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Autore: Nicola Prebenna
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: Cefeide, 30
Pagine: 152
Pubblicazione: 2025
ISBN/EAN: 9791281996571
L’altra faccia della luna: il lato oscuro dell’Essere nella poesia di Nicola Prebenna
“In fuga / van l’ombre e le sembianze / dei dilettosi inganni; e vengon meno / le lontane speranze, / ove s’appoggia la mortal natura. […] Ma la vita mortal, poi che la bella / giovinezza sparì, non si colora / d’altra luce giammai, né d’altra aurora”.
G. Leopardi, Il tramonto della luna, 1836.
“Serva ordinem et ordo servabit te”. S. Benedetto, Regola.
Questa nuova e intensa silloge di poesie di Nicola Prebenna, L’altra faccia della luna, è un altro importante tassello, che si aggiunge alla sua straordinaria opera poetica.
È un tracciato emozionale che radialmente attraversa le lunazioni, nel loro periodico avvicendarsi, quale puntuale riflesso delle vicende umane.
Il Poeta, con un’immedesimazione proiettiva, rende visibili gli sconfinamenti dell’io, visti nella prospettiva psicoanalitica dell’attività onirica come “via regia della conoscenza dell’inconscio del Poeta”.
L’acuta capacità di rêverie e la visività eidetica configurano il significato profondo di questi alati versi, giunti da qualche tempo, ad una loro naturale maturazione di eccellenza e di egregia fattura: “Non ho strade da additare se non quella / che mena dritto alla casa comune / per tutti acconcia e ospitale, ben al di là / degli orpelli che l’onorano per decoro, / vanagloria, pietà, ed al mausoleo di famiglia, / ben misera cosa anch’esso; […] al tratto ignoto che ci toccherà riprendere, / quando gli occhi più non vedranno / la strada ben nota e a noi familiare / e vita nuova s’aprirà sotto altri soli / e verso nuove siderali avventure” (Non ho strade da additare).
La tenerezza elegiaca del verso di Prebenna rende visibile lo sconfinamento dell’io, visto nella prospettiva psicoanalitica della sua attività onirica.
La visività eidetica e l’indugio nell’immaginario segnano mirabilmente le policrome costellazioni dell’io; il fantasma eidetico si delinea, in modo pervasivo, sulla scia di un ferace scenario di immagini con una dirompente immedesimazione empatica, che placa la condizione desiderante del Poeta. In una sintesi magica di intrecci lirici di straordinaria bellezza, si snoda il dettato poetico: “Si risveglia il cuore dell’uomo / tra tentazioni di forte attaccamento / al sé e timidi slanci verso l’alto; […] in questo alternarsi di conati tesi / al volo e affondi nel terreno vario / e mutevole, s’appalesa la lotta perenne / tra lo slancio che affina le penne / e la pena per le ombre che qui e là / trapuntano l’orizzonte e sviano / dal volo immaginato; e il sogno di Icaro / si dilegua” (Il sogno di Icaro si dilegua).
L’ambivalenza dell’io metabolizza la fantasia con la separazione fluttuante dello spazio illusivo, creando un pensiero infinito dalla coinvolgente musicalità e dal timbro sonoro dell’accentuazione. Ignacio Matte Blanco correla l’infinito al sentimento acronico dell’inconscio e le emozioni del discorso poetico di Prebenna diventano così intense da alterare le coordinate del pensiero, sì da postulare il sentire come una componente primaria rispetto al pensare: “[…] e l’acqua scorre / e par quasi per forza interiore; un po’ somiglia al nostro andare / che si illude di tracciare il percorso / e definire mete sicure, e siamo invece / sospinti da cirri, nembi e zefiri / come ciascuno di loro comanda, / e ci regala l’amaro inganno / della supposta libertà; e come l’acqua, / di là e di qua scivoliamo sul piano / inclinato dell’illusine della meta / a nostra portata e siamo invece noi / portati da altri verso porti a noi ignoti. // Sulla superficie del mare e del cuore / domina incontrastato il caso” (Illusa libertà).
Il racconto delle emozioni, lungo il versante elegiaco, attraversa il dilatarsi delle pulsioni di vita, in una spirale avvolgente, che sfida la pulsione di morte.
Qui sta certamente il segreto di questa poesia, che si dilata con il suo denso vigore di inquieta creatività; lo scenario, su cui la forza espressiva del verso rimane intatta, trasversalmente sa raccontare, in modo elegante e terso, il vissuto poeticamente, nonostante sovrasti l’inquietudine, come scompenso alla felicità creativa dell’ispirazione.
È una poesia che conquista il cuore, senza diseredare la ragione; dalle strutture portanti del testo traspare un’intuizione eidetica, che interagisce con le associazioni involontarie: i contenuti coscienti sono segretamente congiunti al flusso e al riflusso dell’inconscio.
Una rete di immagini si combina con situazioni di trepidante malinconia; la rete dei bisogni coabita con quella dei desideri, in un unico empito creativo.
