Prefazione

Circa un secolo fa comparve agli orecchi e soprattutto agli occhi del pubblico italiano, col titolo Mattina, una coppia di versi che fece scalpore: il M’illumino / d’immenso di Ungaretti. Un settenario spezzato in due: punto e basta. Vergato forse per un bisogno di più libera fantasia, ma certamente volontaristico, perché puntava ad annunziare un concetto dell’arte differente da quelli della tradizione. Stavamo, in breve, alle soglie dell’Ermetismo. Ma di lì ai nostri giorni il pericoloso che in quel duale s’annidava è detonato, trasformando l’idea del poetico in una moda, in un docile gusto del niente: indebite pretese di essenza e quintessenza, su cui la so­ciologia avrebbe potuto indagare; ed è comparsa invece la dottrina della semiosi illimitata che, insegnando come tutto sia soggettivo e non tolleri giudizi di valore, ha fatto il resto.
Questo cappello s’è reso necessario come avvertenza: noi al contrario, teorici della semiosi obbligata, vorremmo accertamenti e giudizi. Ed ora ci accade di poterne tentare assumendo l’opera prima di Barbara Lu­dovici, e cominciando con un suo rigo metrico, la cui ra­gione ci sembra non solo valida, ma stringente. Perché allo stato attuale dell’arte in genere, e della poesia in particolare, esso ha quanto basta per essere evocato a pa­radigma, e meritare un ampio discorso:

Ora solo la verità non mi offende.

Questa dichiarazione costituisce, ognuno lo vede, un gesto militante, che vuol dare inciampo alle misure ovvie dell’endecasillabo e della metrica convenzionale, per risolversi in un forte comunicato di poetica: com’era in Ungaretti, ma – a parer nostro – con profili di schiettezza e di attendibilità diversi, forse meno ‘spazianti’, ma più compromessi. Innanzitutto: a fronte dell’immenso ungarettiano è posta la verità, col suo diktat che insorge ad onta dei connessi problemi gnoseologici. Perché la “immensità”, col suo sublime, è avvertita – per dirla con parole dell’autrice – come un’idea perplessa e vaga, come un vocabolo disposto ad aprire anche al cattivo gu­sto dei vagabondaggi nell’immaginifico e nel vacuo (quel che è successo, purtroppo, con L’infinito di Leopardi). La verità come regola, dunque, che è al tempo stesso etica e conoscitiva, ed attraversa anche lessicalmente tutte le sezioni della raccolta: anche le più fresche d’inchiostro, nelle quali l’urgenza diaristica – tanto maggiore quanto più l’autrice combatte col non risolto e lo prospetta in fragilità e trasparenza come fosse vetro – sospinge nell’oltre, in terre madide di ragioni filosofiche e di venature psicanalitiche.
Ma poi da questa ‘sacra fame’ del vero si leva come una ventata, una vox che, se da una parte impone di rendere tutto chiaro e concluso, nondimeno residua un che di aperto all’ignoto dei cambiamenti, al possibile. Sembra, insomma, che Barbara voglia espungere dal vo­cabolario dell’anima poetante ogni grafia dell’esteriore e del retorico, e accordare l’ingresso unicamente a forme inedite di bellezza. Nel suo concetto ogni arte che aspiri al moderno non può essere frutto d’un placido e vago contemplare, ma esige l’intrigarsi con le movenze più pressanti dell’intérieur: quelle del fatto, palese o interno, in quanto reclama una pronunzia decisa e comunicativa.
‘Vero’ drammatico, allora, in quanto predicato di intransigenza e di esclusività: Ora solo. L’Ora sottintende il trascorso: il ‘naufragio’ e l’uscita dal pelago dell’inaccettabile. Il solo denuncia la totalità del negativo sperimentato. La mano del poeta – insegnava a Napoli Giuseppe Toffanin – si riconosce dall’impiego delle congiunzioni e degli avverbi. E così quel maestro ci faceva innamorare del dunque di Dante, inarrivabile: «In forma, dunque, di candida rosa…». Adesso Barbara ci propone i suoi Ora e solo; e poco dopo – vedremo – l’ancòra: sottratti alla sclerosi del datismo, del già sentito.

