Introduzione ai diari di Francesco

Quando si è “in mezzo alla vita”, non si ha tempo di riaprire i file dei giorni appena trascorsi, riesaminare le tracce lasciate nel profondo, gli errori e le gioie, i rimorsi o i sogni. Quando si vive, lo si fa a velocità variabile, ma in fretta, specialmente in un’età che lo consente e permette di volare, a volte di garrire come una rondine o una bandiera, quasi mai di riflettere sull’altrieri. La memoria sedimenta, gli strati si accumulano, e quando ce n’è abbastanza sembra di vivere due vite parallele, la presente e la trascorsa, e occorre fermare i motori, aprire l’archivio.
Adelfo Maurizio Forni ha incominciato a farlo nel 2019, accedendo alla memoria personale e collettiva, rintracciando vicende di uomini e paesi, mescolando il suo vissuto con quello di altre persone, inventando “storie di carta” dense di sentimenti, ma anche venate di dolore e di passate tragedie, tracciando personaggi reali, palpitanti, che lo hanno circondato negli anni, lasciando ognuno un suo dono fatto di umori, emozioni e valori, a volte condivisi altre contrastati, ma comunque fonte di arricchimento umano e spirituale.
Ne La taverna di Yannis, il primo romanzo, siamo stati partecipi del dramma del secondo conflitto mondiale, con la vicenda di un soldato italiano in Grecia, Giorgio Macchini, seguito dall’autore dal 1943 fino alla scomparsa, nella quale scorrono la parte reale e quella romanzesca, con riferimenti sottotraccia alla propria famiglia e a sé stesso, il Francesco della storia, chiamato così per riconoscenza a un membro del Partito d’Azione che salvò la vita a suo padre a Milano, il 25 aprile 1945. Un Francesco figlio del Grande Machin e di Pierina, studente un po’ svogliato al liceo classico, poi laureato in giurisprudenza, avvocato praticante ma con il requisito del globetrotter nell’animo, fidanzato con Alessandra, figlia di mobilieri. Quindi la nascita di Giorgio Junior, detto GG, futuro talentuoso musicista, e l’accesso alla vita sognata per Francesco, quella di manager in giro per il mondo.
Ora Francesco-Adelfo ritorna al lettore in primissimo piano, protagonista del secondo romanzo, perché l’autore ha aperto nuovi file, più personali, nel tempo della maturità e del ricordo, non della nostalgia ma degli affetti, nel nome di un “come eravamo” dolce ma non zuccheroso, virile e gentile. Un’escursione nel passato prossimo non venata da rimpianti, serena e propositiva, in un’Italia scomparsa, fatta di rapporti umani diretti e a volte contrastati ma quasi sempre leali, improntati al costruire insieme, al gioco di squadra e al tutti per uno, per il bene dell’azienda ma soprattutto di chi vive della propria arte e di sogni a volte lontani.
Chi è “The dowser”, il rabdomante? Un uomo che mette l’istinto accanto alla ragione facendoli galoppare insieme, e percepisce il talento un attimo prima degli altri, come chi scopre l’acqua dove apparentemente non c’è, ma proprio in quell’assenza, la presenza si fa più forte e netta, indiscutibile. Francesco è il talent scout, un manager arrivato in Montedison neo laureato, ma con l’inquietudine dello zingaro che vuole vedere nuovi mondi e sentire sulla pelle il respiro di altre genti, provare il brivido della scoperta anche quando questa è nascosta dalla banalità del quotidiano, dal conformismo o da una burocrazia sclerotizzata.
Francesco lotta per emergere, come chi sa del proprio valore, e si trova artista tra gli artisti, perché chi vede lungo coltiva un’arte dentro di sé, quella di preparare il terreno, di arare il campo e seminare, per un raccolto sempre rigoglioso.
Il romanzo presenta al lettore un’epopea, quella delle aziende discografiche, la CGD e l’Ariston, capaci di lanciare un cantante nell’espace d’un matin, farlo conoscere agli antipodi, cambiargli la vita per sempre e vendere milioni di dischi nei quattro continenti. Francesco ci arriva quasi per caso, in quel Paese dei Balocchi, dopo essere stato convocato da una dottoressa dell’ufficio del personale CGD «che posava un po’», colpito poi dal bar all’interno dell’azienda, dalla barista «con una cascata di capelli rossi e lo spacco alto della gonna», e dalle poche cravatte viste in giro.
