Prefazione

All’uscita di Ultimissime e di Libro segreto, raccolte postume di Nino Pinto date alle stampe da Genesi nel 2016, c’eravamo rassegnati all’idea di dover fare i conti con un’esperienza poetica esaurita, giunta per forza di cose al suo naturale epilogo, e col pensiero correvamo già alla stagione dei bilanci. Non a caso le prefazioni con cui le due citate sillogi si aprono, ambedue a firma di Sandro Gros-Pietro, anziché indugiare sui motivi e gli impulsi alla base di ciascuna ispirazione, com’era solito farsi nel caso delle poesie di Pinto, s’incaricano piuttosto di riannodare le fila dell’intero discorso poetico, risalendo agli assi nevralgici lungo i quali si è andata dispiegando nel tempo, e con maggiore fedeltà, la poetica del defunto scrittore di origini salentine. Si trattava in quel caso di illustrare i suoi «ultimi scritti», sfuggiti fortunatamente all’oblio e riportati meritoriamente alla luce; l’occasione era perciò propizia per abbozzare una prima fortuna critica, muovendo dalla constatazione di ciò che la poesia di Pinto è stata o non è stata. Rimangono allora imprescindibili quelle pagine per chiunque abbia voglia e curiosità di familiarizzare con un canto di singolare suggestione e intensità. Un canto dalla voce rotta e accorata, dal peculiare timbro nitido e fievole, che a due anni circa dalla scomparsa del suo abile esecutore, questa la novità, rintona ora la sua mesta melodia, lasciando sprigionare un estremo sussulto dai versi che qui si pubblicano per la prima volta.
Sono versi che figurano manoscritti all’interno di un quadernetto di trentatré fogli numerati, intitolato Il ritorno, recuperato tra le carte del poeta a Lecce presso la sua abitazione natale. Pinto iniziò a comporlo nel marzo 2015, abbandonata dopo venticinque anni Prato per far rientro in Salento, dove avrebbe trascorso gli ultimi e sofferti giorni (ma ispirati e produttivi) della sua esistenza. La morte difatti giunse di lì a poco, il 6 aprile 2016, e quel suo ultimo libretto poetico, forse non proprio ultimato e pronto per la stampa ma senz’altro in buona misura compiuto e strutturato, sarebbe rimasto confinato nel buio di un cassetto. Ne offriamo oggi testimonianza, così come ci è pervenuto, al fine di circoscriverne anzitutto il valore storico-documentario, spettandogli di diritto il pregio di rappresentare l’atto conclusivo, il momento terminale, della parabola letteraria di Nino Pinto. Una parabola che si articola in diciannove raccolte di versi, più un libretto teatrale e due racconti in rivista, pubblicati tutti con Genesi nell’arco di diciassette anni; a partire, cioè, dal 1999, anno del debutto ufficiale di Pinto sulla scena letteraria italiana. Vi giunse nella stagione della piena maturità, avendo all’epoca 71 anni. Era nato a Lecce nel 1928 e aveva compiuto gli studi universitari a Firenze, divenendo allievo dell’illustre linguista Bruno Migliorini. Con lui si laureò nel 1963 e sotto la sua egida si avviò a una lunga carriera lessicografica, collaborando dapprima al Trésor de la langue français, poi all’Opera del Vocabolario italiano. I primi anni Sessanta, com’è noto, furono anni di rinnovato vigore per le indagini di linguistica italiana, nell’abbrivio delle celebrazioni del primo centenario dell’Unità d’Italia. Proprio a ridosso dello storico avvenimento, infatti, uscirono tra le altre cose due opere monumentali, destinate a fare scuola e a diventare strumenti di studio e di ricerca imprescindibili: la Storia della lingua italiana di Migliorini (1960) e la Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro (1963). E da quel fervore di studi Pinto trasse impulso e giovamento, convogliando i suoi interessi in direzione delle analisi etimologiche prima, e incanalandosi progressivamente nell’esercizio della scrittura letteraria, segnatamente poetica, dopo. Difatti, al florido bagaglio di competenze linguistiche acquisite Pinto avrebbe attinto sempre a piene mani durante i processi d’ideazione e costruzione poetica. Riponeva una cura maniacale nell’elaborazione del tessuto linguistico, puntando in ogni caso al nitore della forma, all’aderenza delle parole alle immagini, all’armonia sillabica, alla precisione metrica. Lo stile era tutto, a suo dire. A differenza degli argomenti, che potevano ripetersi e ripresentarsi tali e quali all’interno dei singoli componimenti, lo stile rappresentava per lui un sigillo di unicità e di