Con questa netta condizione d’infermità esistenziale, dunque, è venuta a fare i conti una giovane di poco più di trent’anni qual è Barbara. Col più nudo conosco e sento: una coscienza degna di essere chiamata tale, e cioè sensibile e coinvolta con tutto l’humanum, oggi non vede intorno a sé nulla che non ingeneri sospetto, e non costringa a ritrarsi, e non induca l’angoscia. L’inimicizia è diventata quasi un male di natura: questo il Leitmotiv, denso e pulsante, che circola in modi diretti e obliqui nel lucido quadro che Barbara Ludovici traccia di sé e dell’evo nostro. Gli eventi l’hanno colpita e resa tale che agli occhi suoi, della mente e del cuore, il mondo stesso sembra ridursi a un vuoto deserto; come sette secoli fa – si licet – l’Alighieri stesso (quanto attuale!) lo vedeva e aggrediva col più feroce ed amaro dei sarcasmi: Vieni a veder la gente quanto s’ama! Perché dalle pieghe della rappresentazione che Barbara realizza non solo esce denunziata l’assenza-insufficienza dell’amore, e negata – che più ferisce – la sua stessa fattibilità nella temperie che stiamo scontando, ma anche – ed è peggio – ne viene posta in dubbio la sostanza identitaria. La sua è una singolare forma di noesi, con una fede impiantata sulle evidenze e sul rigore, e tale che largamente collude con la stessa morale cattolica: per esprimersi da ultimo come lotta contro l’universo della dissimiglianza. È il religioso che incontriamo, ad esempio, nella poesia intitolata Confessione. Qui l’autrice si occupa a trascrivere, a fare il resoconto del suo apprendistato di donna esposta alle umane bassezze (un grappolo di appunti per un catalogo del difforme), che vuole smascherare il demonio, sempre in agguato e pronto ad agire contro il bene. Di qui la sua preghiera di aiuto, e insieme la necessità di rivolgersi – proprio per l’assillo del ‘vero’ che la punge – alla santissima Madre. E con accenti che, a sentirli, vien di pensare come raramente le corde dell’intimo risuonino, in questo ‘genere’, con la simile commozione e sincerità, e con un alfabeto tanto soffuso di grazia e di eleganza: «O santissima Madre, / quante volte, silenziosa, ti ho in­vocata (…). / Di sfiorarmi col tuo tocco leggero, ti ho pregato/ offrendoti la mia verità di peccatrice…».

Questa silloge di liriche si offre allora – in forza della nuova poetica del ‘vero’ maturata – come impegno esplorativo in più direzioni, ma specie negli orti coscienziali: della ‘coscienza in sé’, avvertita come ente noumenico (per via di creazione o di evoluzione); della ‘coscienza storica’ in quanto è mala et tranquilla (come dicevano i Padri della Chiesa) per libera scelta; e della ‘coscienza attiva’, come consapevolezza che l’usbergo del farsi e mantenersi veritieri è il solo che difende dalle tentazioni egoistiche e dischiude lembi di azzurro.
Anche Barbara talvolta compone testi brevi: ma con la maggiore distanza da quel che abbiamo deplorato in premessa. Leggiamo un suo pezzo monoverso, alla Ungaretti appunto, intitolato Soliloquio:

Vedovi, l’un dell’altro, e ancora vivi.

