Prefazione

Se una poetessa italiana richiama nel titolo delle sue liriche la farfalla, è quasi inevitabile per un lettore che sia anche cultore di poesia evocare il padre della lingua italiana, che nel Canto X del Purgatorio così si rivolge ai superbi: “non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla / che vola a la giustizia sanza schermi?”. Per Dante l’angelica farfalla è l’anima che si libra pura e lieve nel cielo della giustizia, mentre i superbi, sono condannati a strisciare per terra come vermi, incapaci di evolversi in farfalle, sotto il peso insopportabile di terribili macigni che rendono la loro punizione un patimento insopportabile.
Ed ecco l’angelica farfalla, riprodotta in copertina del li­bro, per metà ala della natura e per l’altra metà ala della scrittura, che vola “sanza schermi”, libera nella nivea copertina, verso la metafora della giustizia, cioè verso la piena realizzazione di sé stessa, la completa metamorfosi che è anche resurrezione alla vita libera dalle prigioni dell’ignoranza, del peccato, delle colpe, dei crimini. Ovviamente, ogni metafora va sempre presa nella sua balenante allusione, che deve essere leggera come un soffio di vento, né si può pretendere di farla funzionare come fos­se un minuzioso marchingegno meccanico. In verità Adriana Maria Quaglia intende significarci che la scrittura è lo specchio della vita rivolta verso l’insostenibile leggerezza del­l’es­sere, per usare un’espressione di Milan Kundera: è la necessità di rendere unica ogni possibilità dell’essere, farla trasformare in farfalla completa che celebra il suo volo casuale e multiforme, ma sempre esatto e indispensabile, perché è la ri­af­fermazione dell’Eterno Ritorno, come amava formulare Friedrich Nietzsche. Così già dalle prime pagine leggiamo che la scrittura “Poi, diventa un crampo, / che fa stare un po’ soli. / Meglio aprire il cuore accogliendo il dolore / o spazzare via l’amore?”. Va subito chiarito che di Amore ce n’è in abbondanza nella poesia di Quaglia. È un sentimento di gioiosa attrazione e identificazione, rivolto verso una persona corrispondente dall’identità mutevole nel corso del “viaggio poetico” ovvero, se è ancora lecito abusare un altro poco della metafora, lungo il volo imprevedibile della farfalla, la quale è sempre “sulle tracce di te”, come recitano i versi: “Il mio sentire incede lungo le calli del vento. / Il tuo profumo mi rassicura. / E lo afferro. / Stammi vicino. / Ti sento. / Ora manca una parte di me / che non trovo senza di te.” Le volute dei versi divengono un carosello armonico di sensazioni, emozioni, struggimenti dell’anima, in un trionfo di colori, con echi musicali e sinestesie dei sensi. Con questo artificio della parola poetica, il mondo sfuma la concretezza del reale e la poesia ricostruisce un’evocazione affrancata dalle didascalie letterali di luoghi e di tempi in cui il vissuto si svolge, e diviene piuttosto una mappatura trasognata del sovrasensibile, come leggiamo nei versi “In ogni immagine che penetro, / in ogni suono che afferro, / in ogni profondità che comprendo. / Suggestioni incantevoli approdano / e poi dislocano da un remoto impulso. / L’abbandono glorifica l’andamento sinuoso / di una stasi appena avvertita. / Connaturato è quel sentimento / che, in assenza, resta appeso.” Quel destinatario mutevole del canto poetico, dunque, altro non è che le diverse forme e sembianze e fantasmi che la poesia può assumere nelle sue libere capriole d’amore, come leggiamo nei versi: “Proverò a cambiare il velo della ragione. / Mi farò adulta di passioni / laddove il mondo prolunga il suo sonno. / E ogni giorno, saluterò una nuova stella, / grata di ciò che mi ha dato.”
In questa levità sovrasensibile dell’essere, prendono inopinata consistenza delle oasi di concretezza in cui la realtà trionfa con i suoi attributi di identificazione temporale e spaziale, nonché con le sue caratteristiche caratteriali di denotazione narrativa dei contesti e dei personaggi, come avviene nelle luminose poesie Ciao Nonna!, Oltre le porte di Douz, Venezia, Sulle Alpi. Resta il fatto, che la vocazione più consona al volo poetico di libertà e di imprevedibili scartamenti di rotta è per Adriana Maria Quaglia quella che demanda a una visione vagamente surrealista, onirica e fantastica. Di timbro decisamente surrealista è la poesia Riflessi, come leggiamo nei versi “Nella mia cantina ci sono immagini che escono con cautela. / Abituate al buio, s’impegnano a salire le scale. / Scivolano dentro casa in una nebbia sottile. / Leggere come il fumo, segnano l’aria / che il polmone ha respirato”. Di intonazione apertamente onirica è la poesia Il Cerchio Sacro (delle Donne ROM), in cui si legge “Pacato il racconto di un sogno lontano. / Ero un uccello. / Mangiai quel giorno. / Mangiai il giorno dopo, e quello dopo ancora. / Le mie ali si saziarono.” Di impronta decisamente fantastica è la poesia Peter Pan, con le sue visioni sospese nel limbo di una metafisica illusoria, come lo è l’eterna fanciullezza del folletto volante creato dalla fantasia di James Matthew Barrie.
La levità dell’espressione letteraria, tanto tersa nel valore piano dell’espressione quanto sognante negli approdi ideali e nelle fughe della mente, è l’elemento estetico più felice e ca­ratterizzante della poesia di Adriana Maria Quaglia e sviluppa sulla pagina un avvicendarsi intrecciato di modi diversi del racconto poetico, senza mai decadere in forme disarmoniche o disorganiche, ma, invece, sapientemente indirizzate a dimostrare la necessità dell’ananke, del caso, della diversità, della ricchezza e varietà espressiva, come la sola forma autentica e irrinunciabile della verità unica e inconfondibile del mondo in cui viviamo.

Sandro Gros-Pietro

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