Prefazione

Quello di Adriano Molteni è un asino che ha un’antica discendenza letteraria, in quanto risale alle Metamorfosi di Lucio Apuleio, forse più note come Asino d’oro, ove si racconta in forma di romanzo la vicenda di Lucio trasformato in asino per sortilegio magico, ma che non perde la sua umanità, anche se imprigionata in sembianze animalesche, e che partecipa con coscienza e riflessione alla concatenazione di vicende che si sviluppano intorno al suo viaggio rivelatore sui segreti dell’amore e di altri fantasmi psichici. Tra Apuleio e Molteni passano circa diciotto secoli di civiltà letteraria: e non è un viaggio di poco conto! Al punto che, la vicenda raccontata da Molteni si svolge nel Nuovo Mondo, totalmente sconosciuto all’epoca della Roma imperiale, per l’esattezza nell’America Latina, più esattamente nel Cile, in una zona vicina a Valparaiso, Viña del Mar, Coquimbo, San Pedro de Atacama e altre località cilene minori, come Tabolango, centro della vicenda da cui nasce e in cui si conclude la storia raccontata direttamente dal protagonista, Don Caietano, umile pastore con la passione della lettura dei testi sacri della Bibbia, Antico e specialmente Nuovo Testamento, cioè il Vangelo. Nel romanzo, il novelliere Don Caietano ha un unico uditore privilegiato, tale Don Adriano, benestante proprietario terriero del luogo, che trasmette a sua volta per via telematica i sapidi racconti del pastore agli amici Gino, Raffaele, Filippo, Jana e Silvio, in modo tale da dare la sensazione del messaggio in bottiglia che approda a più spiagge destinate a diffonderlo urbi et orbi. L’asino sbuca nella vicenda in modo apparentemente casuale, perché Don Adriano – dietro cui non è difficile intuire che si nasconda l’autore stesso, Adriano Molteni – lo riscatta dall’intenzione dei contadini di condurlo a morte su un’altura desertica e aprica, perché ormai è troppo vecchio e non vale il cibo che consuma. Il povero asino, che viene ribattezzato Vieco per la sua marcata senilità, ben presto dimostra la sua dote di personalità superiore allo stadio animalesco, perché dissolve il mito superstizioso del terribile spirito maligno detto “chupacabras”, che nottetempo succhierebbe il sangue e la carne alle capre lasciando sul terreno solo il vello e la carcassa vuota delle povere vittime. Nel frattempo, Don Caietano viene convertito dal Parroco del luogo a redimersi dalla vita dissipata e minata dal vizio del bere che sta conducendo e a purificarsi nella fede, nella preghiera e nella lettura della Bibbia. Specie quest’ultima affascina in modo particolare la mente semplice del pastore andino: due libri in modo decisivo attraggono la sua attenzione, il primo libro della Bibbia, cioè Genesi, e i quattro Vangeli degli Evangelisti. In breve, egli diventa addirittura un predicatore della Bibbia, di cui citerà sempre i contenuti di tali due libri. Si assiste, così, al recupero di un antico mito riguardante la fonte dell’eterna giovinezza, che secondo le credenze sviluppatesi nel medioevo avrebbe dovuto sgorgare come sorgente di acque provenienti dal Giardino dell’Eden. Di questo mito ne parla già Erodoto, nel quinto secolo avanti Cristo, e lo storico greco colloca la miracolosa fonte in Etiopia, ma la diffusione popolare si realizza in epoca molto più tarda, dopo la scoperta dell’America, con Juan Ponce de Leon, governatore di Portorico, che organizzò una vera spedizione di ricerca della fonte mitica nelle terre caraibiche di Cuba e viciniori. Nella mente semplice di Don Caietano, il libro biblico di Genesi viene citato come prova provata dell’esistenza della fonte. Ed ecco quindi che il buon pastore ne diviene il profeta: si prende il vecchio asino e dodici capre e si mette in cerca della fonte, soffermandosi nelle sue peregrinazioni a predicare a contadini e