L’altro viola la tregua della convivenza ed invade la sfera della coscienza, sconfinando in un altrove, condannando l’io a svelare segreti inconfessabili: “Sboccia lontano dal mare l’illusione / che salubrità dell’aria e freschezza / di acqua di polla si accordino al tocco / delle ore che scorrono, estranee al danno; […] sotto il cielo plumbeo che a dismisura / si dilata lungo i fiumi che l’arsura / e l’offesa intessuta di polimeri lamentano / e nel mare che atolli di morte programmata / dissemina, si consuma l’attesa inutile / di vita serena e minacciosa avanza la falce / che tutto recide e tarpa le ali della speranza / e della salute: lunga fila di tombe s’annuncia” (Colpo al cuore).
Il Poeta prende coscienza del suo transfert onirico e, in questo suo racconto lirico, stabilisce un’alleanza rassicurante con l’altro da sé e con la con / fusione rappresentativa del suo teatro psichico. La pulsione scopica è tutta giocata sugli effetti della seduzione (se-ducere), che interiorizza “oscure sensazioni” del “pensiero emozionale”.
L’estatico incantamento, ricco di sovradeterminazioni, sembra svolgersi al di là del tempo e dello spazio come su una “scena onirica” di un’esperienza realmente vissuta.
Sono presenti le componenti dell’onirismo, come, ad esempio, l’ambivalenza della pulsione di vita e quella di morte: “Ti rivedo per i vicoli stretti / e le ampie strade della cittadina / a te cara per il perenne spettacolo / che t’offre la montagna ora mite / ora furiosa di morte e verità / mentre dolorante e silenzioso / meditavi sulla nostra sorte comune / in parte nota in parte ascosa / nelle pieghe del disincanto; […] S’accampa triste / l’attesa del sonno sull’orlo del precipizio / che scivola nel fondo e tutto divora. // E noi come te il fondo del pozzo accoglie” (Ai piedi del monte sterminator).
Il numinoso incantatore, dal concento di assonanze e consonanze, scandisce il ritmo interiore dell’alterità e del doppio, nel flusso metamorfico di un io, ora disvelante, ora latente. Questa relazione duale induce a fantasie predominanti, che incrinano l’esame del “principio di realtà”. “L’oggetto d’amore”, di cui il Poeta si sente proditoriamente defraudato, lo spinge al risarcimento della perdita e del danno irreparabile, procurato dalla vigorosa visionarietà creativa. In Idealizzazione, illusione e delusione catastrofica (1955), Rycroft conferma che lo spostamento degli investimenti porta alla creazione di oggetti interni ideali o idealizzanti, investiti a detrimento delle relazioni oggettuali esterne, secondo i meccanismi di introiezione e di scissione: “Lento e grave il procedere del mondo / a passi ritmati e stretti, e sempre storia / e natura assistevano al germoglio / di tanti virgulti di positive novità. // […] S’annidano nelle pieghe del cuore germi / che restano antichi, osmotiche essenze / di poli estremi, e lenti gli sviluppi / verso l’albero del bene s’azzardano / e intanto scongiurare vogliamo che secco / rimanga l’albero e senza frutto, inondato / di sterpaglie bruciate dal sole e pronte / al fuoco che tutto divora e travolge: / così la vita sconfitta s’accascia” (Lento e grave).
La galassia interiore dell’io profondo cede ad una elegiaca malinconia; subentra “l’estetica della caducità” del fantasma creativo, sull’onda del flusso interrotto della coscienza, che, con le libere associazioni, rappresenta il valore unificante dell’esame di realtà. Il “pensiero poetante” di Nicola Prebenna va inteso come capacità di sapersi distanziare dal “principio di realtà” e di sapere elaborare, in modo egregio, una forma espressiva che gli consenta di dare un senso all’Essere e alla sua ragione profonda: “Ed io della storia mi illudevo / di essere il moderno aedo e l’illusine / è durata lo spazio della fanciullezza / e dei sogni ad occhi aperti: / sono rimasti oggi aperti solo gli occhi” (Ingenuo sogno di grandezza).
“[…] si colora il mondo / nel chiuso del proprio giardino / e l’anima inquieta respira solitudine / pregustando senza prenotazione / e con tanto d’amaro in gola / l’anticamera del congedo” (Abbraccio mortale).
Sul versante inquieto del cono d’ombra della melanconia, avvertito come sentimento di inappartenenza, il Poeta punta lo sguardo verso un altrove irraggiungibile.
Michael Bachtin, in questa ottica, aveva preso in considerazione il non-luogo, al di là dei significati e del linguaggio, per vedere da vicino l’Invisibile, e come esperienza dell’Illimite e come felice circolarità della pulsione di vita.
L’oltranza, intravista da Prebenna, apre lo spazio al surreale e si protende verso l’evanescenza della vita onirica. Nell’armonia del dettato poetico “persiste l’animo a tessere i rami / pronto ad addentare il bene di tutti / e ferire, non per errore, gli ingenui / custodi del proprio modesto giardino” (Riaffiora).