Un mondo nuovo, fantastico, da esplorare giorno dopo giorno, incistato in un altro universo, quello frenetico ed edonistico egli anni ’80, della Milano che andava fuori giri, della moda e della vampata socialista, con Craxi presidente del Consiglio, di piazza Affari e della musica, ora ragione di vita di Francesco, giramondo per dovere ma felice di farlo e assetato di nuove conoscenze.
Un “provinciale” catapultato nel jet set della canzone, la moglie Alessandra che lo saluta dal balcone in vestaglia, alla partenza per il primo giorno di lavoro con l’Alfasud rossa, Alfa lustrata come uno specchio, vestito come alla Prima Comunione, con Loredana Bertè che gli si accampa sulla scrivania prima ancora dell’arrivo della posta. E poi i “Capi”, il vecchio Ladislao Sugar, ungherese gran fumatore, uomo capace con un’occhiata di valutare il valore di una persona, Caterina Caselli, anche lei rabdomante nel promuovere nuove iniziative editoriali, Giuseppe Giannini e Franco Crepax, superiori diretti di gran classe e charme, i viaggi in America, in Australia e in Giappone, il contatto con altri universi non ancora minati dall’omologazione, le amicizie coltivate con pazienza, i colleghi con i quali progettare nuove avventure discografiche, a volte esaltanti come il volo di un trapezista senza rete.
Tiene un diario, Francesco, annota uomini e fatti, è con i piedi per terra dentro il suo mondo, ma è cittadino di quello più grande e non ne perde le lacrime o i furori, è compagno e confidente degli artisti, Umberto Tozzi, Gianni Togni, i Matia Bazar, Gigliola Cinquetti, Tony Renis, Don e Nikka Costa, i Pooh, la prima convention americana la vive in piscina, tra un drink e l’altro, in aereo chiacchiera con Liza Minnelli, e a un party conosce Freddie Mercury. Una vita a cento all’ora, stimolante e con il rischio di qualche derapata, ma Francesco ha ben presenti i valori della vita, la famiglia, anche la riconoscenza a chi aveva creduto in lui per primo, come l’Ingegnere della Montedison, che ha condiviso con suo padre la tragedia della guerra.
Uno zingaro sa riconoscere quando cambia il vento, e così fa Francesco nel 1986, conscio di un preciso mutamento in atto, quello del mercato discografico, colpito duramente dall’avvento del compact disc delle multinazionali e delle radio libere da cui registrare i brani. Il suo mondo si sta sgretolando, è tempo di fermarsi e “cambiare libro”, lasciare l’Ariston di Alfredo Rossi, ultima sua Thule discografica, e resettare l’hard disc. Il bivio, quello famoso al quale anche suo padre era arrivato, tanti anni prima, la scelta obbligata che ti cambia la vita, davanti alla quale non devi avere esitazioni. Di colpo ciò che vivi diventa passato, ma il futuro è lì, a un passo, se lo sai riconoscere.
Francesco-Adelfo non ha sbagliato la scelta, e oggi il suo diario gli consente di raccontare il cammino percorso prima del bivio, di ricordare la giovinezza, la prima maturità, l’amore per sua moglie e la crescita del loro figlio, e il lavoro favoloso che si era scelto, con la libertà intellettuale del poeta e la razionalità dell’uomo di legge.
Ci riconosciamo in molte delle situazioni narrate nel libro, anche noi abbiamo vissuto i favolosi anni ’80 nella Milano formidabile e pazza, dei cloni di Gordon Gekko, con la televisione specchio del vivere folle, di Drive In e Quelli della notte, ma anche nell’Italia dell’assassinio del generale Dalla Chiesa, della Piovra che faceva picchi di ascolto, mentre stava per crollare il Muro di Berlino e in Unione Sovietica Gorbačëv parlava di “Glasnost”.
Quarant’anni dopo Adelfo ha scelto di raccontarci quel tempo altro, dal suo osservatorio sul campo, sfogliando le pagine del diario di viaggio e incasellando i ricordi. Oggi, nel nostro mondo inutilmente complicato, perennemente in crisi, in cui domina la “paura di aver paura” (Roosevelt dixit), gli anni ’80 ci sembrano remoti, usciti da un film di fantascienza, quando per emergere ci voleva talento, pervicacia, sudore e tanto tanto istinto, il “fiuto”, il “sesto senso”, che da sempre fa la differenza tra i routinier e i poeti. Francesco è un poeta, e non ha paura.

Mario Chiodetti – Varese, 7 giugno 2020

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