pescatori la verità della Bibbia e del Vangelo, che nella sua mente ingenua sono due volumi autonomi e non invece un solo testo riunificato dei diversi libri sacri del Cristianesimo – i biblia sacra della Chiesa, appunto – o più volgarmente la Bibbia. L’asino Vieco dimostra d’essere d’oro come il suo antico progenitore, in quanto con lo zoccolo fa affiorare dalla terra alcune preziosissime pepite, che Don Caietano raccoglie e conserva per un futuro buon uso, senza però lasciarsi distogliere dal suo superiore e santificabile intento di andare alla scoperta della Fonte di Eterna Giovinezza. Tale fonte rappresenta per il pastore la riconquista dell’Eden, cioè del paradiso terrestre e, quindi, rappresenta anche una confutazione della volontà divina espressa nella Bibbia di dovere patire il dolore della sofferenza e la fatica del lavoro per venire al mondo e per vivere, e, infine, per essere giudicati sulle scelte fatte in vita, in modo che solo gli uomini che abbiano dimostrato attraverso la buona volontà di essersi riscattati dal peccato originale possano essere riammessi al paradiso. Il buon pastore, invece, semplifica il processo della fede cristiana, e si limita a diffondere la credenza che sia sufficiente ritrovare la fonte per ritrovare già da subito l’eternità e con essa il paradiso. Ovviamente, tale semplificazione suscita l’ironia bonaria di Don Adriano, che ascolta con tollerante benevolenza e comprensibile curiosità il racconto fatto di mille peripezie del pastore, tra l’altro molto spassose e sorprendenti. Però, quella fede nella fonte miracolosa suscita l’ira feroce dei sacerdoti e in generale dei religiosi, i quali ritrovano nella convinzione di Don Caietano e dei suoi proseliti, che cammin facendo si sono aggregati spontaneamente a lui, una bestemmia e più di tutto un’eresia, tale da offendere la Bibbia e da tradire il significato etico e religioso della salvazione, che potrà essere raggiunta solo, come il Dio biblico prescrisse, “con fatica e con dolore”. Ma la vicenda diviene ancora più spassosa perché il buon pastore effettivamente trova la fonte sacra e la scopre nientemeno che nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del pianeta. Però, così come inopinatamente la fonte si rivela, grazie a un’inaspettata scossa tellurica, altrettanto diabolicamente la fonte scompare a causa di una tempesta di sabbia. E il buon pastore farà ritorno scornato al suo paese di Tabolango, dove il mite e paziente don Adriano gli offrirà the, biscotti e più di tutto conforto morale. Al pastore e ai suoi seguaci, che si disperderanno per le vie del mondo, resterà un dubbio corrosivo come un tarlo demolitore: quella fonte esiste davvero? Oppure è stata il sogno mirabile prodotto da una bevanda drogata, con cui si erano dissetati nel deserto? A questa domanda, al lettore, non verrà fornita altra risposta se non che il sorriso benevolo e bonario di Don Adriano: è, dunque, lecito darsi la conclusione preferita.
Il libro L’asino e il profeta è incantevole per la semplicità effusiva con cui la vicenda viene esposta, nell’illustrazione ornata della magnifica natura assolata del Cile, nella rappresentazione ricca e veritiera dei personaggi mutevolissimi che si muovono sulla scena del racconto, sempre animati dall’alacrità umana di darsi da fare per campare la giornata, con la mente perennemente rivolta a una speranza di sogno impossibile, a un facile arricchimento, a una fuga liberatoria dalle prigioni della realtà. Adriano Molteni non solo dimostra di essere un bravo scrittore, ma anche un profondo conoscitore della cultura letteraria più raffinata, risalente fino ad Apuleio e ad Erodoto, nonché un attento lettore dell’animo uma­no, dei suoi molti vizi e delle sue rare virtù.

Sandro Gros-Pietro

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