Prefazione

La poesia di Ugo Pupillo è sicuramente un discorso della mente, anziché del cuore: l’uso della ragione predomina sul ricorso ai sentimenti. L’autore si colloca in quel versante della poesia che prende le mosse da Giacomo Leopardi e che si contraddistingue con l’espressione cara al poeta Recanatese di pensiero poetante, per il quale discendono “per li rami” autori e poeti come Friedrich Nietzsche, Jean-Paul Sartre, Ferdinand Céline, Henry Miller, George Orwell per arrivare fino a Charles Bukowski. Siamo nell’ambito dell’esistenzialismo espressionista, e predomina una visione pessimista della vita. Per dirla con Henry Miller c’è l’accettazione del male come componente portante non solo della società umana, ma addirittura dell’intero fenomeno della creazione. Nella vita privata, questi autori possono essere, come fu Céline, degli autentici martiri di sé stessi, perché per stare vicino ai poveri e aiutarli, essendo medico decise di visitarli senza mai farsi pagare, fino a comprendere che la povertà è anch’essa un’autentica malattia, da cui lo scrittore stesso rimarrà contagiato e vinto. Ma sono anche autori aspri, polemici, fortemente espressivi, intransigenti e radicali. Basti pensare che tra tutti i Padri della Chiesa, le simpatie di Ugo Pupillo vanno a Tertulliano, noto per la forza polemica del suo atto di volontà avverso alla ragione, credo quia absurdum est, perché Tertulliano è l’unico fondatore del Cristianesmo a non essere ufficialmente incoronato come Padre della Chiesa, in quanto ribelle e fino troppo radicale nella sua fede spinta fino all’eremitaggio, con intransigenza integralista, seguace del prete Montano e quindi attratto dalla confessione eretica montanista. Va detto però che Tertulliano conobbe anche una vita precedente di dissolutezza, di vizio, di continua contaminazione con le più svariate forme del peccato e di lontananza dall’immagine dell’uomo giusto. E va detto che le opere di Tertulliano sono scritte con una formidabile forza espressiva, con uso di parabole, ricorso ai casi della vita, alle espressioni gergali. Questa linea di immediatezza espressiva, forte e ribelle alle forme edulcorate della letteratura, c’è sempre stata fino dall’antichità greco-romana, per giungere fino agli autori poc’anzi citati della modernità. E ne fa parte a pieno titolo Ugo Pupillo, poeta e filosofo o forse prima filosofo e poi poeta, come è da considerarsi Giacomo Leopardi. Eppure, le forme anche esteriori della poesia, ecco che affascinano Ugo Pupillo e quasi sembrano ipnotizzarlo, per cui eccolo scrivere poemi visivi se non autentici calligrammi come fece Guillaume Apollinaire, ecco le forme e i modelli noti della scrittura espressionista e della scrittura automatica, che già ritroviamo in Henry Miller, con le rime dettate da una ecolalia scevra da senso compiuto, ma per automatismo lessicale, ed ecco i versi liberi dei futuristi e le poesie visive. Così il filosofo si inchina davanti al poeta, come abbiamo già visto fare da Leopardi e da Nietzsche. Ed ecco che dopo la satira irridente e minimalista di Nuova Iliade, si passa attraverso le poesie di obnubilamento e di agnizione come Nasce l’uomo, Spruzzi di sole e Le parole del silenzio per poi giungere agli autentici capolavori poetici di È un vento il poeta, Non mettetelo alla gogna, Questo guastafeste, Quando un poeta muore, e quindi finire con delle poesie aperte al sentimento civile dell’umana temperie nei secoli, come La luce della notte e Se fate silenzio.
Ugo Pupillo è un testimonio del nostro mondo contemporaneo, accorto, sensibile, partecipativo e collaborativo, e la sua poesia è scintillante di echi della modernità e di trovate e di proposte totalmente personali e innovative: un poeta da seguire con attenzione e da cui lasciarsi affascinare.

Sandro Gros-Pietro

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