12,00 €
Autore: Chiara Mutti
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: Cefeide, 29
Pagine: 80
Pubblicazione: 2025
ISBN/EAN: 9791281996526
Prefazione
Chi scrive rimane sempre debitore alle sue immagini: quelle in cui si addensano e riassumono qualità e significati dello spazio-tempo dove l’io ha costruito una storia da leggere e rileggere, affinché, ogni volta, la memoria diventi più reale della realtà vissuta, fino a mutarla senza che diventi una menzogna, ma una dilatazione, un accrescimento della percezione sensibile, in altre parole, un’epifania. Che, a sua volta, sfocia nel sogno di sé stessa, anche se il disegno generale resta riconoscibile.
E le cose che man mano vengono recuperate, pur arricchendosi di dettagli che le fanno più esatte, grazie al sortilegio della lingua poetica, si trasformano in simboli, o in quelle che Cristina Campo chiamò «le elette figure».
La scrittura di Chiara Mutti si slancia ed espande ai bordi delle cose. S’introduce negli interstizi, nei vuoti e li adorna di senso e suoni, scavalcando quasi il dato visibile e dicibile per fissare lo sguardo sui loro opposti, ossia su quell’altra dimensione che richiede uno stato visionario, capace di annullare ogni confine, tanto che, camminando lungo le rive di un fiume (topos, dal filosofo Eraclito in poi, del divenire), racconta come le sia capitato, un giorno, di scorgere, insieme al limo, al pesante giogo dei rami […] una strana mescita di antiche sapienze, / di felici feste pagane, mentre un tonfo lontano da chissà dove, perdendosi / portava in superficie un peso: / il ricordo del tempo degli angeli. Le ali cadute. / Cantate cantate uomini-uccello dell’altra riva / l’ingannevole richiamo dei sogni. Questi versi, tratti dal testo Il fiume, esplicitano in modo assai chiaro la mescolanza del dove e del quando sia reali che metafisici, della natura umana e divina, della sfera materica e di quella immaginosa. L’uso del tempo imperfetto per la descrizione della visione non è accidentale: esso, tra tutti i verbi del passato, «è quello tipico della narrazione di sogni e universi di fantasia come quelli creati dai bambini nei loro giochi (imperfetto onirico e ludico)», come si può leggere nel sito della Treccani. Ed è quello che permette di narrare il passato in modo più vago e sfumato.
È come se la parola di Chiara Mutti cercasse ogni volta il luogo adatto a spiccare il volo dopo avere inseguito equilibrismi di luce. Poiché l’altro, l’oltre ‒ la poeta ne è certa ‒ esistono, solo che si sia disposti a riconoscerli spalancando le porte della dimensione interiore.
Scrive Josif Brodskij in Dolore e ragione che «la poesia ha una certa inclinazione per il vuoto, a cominciare da quello dell’infinito». Chiara Mutti ce l’ha: ragionando sragiona, osservando immagina, immergendosi nel piccolo, scopre la vastità e s’infinita.
La vita intera, la sua, quella di tutte le creature, viene proiettata come su un grande schermo dove scorrono le immagini che vedemmo e che non più ricordiamo del nostro essere “ab initio”, come quella della foglia che cade, / che solo un secolo prima / era già pronta a morire, e tutte le altre che sfolgorano nell’oblio del nulla e costringono ad andare a capo, vuoto dopo vuoto, verso dopo verso, disubbidendo alla sintassi della logora vita quotidiana, per aderire a quella imprevedibile della poesia che tra-duce, cioè trasporta il mondo in ritmi e tempi inusitati.
Compaiono tra le parole degli uomini, quelle degli angeli che annunciano la sacralità del dolore, svelando in esso i lineamenti autentici dell’anima dell’autrice, e che a volte è netta e verdissima, come l’amata Natura, a volte si protende, malinconica e dubbiosa, verso la fuga di paesaggi che sfilano dietro ai vetri di in treno, invertendo la percezione del movimento e della stasi, della presenza e dell’assenza.
La Natura ed il viaggio in treno sono, appunto, due di quelle figure che compongono lo scenario mentale dell’autrice, cioè a dire la Bellezza e la Fuggevolezza: la prima sentita o come irruzione improvvisa di stupore nella quotidianità, quali le trombe d’oro dei limoni montaliani, o, rilkianamente, come terribilità per la sua eccedenza insopportabile (Attratti senza posa e poi commossi / dalla bellezza / dalla sua portata inaudita / dalla sua aberrante alterità) e accecante perfino in un filo d’erba; la seconda, rappresentata da un perenne moto di avanzamento e arretramento percepito dal viaggiatore di un treno, di ispirazione nietzschiana, poiché il percorso non segue la direzione della verticalità, ma quella della circolarità, nella ripetizione senza fine di arrivi e partenze, che fa di ogni morte un nuovo cominciamento, come recita il titolo della silloge Il principio dell’ultima luce. In questo incessante apparire e disparire, ogni cosa trova la sua innocente giustificazione: il dolore dell’infanzia, la solitudine senza voce, il rifiuto, l’esclusione. Su tutto questo grigio cupo basterà stendere la luce dell’eufonia (cioè l’armonia sonora, ma anche formale e visiva, contro la dissonanza dolorosa delle personali esperienze): quella dei fiori che nascono ogni primavera, tanto da fare desiderare alla poeta di crescere all’ombra delle grandi corolle / essere nuda, stupenda esistenza; oppure la musica liquida della notte, la voce del bosco, distese d’acqua e di luce / distese così immacolate / che a vederle crederesti / di poterti salvare, e pianure lontane, una rosa: essenza fatta musica, la luna strabiliante, il ritmo dell’onda.