L’ascolto dell’altro da sé è costante; nell’evoluzione coscienziale, talvolta, le istanze dell’io diventano un obiettivo da perseguire, senz’altro utile, per comprendere, fino in fondo, i limiti delle umane possibilità. L’altra faccia della luna è il perturbante, per il Poeta, perché transita in direzione di un senso ulteriore del registro psichico, con un forte “spaesamento” dell’io; la teatralità dell’immaginario, senza grandi sconfinamenti, porta ad una costante verifica del “mal di vivere”, testando una sensibilità eccezionale, affidata all’affabulazione: “Affondo nella mia miseria e nell’inconsistenza / […] il destino nostro, mio e di tutti, è segnato: la signora padrona del nulla ci arpiona. / Ci sovrasta illimitato l’universo / e se la terra ferace ci sostenta e sorregge, / l’immaginazione sprofonda nel cuore / indefinito delle innumeri galassie / ed anche acceso lo scontro / tra poco e tanto, assenza e tutto, / miseria e grandezza” (Salto nel vuoto).
Nicola Prebenna ha una segreta consonanza psicologica con due poeti a me molto cari: Vincenzo Cardarelli e Umberto Saba, nel rivelare il sentimento doloroso dell’Essere, che, alla luce dello stupore e di un disarmante angelismo, mette in luce un io inquieto e dilacerato: “Siamo nuvole / che passano, / anche le nuvole / spesso sono baciate dal sole” (Nuvole).
“Si librano nell’aria frammenti di parole / senza verso e senza senso; […] Le parole ricomposte e tornate / a nuova vita illumineranno il buio della fine / degli illusi di eternità a buon mercato” (Frammenti di parole). “Mi affanno a rincorrere il diadema / che mi consacri sovrano del nulla / e sfiorato dal soffio della verità / il passo rallento e quasi m’arresto. // […] mi adagio / sulla coltre tenera di desideri acquietati / e di serena attesa del domani, / quale che sia, affidato al buon Dio / ed alla mia ritrovata ricca povertà” (Affanno sedato).
“Le radici del malessere” sono nel rimpianto delle cose passate e nel costante pensiero della morte; il Poeta è spettatore della propria vicenda, e, senza mai fingere a sé stesso, segue un percorso di autoanalisi involontaria. Con il suo scandaglio introspettivo attiva un prodigioso tentativo di ri-cerca, per ritrovare l’identità dell’io e l’armonia con sé stesso e il mondo circostante. È uno struggente desiderio di assoluto, che trova nel risarcimento sublimativo dell’arte un’occasione di appagamento e di gratificazione. Questo apparente equilibrio viene stemperato dall’esperienza della crisi dell’Essere: “Esiliato dal mondo che pensavo / in parte mi appartenesse, estraneo / alla terra in cui venni alla luce / e che immaginavo madre amorosa, / mi dibatto tra dubbi e misere certezze, / tra la percezione del tutto e l’esperienza del nulla” (Il muro che è in noi).
In questa densa scrittura poetica si passa dall’intimismo allo spazio colloquiale, su tematiche esistenziali di notevole rilievo; l’inattesa consonanza con l’altro nasce da un’intollerabile solitudine, che insidia il Poeta. Nonostante tutto, la purezza dei suoi sentimenti è protesa empaticamente all’impulso vitale della pacificazione interiore. L’intervento della riflessione avviene nel momento stesso del concepimento del fantasma; egli è costretto a vivere, senza appartenersi, mosso dalla irrequieta ricerca della propria identità. Il deragliamento avviene, quando lo sguardo si posa su sé stesso, per dare l’abbrivio ad una straordinaria e avventurosa esplorazione del Sé: “Bello è rimanere qui, sospesi nella nuvola / pervasa dalla luce intensa del sole / e delle stelle, nell’isola senza tempo” (L’eco del monte beato).
“Chiudo gli occhi e m’immergo nella quiete / dell’assenza di moto e di alito di vento, / che somiglia al silenzio della morte / e per breve tratto mi sommerge il nulla / e scompaio dallo schermo che diviene / piatto e oscurato dalla nebbia; altro non c’è / oltre lo spettro dell’avanzo di ciò che è sparito” (Prova).
Il pensiero puntualmente fagocita misteriose illusioni, nel vedersi vivere attraverso una fervida immaginazione.
La leggiadria dei versi indulge ad un dettato poetico denso di trasfigurazioni, che fluiscono lungo il versante di una poesia squisitamente esistenziale, che tratta della fugacità della vita, di pulsione di morte e del sogno, filtrato dalla memoria, del bene e del male, della malattia, del pieno e del vuoto, anche se nel substrato del percorso emozionale è sempre presente il bisogno di armonia e di felicità, insito nell’uomo, unitamente a una costante ricerca di identità: “Dal piccolo all’infinito, dal breve all’eterno, / da ciò che sembra il tutto al nulla / ed in questo vorticare senza fine / andare e venire, nascere e morire, / apparire e scomparire, / guizzo di luce di bambagia e pulviscolo / invisibile che si dissolve per l’aria / e poi nulla più” (Lettera dopo lettera).
Senza ombra di dubbio, siamo giunti al punto più mirabile della poesia di Nicola Prebenna, dopo un encomiabile percorso umano e letterario.
Carlo Di Lieto
| Dimensioni | 210 × 150 × 11 cm |
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| Mese Edizione | Novembre |
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