L’OMBRA E LA GEOMETRIA DI ANTONIO D’ELIA

L’asse su cui sembra costituirsi questo consistente nucleo poetico di Antonio D’Elia – Geometria dell’eternità – si può considerare come fondato su due figure in rilievo: l’ombra e la geometria. Che giustamente non hanno nulla in comune, se non un minimo ontologico, ché l’ombra è luce attenuata, il che può porre un problema di fisica ottica; mentre la geometria dello spazio e delle forme e dei solidi può proporre un altro problema scientifico, quello della strutturazione e posizione delle dette forme. Questo può essere interessante da un punto di vista gnoseologico-formale, da unire anche alle citazioni della filosofia e del mito ellenico (le Danaidi, Sarpedone, Anassagora, Ammonio Sacca, Iante, Plotino, Anacreonte, i Pitagorici – non mancano però Agostino e Spinoza…). Ed effettivamente, la poesia di D’Elia può anche riconoscersi come una gnosi ellenico-cristiana, che la provenienza salentino-mediterranea corrobora aper­tamente. In realtà, ombre e geometria sono due metafore ricche di stimolante valore simbolico.
Comunque, questa poesia viene ad assumere una forte connotazione esperienziale e sapienziale, che trascende il messaggio poetico e si fa diario del vivere umano nel tempo. Perché il poeta sapientemente accetta che gli eventi e le cose passino attraverso la sua persona, fatta cavia dell’integrale del vivere e della capacità di superare gli ostacoli dello scontro. Ed il gioco rimane sempre tra ombra e geometria, la prima nella sua vaghezza sfumata ed impalpabile; e la seconda nella sua fermezza squadrata ed esatta. Inconciliabili!
Naturalmente, per eterogeneità dei fini, perché il mandato inesorabile di D’Elia è quello della lettura e trascrizione di quel suaccennato essere nel tempo (“col pensiero sedersi dentro il tempo”, sicuramente e leopardianamente “mirando”, ed ascol­tando), rimanendo primaria – se non unica – l’istanza della ricerca classica della luce nella vita delle cose, nei rapporti umani, nel contatto con la natura. Beninteso, fondamentale, la luce della coscienza. Attraverso i supporti ugualmente classici, che sono l’amore, la memoria, la bellezza, la speranza, il sogno, le idee e il pensiero della dimensione umana integrale. L’importante è comunque fissare subito l’entità delle due figure-guida: l’ombra come minaccia incombente dell’abisso, disordine, caos, male-dolore, tristezza, paura, nostalgia, indizio del buio senza geometria, ecc. Essendo la geometria come la “finesse” pascaliana, integrata anch’essa nell’unicità della geometria totalizzante (il Logos) come ordine, armonia, serenità se non allegria – ma ancora allegria di naufragi (D’Elia deve molto a Ungaretti) – equilibrio se non effettivo benessere. Del resto, basta una carezza in collo alla mamma – al mare – per riportare il sole nel cielo (e nel cuore): “la vita ha le sue regole / e la luce implica / ombre nello spazio”. Ho lasciato per ultima la morte, il nero che copre e risolve tutto. Dopodiché finisce tutto. Anche la funzione del poeta. E si aggiunga la lettura araldico-affettiva del mito salentino della terra d’amore, che risolve il groviglio delle paure e delle solitudini, come piccola lampada che stempera le angosce e la confusione (“e rischiara l’angoscia / che dentro mi duole”), che inducono inquietudine e scompiglio. Ed è proprio qui, dove la geometria (dell’eterno, certo, perché l’umano fa molta fatica a trovarla) coincide con la regola, la misura, che è certezza, sicurezza affidata alle forme nette che occupano lo spazio vitale:

                          Ciò che resta è la certezza
                          della luce nello spazio,
                          la vita tracciata al giro d’un compasso
                          lascia frammenti di memoria
                          dove confuso mi nascondo.