autenticità, valido a conferire carattere esclusivo a una determinata esperienza lirica. Com’è accaduto del resto alla sua, che nel panorama della lirica contemporanea sembra al momento non avere eguali. Si è parlato, e con cognizione, di neoermetismo, alludendo alla matrice fondamentalmente ungarettiana, aperta agli sconfinamenti montaliani, che connoterebbe la sua poesia a partire soprattutto dalla svolta epigrafica di Controcanto (2013), di cui è riprova pure Il ritorno. È stata altresì chiamata in causa la tecnica del piquetage, in riferimento a un indirizzo della pittura primo-novecentesca, consacrato all’arte puntiforme e divisionista, sperimentato nel suo caso simulando con guizzi di parole gli spruzzi del pennello. Eppure in un caso e nell’altro la poesia di Pinto sembra possedere peculiarità tali da eludere qualsiasi ipotesi di classificazione. Basti un esempio fra tutti, a proposito del tanto evocato ermetismo. Se è vero, come è vero, che anche il verso pintiano insegue una scabra essenzialità, costituendosi attorno a unità minime di significato, per giunta in uno scenario sintattico in cui latita la punteggiatura, del tutto diversa è invece la costruzione della frase, con il soggetto dislocato prevalentemente in clausola, in ossequio al modello retorico dell’anastrofe. Pinto evita il ricorso all’analogia, preferendo asserire e dichiarare con certezza. Preponderante è infatti l’uso del verbo all’indicativo, che è il modo della piena evidenza delle realtà e delle cose. Egli, insomma, porta in superficie il suo universo interiore senza stabilire correlazioni oggettive con elementi o paesaggi naturali. Predilige semmai enunciare con procedimenti di astrazione: non a caso parole come ‘fiducia’, ‘speranza’, ‘incanto’, ‘mistero’, ‘sconforto’, ‘inganno’, identificano occorrenze che popolano con sintomatica frequenza l’intera sua produzione, costituendo un frasario dall’alto tasso evocativo, simbolico, metaforico, che egli adopera abitualmente sfruttandone la carica polisemica e rinunciando a precisarlo per realistici confronti.
In questa sua ultima raccolta poetica, come si evince chiaramente dal titolo, è il tema del ritorno a farsi largo e a incarnare, nelle sue varie sfumature e accezioni, il paradigma concettuale intorno a cui ruota tutto il meccanismo della sublimazione poetica. C’è anzitutto un richiamo al topos classico del νόστος (nostos), il cui impiego ha segnato tante espressioni della civiltà letteraria italiana ed europea, sulla scorta dell’antesignano modello omerico. Intuitivamente siamo indotti a credere che l’oggetto della celebrazione sia qui il ricongiungimento del poeta con la sua patria naturale, la terra cioè che gli ha dato i natali e dove ha vissuto le sue prime esperienze nel mondo: il Salento. Eppure immergendoci nella lettura delle mini strofe e dei versicoli pintiani, facendo pure leva sulle private ammissioni dell’autore, possiamo dire senza margini di approssimazione che il ritorno tanto atteso e sospirato, dominio dei suoi pensieri e dei suoi desideri più accesi, coincide piuttosto con la città di Prato, divenuta col tempo, per effetto di una diuturna permanenza, la sua città adottiva, la sua patria d’elezione. Ecco allora che, se di nostos è lecito parlare, tanto per concederci una divagazione intertestuale tra le tante che si potrebbero fare a proposito della poesia di Pinto (documentate da avveduti commentatori), il topos appare però rivisitato e finanche rovesciato. Giacché a esercitare un richiamo suadente nell’animo tribolante e inquieto dell’anziano poeta, giunto alle soglie dell’epilogo vitale, è il luogo delle radici piantate in un quarto di secolo, delle amicizie lì coltivate, dei sentimenti sbocciati, del milieu sociale e culturale vissuto con passione e discrezione. È lì insomma (senza nulla togliere agli amati luoghi natali) che Nino sarebbe voluto ritornare, vagheggiando un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, voluto anche a costo di sfidare eroicamente la sorte, avventurandosi in un pellegrinaggio estremo e disperato che già al solo pensiero incuteva terrore, fiaccava le forze, ma appagava totalmente lo spirito. Prato, insomma, era diventata la sua Itaca: non la città da cui era partito, bensì la città cui era approdato, patendone nel prosieguo il forzoso distacco con dolorosa afflizione, che finisce per assurgere a materia di canto poetico, oggetto d’ispirazione lirica.
