisate o addirittura ignorate:
 
Il mosaico sembra
chiaro a volte, ma il passante lo trova
incomprensibile come quel quadro
dove pezzi di mucca e d’uomo appaiono
in disordine, qua e là, disposti a caso. (Ibid.)
 
Alcuni testi sono in consonanza con il tema amoroso che attraversa tutto il libro:
 
Scrivere per te versi d’amore
è come risvegliarsi al mattino
con un bacio: identico è il suono. (Scrivere per te)
 
Il poeta sa bene le difficoltà insite nel comporre versi, l’impossibilità di raggiungere l’«armonia» perfetta e la fragilità della stessa poesia:
 
Tanto lieve è il respiro
della poesia, che s’ode
soltanto nel silenzio, se la luce
è smorzata e il colore
segreto delle sillabe si mostra. (Risonanze)
 
Così delicata la poesia
che un alito di vento la scompiglia. (Soprammobili)
 
Tuttavia, in questa precarietà, risiede gran parte dell’incanto segreto e della ricchezza che essa offre a chi si lascia attrarre dal suo fascino:
 
Ma chi ne scopre il fascino vi trova
il mondo: la vita fatta parola
balza dal foglio diventando immagine. (Ibid.)
 
 
Vincenzo Leotta
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