La poesia e l’occhio rivestono quelle forme di colori, come nel felice paesaggio salentino che rimescola il sangue e propone una nuova innocenza, forse mai conosciuta sulla terra nell’“esilio d’amore”. Perché l’eternità è l’unica certezza delle forme, come la quiete, il riposo, l’armonia nel segno dell’amore. Che rassicura del ritrovamento dell’Uno plotiniano, l’istanza mistica fondante ed unica come il Holzweg heideggeriano, che appare l’unico sentiero che non si e non ci perde nel bosco. Si coglie già in questo l’ansia estrema e incalzante del poeta di raggiungere la Lichtung, la chiara ‘radura’ della luce nel silenzio, dove la parola e la poesia sono promessa dell’unica pace, come una finestra luziana e comiana dell’attesa e dell’appello del poeta e che è “aperta all’infinito”. Dalla quale “la vita continua / nella solenne levità”; come dire con una leggerezza benefica, magari anche sottratta all’insistere del Logos. Perché l’ombra ci stanca e in noi sempre più caldo si fa l’anelito del “colmo della luce”. E il viaggio è duro e tutte le forze sono tese solo verso la “meta”, quella della verità nella pena (“Ognuno nel suo viaggio / risale la meta”) E se l’uomo non prende tra le mani l’infinito, la salvezza si fa ardua (ancora, i mistici invitano sempre a “pensare in grande”). L’importante – come avviene generosamente in D’Elia – è avere lo stupore della vita come compagna di viaggio permanente, che già di per sé non solo allontana le ombre, ma permette di avvicinare e ampliare la luce. Che sia pure un sogno, una favola, un’ardua speranza che non garantisce la vita e non distrae la morte, ma è sempre una maturazione silenziosa di quelle stesse speranze aperte nel gioco dell’amore. Il gioco, fortunatamente, è il vertice vitale costante della poesia di D’Elia. Uno sforzo di libertà. Che è il “senso della vita / [che] non si perde con la morte”. Certamente, le ombre cariche di silenzio tentano di sciogliere il conato imperituro della vita – lo sappiamo bene tutti – e il poeta ce lo ripete nelle sue sterminate variazioni sull’unico tema del percorso della vita nell’antitesi dell’ombra: perché l’ombra è il buio mistero dell’inesprimibile e dell’invisibile. E in questo contrasto continuo e strenua lotta, pur non perdendosi le nostre paure, sta tutta l’ansiosa inquietudine e tensione della sterminata e pressante poesia di D’Elia, limpida e timida, paziente e comprensiva, sempre esigente e fervida sulla breccia con lo sguardo all’infinito e all’eterno per la regolarizzazione delle incertezze e delle angosce. E la poesia è, in definitiva, la stessa geometria come sola ipotesi di stabilità oltre la notte e superato il “mistero del tempo”. Credo proprio che questo sia il fondamento quieto e drammatico della poesia di D’Elia, la ragione del suo far poesia: una lotta tra ombre e geometria, ma anche tra il Logos greco-salentino, che induce ad accettare la ragione che dice il vero, e la Sehnsucht che la mette a repentaglio, la passione umana, la brama sabiana dell’esserci ad oltranza e al di là delle speranze. In questo senso, come attesa, e definitiva vera speranza, si attivano nella poesia di D’Elia due istanze abbastanza collegate: un’istanza materna e quella del gioco. La prima è il ritmo benefico di un cosmico abbraccio – nel simbolo del mare infinito – che dissolve le aridità e le irrequietezze del vivere (“Oh madre, ascolta, / le mie parole”). Se la mamma ti cullasse ancora, dice D’Elia, con fede mediterranea nel supremo archetipo, saremmo a posto, felici ed immortali, perché la madre è quella sacra geometria che flette i sospiri dell’anima e rassicura i sogni. Così funziona la vigilanza amorevole del focolare domestico e della “dimora vitale”, la prima delle quattro radici della poesia secondo Oreste Macrì, il punto di convergenza totale delle ansie e dei terrori che solcano e infrangono le notti (“ritorna / l’antico amore / nel Salento / per condividere / la sofferenza / dei figli”). Tutto è amore nell’appello alla terra (“tendono le braccia / in questa terra / gli ulivi / baciati dal sole”). Anche l’ombra assume allora una silenziosa capacità di quiete e di sicurezza. Chissà che l’ombra stessa, suo malgrado, non accetti persino di essere salvifica… Anche senza l’ausilio della geometria armonica, che è “l’intensità” della luce”, con il suo stupore di sempre (“meraviglia in tanta armonia”) essendo le ombre perdute, dissolte come stelle (“il pullulare di stelle / si fonde con le ombre”). E non vien meno l’anelito dell’eterno, che è la suprema soluzione delle nostre contraddizioni e aporie. Esse restano solo poveri echi del nostro essere nel tempo. Altrimenti, resta il vago certo della forma, la geometria, appunto. E che non illuda anche questa se basta proprio il mito eracliteo:

                          Nello scorrere del tempo
                          la sapienza cresce
                          e il logos, invisibile, fluisce
                          come l’anima all’eterno.
                          L’oscuro gioco del “divenire”
                          segna il percorso rumoroso
                          della vita, un moto infaticabile
                          che regola ogni cosa
                          nell’armonia dell’universo.