Muovendo da tali presupposti, la trama che si snoda lungo l’esile ordito de Il ritorno appare puntellata da una serie di parole chiave, dall’evidente sapore programmatico: ‘desiderio’, ‘speranza’, ‘fiducia’, in abbinamento con i loro opposti ‘an­sia’, ‘pena’, ‘sconforto’. Si polarizza poi attorno a coppie di sostantivi interagenti (‘ritorno’ e ‘richiamo’, ‘riscatto’ e ‘rinascita’ e così via), che nei testi dialogano tra di loro anche a distanza, attivando un sistema di rimandi incrociati retto da simboliche corrispondenze. Si potrebbe talvolta avere la sensazione di una stanca ripetitività di situazione, nondimeno di una certa monotonia d’ispirazione, dinanzi al reiterarsi di espressioni del tutto similari. Tuttavia la materia poetica vanta un suo lineare sviluppo, presentando una scansione di fasi e di tempi in cui, agli estremi, si alternano attimi di ottimismo («Già sostiene / la certezza / del ritorno»; «È già in cammino la speranza») a momenti di pura disperazione («Spegne la fiaccola / della speranza / lo sconforto»; «È nella resa / la sola / possibilità / di pace»); in linea con i moti ondivaghi del fluttuante pensiero poetico.
Merita senz’altro una sottolineatura il fatto che la raccolta si concluda con versi inneggianti al ritorno («Avvia il desiderio / senza tregua / i passi del ritorno»; «Prorompono gli odori / sulla via del ritorno»), prefigurato come evento fisicamente ancora possibile e realizzabile, in netto stridore con i malanni patiti a quell’altezza dall’ultraottantenne Pinto, prossimo a esalare il suo ultimo respiro vitale. Potremmo anzitutto ricavarne un segnale dell’incompiutezza dell’opera (forse destinata a un più amaro finale), a voler dar credito all’ipotesi di una sua brusca interruzione causata dal sopraggiungere dell’evento nefasto. Ma ne cogliamo, altresì, e soprattutto, una tangibile dimostrazione dello slancio eroico, titanico del poeta, che qui come altrove si dimostra propenso a una disposizione d’animo combattiva ed energica, giustapposta alla vena pessimistica generatrice di quadri a tinte fosche in altri lirici contesti. Sono attimi di esuberante vitalità che simili a barlumi di verità si manifestano per improvvise folgorazioni, concorrendo a stemperare il clima di tensione generato dalla profonda afflizione e dall’acuto disincanto di cui è pervaso il poeta. Che se non può in alcun modo lenirli appellandosi alla fede, riesce a mitigarli ricorrendo al fiero atteggiamento di chi ha imparato, nonostante tutto, a non soccombere e a non rinunciare a vivere.
Ecco allora che l’impulso eroico, che pure affiora in diversi altri luoghi della produzione poetica di Nino Pinto, trova qui nelle sue ultime poesie una piena e definitiva ipostasi. Inducendoci di riflesso a intendere che il ritorno non simboleggia altro che la smania del recupero delle piccole gioie del passato, la vigorosa riappropriazione della libertà di azione, la tensione indomita verso l’appagamento dei palpiti d’amore, il desiderio smodato di rituffarsi nell’agone della vita («Fu come / abbandonare la vita / la forzata partenza»), che per lui coincideva con la poesia («È circonfusa / di poesia / la gioia / del ritorno»). È un messaggio conclusivo, dunque, quello affidato ai versi de Il ritorno, di lotta e di radicamento alla vita, che consente di superare, e quindi anche di aggiornare, la cifra esclusiva del pessimismo esistenziale con cui ci si è accostati sinora alla poesia del colto e riservato (ma anche ironico e pronto alla battuta intelligente) scrittore salentino. Permettendogli, peraltro, di sancire un vincolo ancor più saldo col prediletto modello leopardiano.
