Prefazione

Tenendo in considerazione la consapevolezza di es­sere subito smentito non appena il lettore assimila con il proprio metro di giudizio, tento di sviscerare questo nuo­vo lavoro poetico di Lorenzo Piccirillo.
Forse siamo in troppi a usare questa «frase fatta», di conoscere bene l’autore, … ma a questo proposito non ci sono, né ci possono essere, ombre di dubbio alcuno.
Piccirillo, o meglio l’autore di questo Fruscio arbitrario, come negli altri lavori poetici, si serve di un «Tu» pluralistico, estroverso e intimistico all’unisono del poetare, del già sentito dire, del si dice, del già detto.
Come in ogni poesia (almeno in questa) la placenta emozionale, di ogni parto poetico, si cimenta nel vissuto o nella certezza da vivere o di rivivere dell’attore, de­liberando e alternando figure consapevoli e inconsapevoli di proseliti al proprio modo di interpretare i soliloqui, che smuovono i sentimenti positivi o negativi nella vita letteraria del poeta.
Il verso, come nei lavori del Piccirillo fino a oggi si scarnifica, o è scarnificato dallo stesso, dei valori intonacanti, appropriandosi, anche se non molto di frequente di curve gotiche.
In questo ultimo lavoro, come io lo chiamo volgarmente, lo specchio allodolato, perdonatemi se faccio passare per corretta questa anomalia espressiva critica, è più accentuato.
Secondo punto di vista del tutto personale, non ci sono «cimici omeopatiche» che debbano sturare i timpani, di celebrità o di appartenenza a determinate correnti di pensiero, a una fede o un capostipite identificato, seppure si è portati a notarle, esse sono di natura inerziali, con croste massicce che coprono il verso di catartico.
Di quale avviso è stata la prima critica di Giorgio Bárberi Squarotti: “C’è in essa una ricerca di linguaggio e di situazioni acuta e vivace, soprattutto là dove è più libera”, Bucaneve, Ed. E-etCì (1991).
Fino ai tempi notori di oggi, nel dare i primi barbagli di una nuova aurora, che così si esprime sull’attuale lavoro poetico dell’autore: “… Ho letto la tua raccolta di poesie con molta ammirazione e partecipazione. Sono versi d’amore molto originali perché affrontano l’esperienza amorosa da un punto di vista concettuale e meditativo: sono governati dalla ragione e dal pensiero, e al tempo stesso, rivelano una profonda verità del sentimento e dei sensi […]”
All’avviso di Enzo Cavaricci, poeta, in qualche mo­do forse padre putativo in campo poetico (oggi amico di lunga data) del Piccirillo, superflui sono i sospetti (1991), senza peli sulla lingua, obbiettava: “Il suo verso si concretizza “dettato” da una ispirazione che assume identità dialettica di carattere semantico incontrovertibile e originale […] con margini apparentemente enigmatici… Poi focalizzati in risvolti universali”. Critica non male, per una conoscenza molto «acerba». Stante alla bravura critica del Cavaricci, a lodare con questi aggettivi uno, probabile travet della letteratura, sconosciuto. Anche in questa raccolta non risparmia il Piccirillo, con la sua: “Definirei Piccirillo un talento non comune, un fenomeno poetico cavalcioni al nostro tempo, enigmatico quanto basta, privo di ipocrisie e voltafaccia, suggestivo nell’inciso peculiare.”
Ora sappiamo che la poesia del Piccirillo anni addietro è stata anche marchiata di sano ermetismo rivoluzionario e di impressionismo ragionato.
Ed è qui che ci dovremmo legare la lingua fino a storcerla, ma almeno in questo libro non possiamo farlo, perché in effetti si evidenzia l’apertura dell’ostrica mi­steriosa che si intravede negli altri lavori del poeta, che sono stati perseguiti da diverse critiche costruttive, mai perseguitanti perché meritevoli di valori che possono rendere illuminante in pieno giorno una sagoma preferenziale (che non si erigerà mai a sarcofago), di scrivere versi.