Siamo a fronte di una riflessione-constatazione-ammissione che è tanto pregna e stagliata, da inibire ogni tentativo di analisi del numero e del posto assegnato alle parole. L’endecasillabo – lo vede anche il più candido dei lettori – proprio non ne sopporta altre, né davanti né dopo, perché nel fatto individua una condizione che oltrepassa la privatezza e ci coinvolge tutti. A confronto, il duo di Mattina non varrebbe molto quando non lo riportassimo a un che di indiziale, di sofferto: quello – che potremmo cavare dall’intratesto – dell’uomo di pena, che solo fa di Ungaretti un poeta da amare.
Che cosa è dato di reperire, invece, in Soliloquio di Barbara Ludovici? Sul vero e sul certo della sofferenza, come del fatto, non oscilla ombra di dubbio, perché la lacerazione non sta dietro, ma dentro il dichiarato: una frattura-rottura che attesta l’hic et nunc d’un fallimento, che non è la morte (motivo peraltro ricorrente e quasi egemone nella raccolta) ma ne mostra le forme dove aleggiano l’inenarrabile e il mistero. La “pena” è calata in un arco diegetico che si tende senza un limite, sicché non puoi dire quali acque essa gema, se più di coraggio o di pudicizia. E, notiamolo, all’insegna dell’ancòra, reso un avverbio-chiave, funzionale al pensiero. Vi palpita un ritrovato sentimento del “vivere” a cui l’autrice anela, e che porta a strumentare le pause stesse delle virgole in una dimensione non di ‘musicalità’ ma di melodia profonda, cioè di contenuto autentico che attraverso la parola diviene bellezza d’arte; un verso che, ad onta del drammatico che lo tinge, di più stabili non ne riscontro negli ultimi decenni. La memoria va di nuovo a Leopardi, all’elegia delle Ricordanze: «e delle gioie mie vidi la fine».
Ma in realtà ogni pezzo del Diario esigerebbe un’attenzione e un’ermeneusi, ed impegni ampiamente saggistici; perché si vede con chiarezza che sempre verrebbero fuori degli approdi polisensi, anche dal raffronto con le ascendenze letterarie, che sono principalmente in Ungaretti e in Montale, ma anche in territori leopardiani: come dimenticare la compagnia della luna che brinda sola innalzando un calice costoso in Quasi una poesia. Ritorniamo, per una riprova, al testo di Soldati. Stesso titolo di una lirica ungarettiana, di quattro versi: Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie. Il tema proposto è corrente, e abbastanza scontato: la caducità dell’esistere umano, allusa in quella del fante nella prima guerra mondiale. Ma nella ripresa del luogo comune non c’è traccia di ricarica semantica, né di estensione oltre il tràdito, che va dagli auctores antichi alla Bibbia, fino al dantesco Come d’autunno si levan le foglie, detto delle anime che vanno all’Inferno.
E il Soldati di Barbara Ludovici? Se stessimo al titolo, l’incrocio con quello di Ungaretti farebbe pensare a un obiettivo dialogico, a un rapporto intertestuale. Invece, e la cosa vuol essere notata, del topos secolare poco o nulla resta, e facilmente si constata come la differenza non stia solo nella ricchezza e nella novità della raffigurazione, ma anche nella tecnica compositiva, per cui sono le immagini e gli accostamenti formali ad instituire l’area tematica, e con una varietà-imprevedibilità che meraviglia: davvero una lusinga dall’effetto d’una gran sorpresa, come recitano i primi due versi. Per non dire come subito, al terzo, si riscontri un trapasso inaspettato, una ’invenzione’, che nasce dall’equilibrio stabilito tra l’etico e l’estetico; la cogliamo nell’improvviso con cui è lanciato un ponte dal particolare d’un dialogo cordiale tra due soggetti in quiete, al generale di una visione orrida: dal riso contento d’un “tu” innominato, alle lacrime d’uno scenario di guerra col suo tragico epilogo. Ascoltiamo:

                    Tu ridi lusingato
                    dall’effetto di una gran sorpresa.
                    Ma i fatti sono tristi come le nude croci
                    e i neri corvi appollaiati sopra
                    come i soldati
                    che hanno visto e amato…

Realismo ‘facciale’ che dilata la “tristezza” ed unifica con una duplice e forzante similitudine i morfemi dell’immaginario; un immaginario dove il ‘naturale’ appare d’una limpidezza quasi sconcertante. È che pure in questo caso l’epopea rimane nei fatti, nella loro crudezza; e non senza calcolo il lemma ricompare in chiusa al penultimo verso:

                    Non c’è più tempo per leggere tra le parole e i fatti…

Così giunge sulla scena l’io dell’autrice, che rinunzia a distinguere, a interpretare, perché – abbiamo visto – solo dalla verità non si riconosce offeso. Ne potremmo dedurre che la sua coscienza, graziata di poesia, in virtù di questo dono esce dall’isolamento e intravede un porto sicuro. Le sta dentro, e poi le fa da bordone come sopravvivenza ideale, l’infanzia non dissolta, e non dissolvibile, dei volti che il potere della sua arte ha fotografato, stringendo in un tutto organico, con alterno guardare, la purezza immacolata e la sua catastrofe: bocche un tempo tenere di rosa / ora rosse di sangue / e fredde di marmo. E il fulcro sta fin da questo momento – come poi nel finale che s’è visto – nell’ora avverbiale, che è indotto per scavare un abisso: tra il presente di guerra e di morte, e il passato che fu splendido di innocenza e di sogni non più cancellabili.