Siamo sul confine della morte che annulla la storia, la memoria, il passato… tutto ciò che conta sulla sua ardente continuità di amore e di armonia. E lì, la “morte non svela il suo disegno”. Tanto meno il supremo, in attesa dell’ultimo “volo dell’infinito”. “In alto, più in alto”, come nel canto libero, nientedimeno, di San Juan de la Cruz. Non solitario cammino tra mare e cielo, ma nel calore della speranza, occupando tutti gli spazi dove la poesia si fa inguaribile amore, il vero tramite e la vera chiave dell’eterno:

                          È bello vedere
                          dalla spiaggia
                          il mare che tocca il cielo:
                          una calda speranza
                          s’inarca con la luce
                          cercando
                          ai limiti dello spazio,
                          una carezza che riposa
                          lievemente nell’eternità.

Ed allora tutto si chiarisce nella giusta prospettiva (“parole di certezza”): il tempo, anche l’ombra, il mondo, gli affanni, il silenzio, la memoria, i sogni… tutto trova la sua dimensione vera, la sua misura autentica, che viene da fuori, dalla “luce del cielo”, il riflesso cangiante che segnala l’eterno. Le ombre sono le pene che solcano la vita, ma anch’esse si fanno gioco – la seconda istanza – e stemperano le proprie inquietudini, ancora nel segno mondano dell’amore, ma non più quello… vita passata, “che volge l’eterno disegno”. Ed è in questa discrasia (ombra-geometria) il modulo che fa ruotare tutta la poesia di questa stagione del bambino-poeta, che lotta col drago (il suo gioco confina con l’eterno) nel perenne tentativo che vinca la geometria in un fantastico gioco d’innocenza (Ungaretti, Montale), vago e leggero ma di intima letizia (“ha soltanto il sorriso della vita”) come di un lieve ilare montaliano fantasma di salvezza (“tenta geometrie di giochi / con le ombre il bambino, / un gioco senza peso / dove la sua mente vaga nelle forme”), un teatrino che fa giocare le parole, nel richiamo della poesia, che è la speranza di certezze. Restando tutto il “mistero della vita”.
Qui ti aspettavamo, poeta! A questo punto, non permetterti nessuna malinconia e che nessuna cosa ti sembri indifferente: ama ancora, lascia che qualche volta la gioia della vita ti invada, dimentica l’inutile e il vago, e approfitta del tempo per giocarci, senza limiti, e gioca proprio con le parole: esse possono essere ancora la tua geometria, il pitagorico pascaliano ricorso e ritorno al Logos. Le forme semplici della semplice ragione ti aspettano senza gesti per accompagnarti al “más allá” guilleniano che ti chiama agli “accordi universali” (Machado parlava di “universali del sentimento”). È per questo che l’esserci ancora dura e resiste nella grazia della poesia, che incanta anche chi s’inoltra nel tempo con “l’azzurro colore della vita”, il “colore del cielo”, aspettando, senza ansie nell’“ora dell’attesa”, i sospiri del “piacevole declivio”, verso il sabato senza tramonti – come diceva La Pira –; mentre lo spazio e il tempo s’illuminano ancora nello sfondo dell’armonia, che placa i sogni e arricchisce l’unica vera gloria: l’essere stati uomini nella verità, come a te è stata data l’inquietudine della parola e il silenzio della poesia. Quella che ti dona lo stupore perenne, il gioioso turbamento dell’ascolto del silenzio, che si fa scrittura. Tutto questo sublime gioco ti chiedo – e lascia stare l’ombra! – per tutti noi, che cerchiamo con te e da te il sorriso di un verso giusto. Ancora grazie, poeta Antonio!

Gaetano Chiappini
Università di Firenze

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