Prove ineccepibili, se si leggono con profondità le sue opere: I petali dei sensi, Ed. E-etCì (2002), dove Giuseppe Buscaglia, così si esprime nella Prefazione “Quella di Piccirillo non è una poesia facile […] Non è poesia riciclata o riciclabile […] è poesia cerebrale, filosofica auscultazione e pacata macerata loica osservazione della realtà. E questa ostrica quando si chiude misteriosamente e faticosamente per far filtrare accecante lu­ce dell’anima […] bagliori rapidi, dolorosi visioni e brandelli ancora sanguinanti di verità”. Quindi l’ostrica esiste. Dove Bonifacio Vincenzi, così annuiva appena letto i versi: “Lorenzo Piccirillo, in questa nuova raccolta I petali dei sensi, ribadisce la sua propensione spiccata alla poesia ermetica. E lo fa percorrendo immagini di rara bellezza”. Lo ribadisce senza mezzi termini: “Domande che cercano risposte in un gioco sottile di rimandi, come in quella splendida poesia a pag. 21, do­ve il rossore di un seno si lega ad una rosa di chissà qua­le giardino, le cui spine si legano alle nuvole di chissà quale sera e diventano uncini di un vento che trascina ombre / e spegne rubini”.
Da un altro angolo visivo dobbiamo essere grati a Sandro Gros-Pietro che su Intreccio (Genesi Editrice 2004) così sentenzia nella presentazione del libro: “La poesia è una lingua di frontiera, che inizia dove finisce quella organizzata dalla logica”. Perfetto. Poi prosegue nell’analizzare a fondo Gli echi tutelari di un reziario (Genesi Editrice 2007), dicendo che: “il linguaggio poetico di Piccirillo, fa il verso ai versi, imita la mimesi del­la poesia” e ancora ne L’artiglio del diavolo e la rosa canina (Genesi Editrice 2012), definisce l’autore in di­samina “Il poeta della parola”, poi l’ottimo critico prosegue indisturbato; Diottria “Si tratta di una splendida descrizione dell’atto di dolore, e di gioia conficcato nel­la carne, che il sentimento di legame suscita e che bene pochi poeti sono riusciti a esprimere in modo così efficace […]” Chi vi parla è certo che il Gros-Pietro non è stato corrotto dall’autore… Nel verso (aggiungo io), del poeta il gioco dell’amore fallito o fallimentare per una causa a stratificazione umanitaria, dove l’autore mette a mollo, con spessori oltremodo poco omeopatici, nella colata sentimentale, non sono e non possono essere casuali.
In quest’ultimo lavoro, il nominato, con molta chiarezza ha proseguito nell’apertura seppure minima alla compensazione intellettuale, come si evince nel suo ul­timo lavoro Fruscio arbitrario, “con molto meno ge­lo­sie etimi”, nel suono della lirica Bidone, ai versi: “l’evidenza ostile non si difende si soffre” oppure: “decisione parziale per l’inganno ordinario” continuando: “ho pensato al fuoco amico forzato” con un finale da brividi: “[…] la mia carogna verrà battuta all’asta / aspetterò fiducioso la tua offerta”.
Ci sono state e ci saranno, altre definizioni e considerazioni fortunate e non, a mio avviso, così come sarà il mio di tentativo, che alla fine di questa conversazione con il lettore, in questo turbinio di approssimazioni, e di tolleranti certezze, che non vogliono portare all’esaltazione o all’autocommiserazione del soggetto attore, ma a una riflessione concettuale di parte, che doni onestà con se stessi e con l’autore: come nella lirica Password, dove il poeta ritorna alle origini, all’infanzia recondita e rimpianta, quindi in una autobiografica lirica, come ri­fugio incontaminato del suo peregrinare nella letteratura poetica, al verso: “Mi devi cercare nella puerizia ag­guerrita” […] “Mi troverai oltre la soglia di un paradiso infilzata nel fianco dal respiro di una rosa”.
Ma noi vogliamo continuare a leggere il Piccirillo, nel suo Tu pluralistico, magari di sottecchi senza farci vedere, bisbigliare al suo orecchio, che siamo una moltitudine, e che […] “Prima di chiudere il cancello” […] ci assicuriamo che lui ci apra una nuova «porta» per seguirlo, nella (sua) poesia.

Enzo di Rienzo

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