I Murazzi per l’inedito 2020
(Dignità di Stampa Poesia)

Motivazione di Giuria:

L’eco del Liber di Catullo, con esplicito riferimento agli otto Carmina Docta inseriti nei centosedici costituenti la raccolta, risuona come omaggio all’innovazione del grande poeta latino di una nuova “poesia del disimpegno”, cioè non più legata alla celebrazione dei fasti di Roma, ancella della Storia e del Potere, ma ridimensionata alla misura personale del poeta che diventa testimonio soggettivo del tempo e strumento di interpretazione dell’universalità dei caratteri umani con valenza di adattamento per ogni tempo e luogo delle umane vicende. Appare straordinaria la capacità del Poeta piemontese di rendersi cantastorie della più moderna attualità con uno spessore straordinario di aderenza alle vicende antiche, finanche ai miti, che soprassiedono allo sviluppo e a ogni evoluzione della nostra cultura.
La Giuria del Premio I Murazzi attribuisce all’unanimità la Dignità di Stampa al libro di Vincenzo Moretti Carmina Docta.

PREFAZIONE

L’annosa questione intorno alla poesia aderente alla quotidianità più o meno spicciola, agganciata ai fenomeni della realtà come la cozza di Verga lo è allo scoglio, è sempre stata e lo è tuttora un falso problema dell’innovazione letteraria. Per dirla alla maniera di Maria Corti la realtà in letteratura rappresenta una “corrente involontaria”, nel senso che tutti gli scrittori fanno i conti con il reale, anche quando scatenano la metafora nei modi più imprevedibili ed arditi. Quindi parlare di scrittori realisti e di conseguenza di realismo, neorealismo, nomadismo, meticciato, universalismo significa introdurre delle categorie di classificazione sovrastrutturali che hanno valenza solo come tassonomia della critica letteraria, ma non caratterizzano in alcun modo l’espressione programmatica definita da argomento, stile letterario e forma del linguaggio, che insieme rappresentano il vero numeratore della letteratura. Il “romanzo verità” di Truman Capote, A sangue freddo, si differenzia dai Promessi sposi non certo per un diverso rapporto con il vero, ma per una totale differenza di argomenti, di stile e di linguaggio.
Vincenzo Moretti è uno scrittore sapiente che ha esercitato i suoi studi non solo sugli otto secoli della letteratura italiana, ma anche sulle fondamenta classiche greco-latine. Non stupisce, di conseguenza, che le sue ultime poesie, così moderne e agganciate all’attualità del tempo corrente, richiamino nel titolo Catullo e nell’esergo Callimaco: dal 2020 d.C. al 300 a.C. in verità il salto è breve, anzi, non vi è salto, ma ovvia continuità. Catullo, bene si sa, è un poeta innovatore; è il simbolo dei neoteroi, per dirla con Cicerone, e introduce la poesia del racconto autobiografico e soggettivo del poeta in sostituzione dell’epica celebrativa dei fasti storici, per cui rinnega i poemi fatti di leggende sospese tra fulgidi eroi e autoritarie divinità. Callimaco è un critico letterario ante litteram e un puntiglioso poeta rifinitore di versi, motivo per cui antepone la documentazione e la ricerca precisa delle fonti e dell’informazione allo sviluppo creativo della scrittura. Queste due caratteristiche di poetica nuova basata sulla soggettività e sulla puntigliosa documentazione dei fatti appartengono in toto non solo ai citati Catullo e Callimaco, ma anche a Vincenzo Moretti, il quale si sente quasi in dovere di rendere l’hommage a fonti così alte e così cariche dell’onore dei secoli.
Dunque, Nulla di nuovo sul fronte Occidentale. Apparentemente sì, perché ci troviamo sempre davanti a scrittori che contemplano il vero all’interno dello specchio di Alice, poi vi si immergono e si ritrovano a nuotare nella letteratura, che è tutt’altra cosa dalla verità: tutt’altra minestra da quel vero che nessuno conosce e che nessuno è mai riuscito a raccontare. La scrittura creativa è questo e non è altra cosa: è sempre finzione. Il Novecento ha tentato di coniare una qualificazione di onestà riferita alla finzione letteraria. Ha incominciato Umberto Saba con la poesia onesta; Giorgio Bárberi Squarotti ha preferito appellare la stessa cosa col termine di declamazione onesta; Umberto Eco ha apertamente teorizzato la finzione onesta (seppure quest’ultima specificamente riferita alla prosa, massime al romanzo). Sembrerebbe di potere dire che, nell’uso della deformazione che inevitabilmente mette in atto lo specchio di Alice, lo scrittore dovrebbe imporsi un’onestà di intenti, una sorta di politically correct. Tuttavia, ricadiamo in una questione di lana caprina. Infatti, non esiste un manifesto letterario palmare e indicativo dell’onestà dello scrittore, che rimane un problema bizantino, come fosse la definizione del sesso degli angeli. Lo scrittore rimane per certo definito dagli argomenti che tratta, dallo stile che mette sulla pagina e dal linguaggio che adotta.
Chiariamo il fatto che Vincenzo Moretti è un innovatore e che si muove nel rinnego catulliano di ogni ideale incensatorio di potere politico, per cui è lontano dall’imperativo dell’engagement di sinistra che ha dettato legge per buona parte del Novecento, ma al contrario egli pone al centro della scrittura la soggettività dell’autore. Per Moretti la letteratura non è ancella della politica né terza gamba della filosofia: è, invece, interpretazione soggettiva del mondo data dallo scrittore. Sostanzialmente la letteratura è un documento: cioè, è un atto probatorio della personalità dell’autore che l’ha scritta. Quindi va letta con una lente esercitata sul continuo confronto tra il reperto storico descritto nell’opera e il contesto psicanalitico dello scrittore. Il vero che si può trovare in un’opera è dato sempre da tale rapporto: la denotazione del reale e la consapevolezza di sé dello scrittore. La letteratura non produce altre verità e non appronta altri paradisi né sprofonda in altri inferni oltre a quanto si è detto.
