Prefazione

Lungo un meritorio decorso degli anni, Antonio D’Elia ha descritto, nella ricca sequenza delle raccolte poetiche, una luminosa e armoniosa espressione di libero canto, così sapientemente affrancato dall’impostura dei canoni accademici e degli omaggi reverenziali alla tradizione, quanto manifestamente erudito e consapevole delle esperienze passate della parola poetica. Anche quest’ultimo libro di Poesia, dal titolo aperto in un’espressione di accoglimento lu­dico, Il gioco della vita, riunisce in sé circa centosessanta tessere poetiche che insieme ricostruiscono la misura e la profondità della grazia poetica di D’Elia. Il canto è incentrato sull’omaggio d’amore che il Poeta offre alla donna, come acme sublime della massima altezza a cui un essere umano può rivolgere i suoi interessi. Al di sopra dell’amore per la donna esiste solo l’amore mistico per la divinità, ma il salto diventa enorme, perché a quel punto la parola poetica si colloca in un Altrove di cui non si può avere contezza logica.
L’amore, dunque, è l’esperienza totale e definitiva: è il punto più alto del viaggio terreno di ogni essere umano. Al di sopra dell’amore c’è solo l’Urania o l’Utopia, che nessuno di noi può affermare con assoluta sicurezza che esistano e – se esistono – si sa per certo che non stanno all’interno della realtà terragna. Il fatto straordinario di questa ambita meta – l’eros, precisamente – consiste nella possibilità che essa sia raggiunta già in età adolescenziale o comunque decisamente giovanile e che poi – per virtù del soggetto che ama e che a sua volta viene necessariamente amato, come Dante insegna – divenga la meta perenne per tutta la durata della vita. Forse, potrà anche manifestarsi un rinnovo oppure un ricambio dei “volti dell’amore” nel durante della vita, ma ciò non impedisce al Poeta di smarrire la via che conduce alla sommità degli interessi umani.
Il Poeta dimostra attraverso l’inanellare delle sue tessere che l’amore contiene in sé tutti i sentimenti che costituiscono il gioco della vita. Vi è un’esposizione universale di tali emozioni: l’attesa, la trepidazione, l’esaltazione, l’appagamento come anche il timore, il tormento, la disillusione, la noia, la sconfitta. L’amore è la cornucopia di tutte le emozioni umane possibili, ripetute e rinnovate a iosa, fino a raggiungere il finisterre o meglio, per usare le parole del Poeta: finché la morte “mi chiuderà / le palpebre / e il mio corpo / rasserenato / dormirà / in eterno”. Versi brevi ed essenziali, non già cerimoniosi, inguantati e argomentativi, ma frecce che si infiggono nel significato stretto della parola, colpiscono al centro il bersaglio. C’è quasi un triangolo equilatero per­fetto tra amore, disamore e sogno, le tre sorgenti di lirica purissima, che sono l’occhio della poesia di D’Elia, con accanto divagazioni sull’Eden e sul Salento – quest’ultimo potrebbe essere la declinazione terrestre del primo– e sulla storia, che esala i suoi rumorosi fatti tanto esclamativi quanto fatui, come argomenta il Poeta: “Dov’è uomo / la tua storia? / Forse è chiusa / nella memoria. / Nella solitudine / hai perduto / i ricordi, / le ombre ti hanno / assediato”.
Assediato dalla luce della Poesia – cioè dell’Amore – il poeta conduce il gioco della vita nell’essenzialità del suo distillato canto libero e rappresenta la forma più alta e declamata degli umani interessi.

Sandro Gros-Pietro

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