Sia chiaro, non è questo il lavoro migliore di Nino Pinto, mancandogli la concettosità e l’ossatura filosofica delle precedenti prove. La scrittura sconta il peso dell’età e degli affanni patiti (la cecità, la sordità). Il manoscritto presenta una grafia incerta e instabile, e in più la compromessa lucidità costringe il poeta a frequenti ripensamenti e a non pochi depennamenti. Ma fattori materiali a parte, è proprio la temperatura più tiepida del verso, insieme con una cesellatura meno accurata, a trattenere la silloge al di qua dell’«essenzialità luminosa e armoniosa» che ravvisò, ad esempio, in altri consimili esperimenti, il compianto Giorgio Bárberi Squarotti. Il quale era solito accusare ricevuta dei volumetti che il gentile poeta leccese volta a volta gli recapitava, scrivendogli in privato, ornando le sue lettere con giudizi di critica minuta e sottile che erano vere e proprie recensioni. A meritare l’autorevole consenso di Squarotti, in pratica, era quel genere di poesia tesa, com’egli scriveva, alla «drammaticità della bellezza e della vita», circonfusa di un’«aria desolata e aspra davanti all’orrore e agli errori della storia» (su Il suonatore di ghironda, 2008). Parimenti, l’avveduto italianista piemontese, nonché fine poeta egli stesso, ne elogiava la struttura «essenziale, netta, perentoria», che procedeva «per sentenze, visioni, concetti, giudizi morali e di vita che tendono tutti alla tragicità più alta» e si rivelano in grado di cogliere «la suprema verità del tempo mirabilmente» (alludeva a La porta invisibile, 2009). Ragion per cui, predisponendosi ogni volta con gioia ed emozione alla lettura di quelle semplici ma profonde liriche, Squarotti ne ricavava «energia e slancio di vita e di scrittura», specie per le «lezioni di verità» che erano capaci di impartire (lo scrive in merito al Breviario, 2012).
Ora, se non può dirsi altrettanto a proposito de Il ritorno, una cosa però è certa: esso rappresenta una sorta di testamento spirituale di Nino Pinto, un lascito etico-valoriale a uso dei suoi lettori, da intendere quale consuntivo di tutta un’esperienza creativa e quindi della sua visione del mondo. Manufatto grezzo e autenticamente personale, il libretto è sicuramente il meno proteso alle vette della filosofia e al contempo il più abbarbicato al terreno della biografia che Pinto abbia composto. E ciò va detto senza alcuna accezione negativa, senza cioè che il giudizio vada a detrimento dell’ultima fatica del poeta. Lo sappiamo, giacché è un principio inconfutabile, che tra vita e letteratura, tra biografia e poesia vi è un rapporto di causa ed effetto. Il vissuto di un autore costituisce sempre l’occasione della scrittura di un’opera, che a sua volta rispecchia e riproduce le tappe del percorso umano e dell’evoluzione poetico-spirituale dell’autore. Ma quando la vita si fa letteratura e la biografia diventa poesia, i valori celebrati superano il particolare per caricarsi di significati universali, rimandando non più soltanto al singolo che li anela, ma anche a una collettività che li riconosce come propri, in essi identificandosi. È così anche per i versi de Il ritorno, che di là dalla patina autobiografica che traspare in filigrana stimolano il lettore a prefigurarsi un suo viaggio, reale o memoriale che sia, alla ricerca di un porto di quiete, di un cantuccio di speranza e di soddisfazione, di un’àncora di salvezza e di riscatto, nella prospettiva agognata di un raggiungimento o di un ricongiungimento.
È una poesia, dunque, capace di parlare alle nuove generazioni, di intercettare i gusti dei più giovani, oggi più che mai preda di futili occupazioni e spesso vittime di facili smarrimenti. Il suo stile secco e lapidario, peraltro, la rende particolarmente incline alle forme di comunicazione in auge nella società contemporanea, uniformate al modello della brevitas imposto dai social network e dagli usi espressivi affidati alle piattaforme informatiche. Non resta perciò che consigliarne la lettura, auspicando parallelamente che si proceda lungo i binari della riflessione critica, allargando semmai il compasso della disamina all’intera produzione del cantore salentino (da raccogliere magari in un “Tutto Pinto”), che attende ora chi la sappia valutare col giusto distacco e con serena oggettività.

Andrea Scardicchio

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