UNA NUOVA OPERA POETICA DI ROBERTO FUIANO: ANIMALISMO, METAFISICA, SGUARDO SUL SOCIALE

Questa nuova silloge di Roberto Fuiano si presenta con una forte dose di innovazione rispetto al suo iter precedente, pur proseguendo nella linea già tracciata in diverse pubblicazioni (sia di poesia che di narrativa). I suoi lettori sanno che in Fuiano è presente una vena fortemente fantastica – che si riverbera in personaggi e ambienti – con un’adesione al mondo della natura e una sorta di ‘malinconia sociale’, nel senso che il Nostro descrive i mutamenti (spesso negativi) del nostro mondo, preda dell’omologazione e dei condizionamenti del potere.
La presente raccolta certamente si collega a questo ‘mondo’ così fortemente strutturato, ma approfondisce alcune tematiche di fondo: nella prima sezione (Diversità) il Poeta segna quasi un solco fra i pochi ‘visionari’ e le masse addormentate. C’è uno iato profondo, insomma, tra minoranze sovente disprezzate ed emarginate (che certamente non possiedono alcun potere, né lo desiderano) e le grandi plebi, che specie in questi ultimi decenni hanno visto decrescere a dismisura la capacità di critica e di opposizione (la coscientizzazione). In sostanza, è terminata l’era dell’utopia-intesa come tensione verso il cambiamento del mondo. È vero, l’essere umano, evidentemente, non regge alla tensione utopica e facilmente ‘rientra nei ranghi’, si riadatta subito alle sue meschinità e all’acquiescenza, ma – accanto a questa constatazione – ve n’è un’altra che è tipica del pensiero fuianesco. C’è stata una rivoluzione, ormai quasi cinquant’anni or sono, che ha saputo andare incontro al futuro. C’è stata, negli anni Sessanta, una generazione di giovani spinta da sentimenti di amore e di solidarietà verso il prossimo, convinta che potesse iniziare un nuovo ciclo storico, alieno dalla violenza e dalle guerre, dai pregiudizi e dal potere economico-politico-militare. Che si potesse inventare un mondo diverso, di musica e sogno. In effetti, “Pochi ragazzi / con lunghi capelli / e il rock nel cuore / per una decade almeno / parlarono al mondo / di pace e di amore”. Quella generazione, che sembrò essere lì lì per cambiare la storia, è stata combattuta, repressa, infine vinta dai poteri (uniti). Certamente, hanno vinto – diremmo col linguaggio del Nostro – le forze del male, i ‘tessitori di menzogne’, gli oscurantisti. La stessa scienza è stata ridotta a puro mercato, business, superficialità.
Ora, certamente ogni poeta ha la sua mitologia e per Fuiano il mito più grande è quello del Sessantotto, ma è difficile non essere d’accordo: quel momento di scoperta e di utopia è stato straordinario. In quegli anni – finalmente – si discusse di antropologia (chi non ricorda la discussione tra Lévi-Strauss e Propp?); si analizzarono le opere letterarie attraverso la psicanalisi e il marxismo, lo strutturalismo e il Formalismo; apparvero nuove ‘vie’ come lo yoga e la meditazione trascendentale, esplose la musica rock sino a divenire fenomeno di massa e di ribellione; agirono i poeti della beat generation (Ginsberg, Ferlinghetti, Corso); Grotowsky, Barba, Carmelo Bene inventavano un loro teatro, che rimetteva in discussione totalmente il teatro tradizionale; si cominciò a parlare di medicina alternativa; si ridiscussero i ruoli della donna; si aprì a diverse modalità di praticare la sessualità; si diffuse la psicosomatica; si interpretò la malattia (specie quella mentale) come il risultato di una società oppressiva; prese piede il pensiero della non-violenza e del pacifismo. Emerse il buddhismo.
Si potrebbe continuare a lungo per rammentare rapidamente le ‘visioni’ nuove che apparvero e divennero di massa. Chi ha vissuto quegli anni, ricorda che tutto era in fermento, tutto era possibile.
Di fronte a quella esplosione di creatività, davvero questi nostri anni ci paiono mediocri, ripetitivi, senza alcuna ‘filosofia’ (non dico ideologia) del futuro.
Certamente, questo pensiero induce il Nostro a ritirarsi in una sorta di eremo (non per nulla è presente la figura dell’eremita) e a scavare un fosso con un mondo che più non riconosce. Si sente in sintonia soltanto con gli intellettuali come lui, che possono costruire, nei limiti del possibile, un mondo alternativo, almeno attraverso l’arte, nel nostro caso la poesia.
Ritorna più volte, in questa silloge, la riflessione sul ‘guardare’, l’osservare e l’osservarsi. Non per nulla un lessema molto presente è lo specchio, in cui il poeta vede la sua immagine riflessa, ma vede anche il mondo capovolto nei valori di fondo (assai efficace è il testo in cui il Nostro immagina che sia lo specchio a guardare lui).
In effetti, possiamo dire che la poetica di Fuiano è quella dello ‘sguardo’, nel senso che in molti testi il Poeta coglie un personaggio o un’azione, quasi rappresentati teatralmente, in un’immagine fissa: vedi La donna croata, Una casa al mare, Incanti, Luna ghiacciata. Qui basta un dettaglio, un gesto per far scattare la poesia, il tessuto lirico. Tornano in questa raccolta, il ‘panteismo’ dell’Autore, che è felice quan­do, diremmo con Ungaretti, si sente in armonia. E la sua armonia è l’immersione nel mondo della natura che ‘roussoianamente’ avverte migliore di quello umano. Natura significa non solo alberi, campagna, mare, ma anche (e fortemente) animalismo. Il Poeta – nel corso degli anni – ha vieppiù indagato il mondo degli animali, rilevando in loro una capacità di relazione (con gli umani, con gli altri animali, con il mondo vegetale) straordinaria e insospettata, tanto da aver aderito ad una dieta vegetariana, non tanto per una scelta salutistica, quanto per amore verso gli animali. In questa via animalista, l’esperienza di ‘vita comune’ con alcuni conigli sicuramente è stata fondamentale. In queste poesie, accanto al ricordo di altri conigli ormai nel mondo dei più, ci sono testi con protagonista Pociotto, unico coniglio rimasto al Nostro. Il rapporto che lo lega a Pociotto (e Pociotto a lui) è intenso, affettuoso, direi quasi totalizzante. Certamente tenero. “I salti a piroetta / di Pociotto al parco / a riaccendere sorrisi / a scongelare l’animo”.
Occorre dire, in conclusione (certamente tante altre riflessioni si potrebbero mettere in campo) che siamo davanti a una silloge compatta, a volte anche ironica (con qualche tono sarcastico) e fortemente innervata di problematiche sociali, ma anche con considerazioni di tipo scientifico. Una silloge che ha frequenti riferimenti al mondo dell’arte (Bruegel, Magritte, Goya) – ritroviamo infatti soprattutto nella seconda sezione Viaggi forti suggestioni metafisiche e surrealiste – e che si fonda spesso su un ininterrotto monologare. Forse questa è la raccolta con più liriche ‘monologanti’ del Nostro, forse per una esigenza di spiegare, rendere chiaro il suo pensiero, riflettere assieme al lettore.
Un bel lavoro, di fronte al quale il lettore non potrà essere indifferente: sarà costretto a confrontarsi, magari a rimettersi in gioco. Ne sarà in ogni caso coinvolto.
E, per una silloge di poesie, mi sembra che sia un grande traguardo.

Daniele Giancane

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