Si espande, allora, il pronunciamento festoso dell’Amore per la vita, pur nell’attraversamento di asperità e deserti con la stessa ostinazione della vita stessa; Amate tanto / e soprattutto senza motivo: è il testamento spirituale che l’autrice lascia ai giovani.
Poiché ciò che accade davvero e per sempre è il miracolo del linguaggio poetico: rendere credibili sia la consapevolezza della realtà che l’immaginarla, che è poi un modo straordinario di espandere la conoscenza e l’autoconoscenza, o, come scrive l’autrice, Essere l’espressione di questo perpetuo rispecchiare in sé / le cose del mondo. Insomma, Chiara fa bene il suo dovere di poeta: racconta e inventa, abolendo ogni gerarchia fra realtà ed immaginazione, perché sono entrambe necessarie: razionale ed irrazionale si abbracciano come due amanti inseparabili; il viaggio della mente rende verginale il passato, poiché esposto senza sosta allo stupore e perciò al tempo dell’eternità.
La materia biografica (riconoscibile in più testi) si estranea da sé stessa per lasciare il passo a quella della poesia con le sue metafore, i simboli, la ricerca di armonia o stridori fonici (invenzioni emotive razionalmente inseguite) e così la madre, origine di vita e di ferite, diventa nel testo La parola madre, uno dei più belli della raccolta, una parola dura che si incastra dolorosamente tra la di e la erre, una sorta di suono indefinito. Eppure quell’incepparsi della dizione tra la di e la erre, spezzando la parola, fa pensare (ma potrebbe essere soltanto una mia personalissima suggestione) a un significato preciso, solo se si rifletta sul significato di mad in inglese: pazza. Poiché la madre di Chiara Mutti era afflitta da una grave forma di patologia psichica, che ha impossibilitato un rapporto affettivo equilibrato. Eppure, in un altro libro Amen, in cui l’autrice racconta in prosa la propria infanzia, nel capitolo intitolato Pietra la presenza della madre genera un doppio atto contemplativo: mentre lei se ne sta contro il sole […] inginocchiata come in un antico rito di adorazione, la figlia la percepisce come un antico idolo di pietra, radunando in questa immagine sofferenza, distanza, ma anche una sorta di avvertimento misericordioso, se non un’attonita rivelazione di sacralità.
Siamo già a un passo dalla mitologia / di verbi, avverbi e di aggettivi a cui la Mutti ricorre sin da ragazzina spalancando gli inferi al canto, e ricordando la somiglianza tra la parola e l’origine. È l’alchimia dei versi: trasformare l’opaco metallo in oro lucente. Del resto, a cominciare dal titolo, è il lemma ‘luce’ ad essere il più ricorrente: lo contiamo per ben ventidue volte, per non parlare dell’ampia famiglia semantica (verbi, nomi e aggettivi) che si raccoglie attorno ad essa: lume, splendore, sole, bagliore, luna, stelle, aurora, luccicore, sfolgorare, illuminare, brillare, luccicare, splendere, luminoso, accecante; come a volere sottolineare il miracolo della gioia, esaltandola come fece Schiller nell’estate del 1785, componendo un’ode a cui in seguito si ispirò il musicista Beethoven nel concepire la sua ultima, notissima sinfonia, la Nona. L’atteggiamento è lo stesso: la gioia non va intesa come facile allegria, superficiale contentezza, ma come una conquista dell’anima sul disamore, il male, l’insensatezza. Quasi un moto di rivolta della più intima sostanza dell’anima che recupera il sigillo originario del Bene, direi quasi il sentimento che muove la Creazione nella Genesi, quando, nel fare le cose del mondo, Dio commenta «che era buono».
I paesaggi lombardi della propria infanzia si fanno affreschi vaghi, stinti dal tempo, come quelli che si possono osservare sui muri di chiese antichissime, ormai abbandonate; i dettagli più minuti, come i verticilli, gli steli dei più piccoli fiori di campo si allontanano dalla loro sostanza concreta volando verso le altezze di un regno incantato.
Tutto il mondo è abitato dallo Spirito che soffia dove vuole, in attesa di una buona fecondazione anche nelle condizioni più difficili, e nonostante la morte: Nulla resta, ma noi dobbiamo Essere luce / questo istante di noi. Eterno. Perché il messaggio di Chiara è quello che sussurra nel testo Dolce bambina mia: È sempre una mancanza a rivelarci / […] cogli l’ispirazione dal frutto / che ti avvelena il cuore.
Ed il sogno per sé stessa è quello di vivere in un solo verso, / che la sua stanza chiusa si trasformi in albero, / poi in bosco, / poi in una moltitudine di sconosciuti. Che è anche il dono più grande che ogni poeta possa augurare ai suoi versi e ai suoi lettori. Sembra, qui, di sentire Petrarca che finalmente congeda il testo di Chiare, fresche, e dolci acque, scritto come gli altri del suo celebre Canzoniere, tra i più deserti campi e selvagge vie, esortandoli a gir in fra la gente.
Franca Alaimo
| Dimensioni | 150 × 210 × 6 cm |
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| Anno Edizione | |
| Mese Edizione | Novembre |
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| Collana |
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