Prefazione

Il libro di Poesia di Edith Dzieduszycka intitolato In fondo si presenta come un poema nel quale si concepisce il limite di identificazione non superabile tra la Poesia e la Vita: le due esperienze umane non riescono – né più mai, direbbe Ugo Foscolo – a unificarsi e a consustanziarsi insieme, perché interverrà prima la morte a separarle o per lo meno a impedire di vedere e di testimoniare come la Poesia possa esattamente coincidere con la Vita.

Il carattere del poema è svelato dal proemio stesso che sviluppa, secondo l’antica tradizione letteraria, una protasi consistente nell’invocazione alle Muse ovvero alla divinità. Va da sé, che Edith Dzieduszycka dia il ben servito all’armamentario museale della mitologia e lo sostituisca con l’immagine reale, materica, profondamente umana di sua madre. Ciò non toglie che, collocata in capo d’opera, come l’erma sulla colonna celebrativa, la Madre acquisti la maiuscola e divenga un’immagine di sacralità incorruttibile e superna, pur conservando la sua dimensione umana, troppo umana, direbbe Friedrich Nietzsche.

Il poema, oltre che dalla protasi dedicata alla Madre, è anche introdotto da una sorta di esergo o, meglio, di brano citato per intero tratto dai “raccontini” di Je me souviens de tous vos rêves di René Frégni, il quale mette in primo piano come la ricerca in fondoil frugare in fondo alle nostre viscere – sia un affaire litteraire, non propriamente una questione di sole parole, ma d’interpretazione e di significato da attribuire alle parole, “storcendole come un lenzuolo”.

Che cosa racconta, dunque, il Poeta, in fondo? Al riguardo, Edith Dzieduszycka fornisce una citazione tratta come omaggio elaborato da Fabrizio Dall’Aglio, nel suo prezioso libretto di poesie filosofiche Hic et nunc, prefato, con disincanto e con empatia del maestro verso il discepolo, da Mario Luzi: scrive Dall’Aglio che il Poeta racconta “la maestosa vertigine del vuoto”. Altrove leggeremo che “Il poeta / è un uomo galante” e “[…] parlerà di un amore eterno/ rimboccando le maniche/ da impiegato”.

Sembra concludere, la Nostra poetessa, che ci ritroviamo nella condizione enunciata dal noto prospettivismo di Nietzsche, per il quale non esistono fatti da raccontare, ma solo l’interpretazione che noi ci inventiamo. È l’interpretazione immaginaria che dà un senso ai fatti ed essa potrà sempre essere contraddetta come e quanto si vorrà. In altre parole: in fondo, sembrerebbe che ci sia un panorama nichilistico.

Ma per Edith Dzieduzsycka non è propriamente così, perché, infatti, per lei, in fondo, c’è un’illusione inspiegabile, che probabilmente ha un’ottocentesca matrice foscoliana, in quanto è assolutamente irrinunciabile. Gli animali, quelli sì, vivono senza illusioni. Invece, non può vivere senza illusioni l’essere umano, che costruisce con costanza e con acribia, per tutta la vita le teorie, in cui esercitare l’immaginazione significa mettere in atto un processo d’accadimenti di vita e produrre effetti che creano i fatti della storia. L’illusione è come la radiazione magnetica: non la si può toccare, non la si può vedere, ma essa sposta le cose reali del mondo ed è in grado di attraversare la “maestosa vertigine del vuoto”.

Il libro si declina nelle due parti a specchio, Plurale e Singolare. La prima rappresenta un riferimento di circostanze collettive e la seconda raccoglie alcuni casi definitori dell’individualità personale. Va da sé che la differenza, nella mente della Poetessa, non è un abisso, ma è una semplice sommatoria, un integrale matematico, che assomma e che moltiplica i casi possibili, diciamolo con le parole della Poetessa: ghirlande infiocchettate d’evanescenti Sé.

Le tematiche del Plurale sono gli argomenti comuni della poesia contemporanea del XX secolo e di inizio del XXI: l’impotenza e l’inconsistenza delle parole; il dramma definitorio del tempo e la sua enigmatica inafferrabilità relativistica; il valore dell’immaginazione umana, che costruisce l’ucronia e l’utopia, cioè i tempi e luoghi che non esistono, tanto per citare Jorge Luis Borges, con Il libro degli esseri inesistenti; l’incantamento della favola fantastica, cioè “le raminghe Sherazade dalla parola stanca”, ed altri capitoli e altri testi di ricerca circa i fatti e le interpretazioni. Su tutto ciò – assicura la Poetessa – ci si trascina cahin-caha ovverossia alla meno peggio.

La seconda parte intitolata Singolare è a sua volta composta da due svolgimenti distinti fra loro. La prima argomentazione riprende l’immagine dantesca della Sibilla Cumana che scrive le sue sentenze interpretative sulle foglie che il vento dissigilla cioè disperde e sostanzialmente vanifica, per cui verrà descritta la Poetessa che perde le foglie della sua regale impalcatura, cioè la ricchezza delle parole e la giustezza dei loro significati; similmente viene trattato l’enigma del tempo, cioè la sua sfuggenza, la sua impenetrabilità e anche la sua crudeltà, come l’occhio dell’orologio che è incapace di piangere e versare lacrime sull’olocausto delle occasioni che disperde. Argomento centrale del discorso è quello della perdita della memoria o più esattamente delle continue metamorfosi della memoria, che non si mantiene mai identica a sé stessa, ma che produce indefinitamente nuove versioni e varianti del passato, sempre più sfumate ed enigmatiche. Fondamentale è l’argomento della noia, che ha qualcosa del capolavoro romanzesco di Alberto Moravia: il tedio per la ripetizione degli eventi, motivo per cui ogni persona umana si trasforma in una “montura stanca recalcitrante”, cioè diviene una uniforme ovvero una divisa definita e perennemente simile a sé stessa. La seconda parte di Singolare è la descrizione della caduta ultimativa, cioè la discesa nell’abisso, che non è affatto la morte, ma è la vita come si svolge nei profondi abissi, come l’infinità delle creature animali che vivono nei precipizi delle gole marine, ove non c’è luce, non c’è suono, ma possono esserci temperature accettabili, gorgogli di calore emessi del Pianeta, quantità di cibo che piove dall’alto, delle creature superiori in decomposizione. La vita in fondo è una continua immaginazione di ciò che non si vede e non si sente.

Il riscatto dal nichilismo, in cui si è proiettata l’intera cultura occidentale con il trio Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche, è dato dall’immaginazione come valore creativo e vitale che di gran lunga traguarda le povere gabbie della ragione. Edith Dzieduszycka riesce a vedere l’immaginazione fino In fondo. Viene da pensare che la sua visione non sia poi così lontana dal futuro che ci attende, con la scoperta della Artificial Intelligence – dicasi AI – la quale altro non è che un potenziamento moltiplicativo delle capacità umane di immaginazione.

Sandro Gros-Pietro

Dimensioni 135 × 205 × 11 cm
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Aprile

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