I Carmina docta di Vincenzo Moretti si compongono di otto sezioni, esattamente quanto sono gli otto carmi di Catullo, dal carme 61 al carme 68 del Liber. La prima sezione è un toccante omaggio ad Annetta e a Sebastiano Vassalli. Il romanziere novarese, amico personale del Poeta, morì nel 2015, inopinatamente aggredito da un tumore fulminante che gli concesse pochi mesi per prepararsi al grande salto, compiuto in età ancora pienamente produttiva, quando era stato nominato candidato al premio Nobel e gli venne assegnato postumo il Campiello. Soprannominato il “viaggiatore nel tempo” – egli stesso si definì così – Vassalli si mosse con maestria nei diversi secoli della storia italiana e non solo.
Dalla sezione seconda alla sesta, quasi a contrasto voluto con la prima sezione consistente in una riflessione evocativa di dolore e di accettazione della mor­te, ecco che troviamo l’esplosione della vita, scandita non già nelle canoniche tre stagioni, ma nella crescita a frattale in ben cinque stagioni, tutte indicate come Botte di vita, vi troviamo la Puerizia, l’Adolescenza, la Giovinezza, la Virilità, e nuovamente la morte indicata con l’avverbio Infine. In totale si tratta di dodici poesie, alcune delle quali suddivise in stanze o scansioni tutte di carattere autobiografico, nelle quali emergono le due dolci figure genitoriali del padre e della madre e una serie di altri personaggi vuoi anonimi vuoi indicati per nome, tuttavia da prendersi con beneficio d’inventario, sempre con riferimento a quell’onesta finzione di cui si è già detto. Sono mirabili i luoghi della memoria descritti dal Poeta, tra i quali va sicuramente citato il Sacro Monte di Crea. È da considerarsi facente parte del complesso creativo anche il puntiglio denotativo delle note a margine, decorosamente elaborate in una redazione tanto corsiva quanto esaustiva, con qualche esempio di evasione, di sconfinamento, di linea tangenziale che attraversa la mente del Poeta e di cui viene fornito documento agli atti. Si vedrà come il Poeta resti sempre aderente al fatto di vita, alla notizia dal mondo, come ci fornisca dettagli sui libri letti, sulle canzoni ascoltate, quest’ultime sono presentate come componente portante della cultura di un intellettuale, inquanto vi si legge l’autenticità dell’afflato popolare. Anche questa, se vogliamo sindacare, non è una novità, ma ha i suoi antichissimi precedenti. Si pensi alla fame di “notizie dalla Capitale” testimoniata da Ovidio nei suoi Tristia. Però, Moretti ne fa un’invenzione totalmente rigenerativa della grande tradizione letteraria occidentale. Il libro si chiude con le due sezioni di Tre storie e di Poetica. Da segnalare, nella sezione Tre storie, il breve poemetto Il fosco Fausto, organizzato a sua volta in sei poesie, tra loro continuativamente collegate: siamo in una dimensione di racconto deformato e sovradimensionato da un espressionismo con elementi già surreali, nei quali appaiono visioni sia cristologiche sia indicazioni di toponimia cittadina ordinaria, come la reale Farmacia Steffanone ubicata Sul corso lungo, che al secolo corrisponde al Corso Unione Sovietica di Torino. Nell’ultima sezione, la poesia I pioppi nell’azzurro è una rappresentazione garbatamente ironica della moda ecologica che furoreggia, il green della natura che si sostituisce con enfasi rigenerativa all’azzurro dei cieli dei poeti tradizionali, ed ecco che quei pioppi vengono sistematicamente macerati in poltiglia di cellulosa per produrre le nivee pagine su cui i poeti vergheranno le loro oneste declamazioni, come Bárberi Squarotti ci insegna.
Forse occorre dire qualcosa sullo stile e sul linguaggio. Lo stile poetico è il verso libero, organizzato senza alcuna ecolalìa di rima, assonanza, anafora o altro ricorso seduttivo alle figure retoriche. Viene adottata la forma del racconto poetico, con espressione corsiva e filante, tuttavia con un lavorìo puntiglioso per ogni singolo verso, che è sempre un perfetto endecasillabo calcolato nel rispetto della finale in parola piana o sdrucciola, in qualche caso col verso spezzato in due emistichi. Il puntiglio flaubertiano della cura di ogni singola pagina evoca alla mente l’impegno di rifinitura di Callimaco nel raggiungere la perfezione formale.
Per quanto attiene l’espressione, Vincenzo Moretti porta sulla pagina un sorprendente linguaggio poetico nel quale la parola scientifica ha lo stesso diritto di cittadinanza poetica della parola letteraria. Anche per questo aspetto Moretti deve essere considerato un poeta innovatore. Tuttavia, si può essere certi che Mo­retti aveva a mente il Quattrocento e in genere il Rinascimento, periodo nel quale alcuni grandi maestri trascurano nelle loro opere di scrittura la retorica accademica della tradizione e si rifanno a un linguaggio espressivo di immediata comunicazione, nel quale l’espressione scientifica compete in dignità con l’espressione letteraria denudata da ogni paludamento. Facciamo un nome non a caso: per esempio, Leonardo da Vinci.

Sandro Gros-Pietro

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