Ma quello che s’è fin qui cercato di “presentare” poco rende giustizia a certa complessità-inesplicabilità del Diario di vetro, e forse sarebbe meglio dire a certa sua ‘semplicità difficoltosa’, che è tematica e linguistica (davvero tanti i connubi verbali inauditi, e sempre rivelatori di vergini zone dell’anima), nonché d’altri ordini e sensi, sfuggenti al vaglio e alle parole ultime della critica. Un deficit, il nostro, che sempre più si manifesta al lettore che si addentri nella successione delle pagine, perché con una marcia attenta potrà goderne i testi, e commuoversi, e prendere atto che il limite euristico è tale da meritare il dantesco non basta a dicer poco. E fortuna che poi per scagionarci avremmo l’agio di ricorrere di nuovo a Dante: intendiamo a quel Dante che può suggerire un corridoio di scuse quando afferma che bisogna lasciare a chi legge un po’ di fatica a intendere e gustare.
Sentiamone dunque qualcosa, di questa poeticità ‘indefinibile’:

                    Un susseguirsi lento di monti accompagna il viaggio.

Chi, dopo tempo, rivedendosi assorto in una carrozza ferroviaria, non ritrova se stesso in questo passeggero? Né dovrebbe esserci difficoltà a riconoscere, nel ‘naturale’ della situazione e nella cadenza lenta del verso, lo status d’ogni viaggiante che stia a guardare dal finestrino. Per non dire del realismo (finalmente magico) ravvisabile nella seconda parte della lirica, e segnatamente in quella sequenza che veicola – forse per la prima volta nei regni secolari della poesia – uno degli oggetti più comuni, l’ombrello; e non alla stregua d’un gradevole schizzo, ma adombrando un fatto triplice: la ‘tensione’ e il disinganno d’una giovane donna; la usata, amante compagnia delle cose; e da ultimo, variatio montaliana, la loro presenza tutelare:

                    Così giovane donna vai lasciando lenti
                    passi del domani
                    sull’erbe secche del pineto.
                    Sfiora una languida pioggia
                    le curve tese dell’ombrello
                    in un lacrimoso tratteggio…

E qui, per non dicer poco, tralascerò di affrontare il tema della natura e del paesaggio – luoghi, flora (la buganvillea, il nespolo, i pini, l’edera, il salice, il trifoglio), fauna (le api, i bombi, le colombe, le rondini, i gabbiani), tempi – così costante nel Diario, e sempre di resa ‘unica’, autografica, e ogni volta sottratti con una sfida continua ai loro stereotipi; e solo mi spingerei a porre una domanda: quali poeti – a parte il Tasso della morte di Clorinda – si siano avvicinati più di Barbara Ludovici (si parva licet) al “pianto delle cose” di Virgilio, alle sue memorabili lacrimae rerum. Elementi che non sono sfuggiti – crediamo – a quei giudici che hanno assegnato alla lirica Voce tradita, di cui tali versi fanno parte, il Primo premio nazionale in un Concorso ecologico; e ci sembra bello accommiatarci riportando la motivazione della giuria, anche per i seri spunti interpretativi che fornisce: «In uno straordinario intreccio di cadenze liriche e drammatiche, la poesia Voce tradita affronta una delle tematiche letterarie più antiche e più rischiose, quella del ‘viaggio’ attraverso luoghi e stagioni; e al fuoco d’un vissuto arduo, ma redento in una incontestabile originalità e felicità di raffigurazioni e di linguaggio, brucia ogni retorica descrittiva e soggettivistica, ponendo a centro e fulcro della rappresentazione la natura e la donna, e accomunandole in un binomio di dolore e di speranze tradite. Così Barbara Ludovici realizza una delle condanne più commosse e più attendibili delle mutilazioni che il nostro tempo riserva alla loro meravigliosa identità».

Mario Aversano

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