Genesi e Apocalisse

Una sorta di novella Genesi può definirsi questa silloge, che ripercorre l’arduo e avido cammino dell’uomo in intima simbiosi con la Natura, che lo ha partorito e che qui torna ad essere comune sostanza di vita con tutte le possibili varianti e sinestesie che la poesia, pienamente consapevole di Giovanni Caso, comporta. Ma presto, troppo presto, il mirabile patto di alleanza tra uomo e Natura risulta violato da una incontenibile brama di potere e di sopraffazione, che lascia intravedere una inevitabile Apocalisse, che tocca l’acme nelle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, catastrofico risultato di una presunta evoluzione dell’uomo, che a ragione il poeta mette in discussione.

Sì, perché il poeta è figlio delle parole e anch’esse appaiono precarie e provvisorie rispetto al sogno di eternità che le anima, soprattutto nel momento in cui vengono scritte, scolpite sulla pietra che resiste al mutare delle stagioni, delle generazioni.

Una profonda inquietudine attraversa la nuova silloge poetica di Giovanni Caso, il quale avverte forte l’urgenza di riflettere la propria vicenda sullo schermo di una storia comune, nella quale poter ricomporre i frammenti di quella disintegrata umanità, che i secoli hanno consegnato alla contemporaneità. La sua voce acquista, in tal senso, per chi ben conosce il suo itinerario poetico, una antica e nuova drammaticità, sia consentito sottolineare, di biblica memoria. Egli si attesta così come il profeta disarmato di una inquietudine infinita, che solo nella poesia sembra trovare una pausa d’amore, una sosta di riflessione nei confronti di un mondo, che non sembra né sentirla né capirla, confinandola in quelle periferie dell’anima, dov’essa continua tuttavia a sussultare e a invocare i diritti dell’uomo, si badi bene, alla salvezza e non alla sopravvivenza.

Un’armonia si è spezzata e il poeta si sofferma a registrare i segni di una devastazione, che coinvolge il mondo tutto intero e trova nell’uomo le sue ripercussioni più intime e intense. Il linguaggio di Caso non ha forse mai raggiunto apici così aspri e ardui, anche se, occorre puntualizzare, sempre si intravede nel fondo delle sue parole disperate la luce di una possibile rinascita, la quale non può che essere riposta nella rivoluzione delle coscienze e delle parole, capace di rivoltare la durezza della cronaca e della storia.

E le parole di Caso brillano di una luce e di una trasparenza, che le collocano tra le più persuasive e pregnanti della poesia contemporanea, in una varietà di forme espressive che dalla densità del monologo interiore traboccano in un dialogo, sempre più ricercato e possibile, con un interlocutore, in grado di condividere e colmare la sua ansia di vita.

Per uscire dall’ombra occorre ricomporre il violato rapporto, dal quale questa Prefazione è partita, nel nome di un Dio, che, come un padre buono e giusto, non può che sorridere di una ritrovata unità e fratellanza.

Mai come oggi, ed è forse questo uno dei messaggi più acuti del nostro poeta, il mondo ha raggiunto un progresso tecnologico inimmaginabile, che potrebbe sfruttare per fini fortemente pacifici ed umanitari, ma tutto ciò non avviene per quell’atavico egoismo, che, dall’alba del mondo, contraddistingue il genere umano, provocando contraddizioni e paradossi spaventosi, ai quali non si riesce a porre rimedio. L’artificio e l’apparenza hanno preso il posto dell’autenticità e della vera sostanza del vivere, provocando effetti aberranti e, soprattutto, sperperando un patrimonio inestimabile di ricchezza materiale e morale. E le parole? Non si usano più per coltivare sogni, ma per ordire trame terribili di frode e violenza senza senso.

Caso, in questa silloge, ci offre, dunque, un alto esempio di poesia civile, di cui il nostro tempo ha quanto mai bisogno, e lo fa non con le parole della poesia, che non rischiano mai, a differenza di altri più noti esempi e referenti, di farsi prosa. Pur misurandosi con una realtà, che non può non creare ribrezzo e ripulsa, egli non può fare a meno di ricorrere a un vocabolario scintillante di sinestesie e di possibili melodie, dimostrando che anche dal fango può continuare a nascere e fiorire una rosa.

Le sue variazioni sul degrado dell’universo e dell’uomo, in particolare, lo fanno sempre più sentire isola, che non riesce ad aggrapparsi a un comune continente di bellezza e di fede nel futuro; come àncora di salvezza gli resta però la sua poesia, naturale e mai artificiale espressione di un’anima, che attraverso la parola prova a dipanare l’enigma dell’esistenza, la sua disperante follia e dispersione di energie, che, se ben impiegate, potrebbero concretamente salvare l’umanità da una inesorabile contaminazione delle menti e dei cuori.

Francesco D’Episcopo

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