Prefazione

Questo ultimo romanzo di Adriano Molteni è una riuscita commedia all’italiana in cui i motivi d’ambiente si contendono l’interesse del lettore a gara con i valori profondi della vita. C’è uno iato tra l’ideologia borghese del successo e della ricchezza in contrapposizione con il sentimento nobiliare e cavalleresco del­l’amore disinteressato verso la donna amata. Tuttavia, ad amalgamare questi due elementi in apparenza opposti, interviene l’emozione naturale della sensualità e dell’attrazione fisica, che sviluppa una fiamma sufficientemente calorica per fondere insieme le due componenti tra loro non reattive. Si tratta di una dicotomia antica come il mondo: fare l’amore per interesse è una soluzione totalmente contrapposta a fare l’amore per donare sé stessi. Da una parte, si inanellano infinite forme di mercimonio e dall’altra infinite magie di donazione. Sorprendentemente, le due esperienze di copulazione hanno un minimo comune multiplo che è fornito dall’impulso erotico. L’attrazione sessuale diventa così il tappeto volante dei sogni che interessa tutti: filosofi, romanzieri, psicologi, religiosi e altri ancora.
Alessandro Bollati è un anonimo impiegato di banca, che ha appena iniziato a scalare il primo gradino del successo con la nomina a capo sezione. La sua compagna Elisa è ancora studentessa ed economicamente rappresenta un peso, ma in contropartita offre al suo compagno una validissima soddisfazione dei sensi. Tutto sembra procedere secondo un tran tran consueto di reciproca soddisfazione, se non fosse che ricompare all’improvviso Gaspare, il primitivo amante Pigmalione di Elisa, uomo sposato, esperto ed eroticamente scafato, il quale si porta via la bella ragazza e lascia Alex a meditare sulla sua forzata solitudine. La meditazione produce subito dei frutti che il lettore apprezzerà con gusto nell’amore fuggevole con Giuliana. Inoltre, poiché da cosa nasce cosa, ecco che si profila un intreccio complesso tra il protagonista Alex, il dirigente di banca Ernesto, la moglie del dirigente di banca Beatrice e la di lei cognata, Adalgisa. Si innescherà un meccanismo di sensualità bruciante e vorticosa, che infiammerà le voglie di Alex e delle due donne, mentre il dirigente di banca rimarrà a gravitare solitario nella sua orbita di amori clandestini ed extramatrimoniali, causati dalla stracca del suo matrimonio, che non ha prodotto figli, come, invece, era nelle aspettative.
La vita insegna che non è mai troppo tardi e che c’è sempre posto per la speranza. Arriva una cicogna in casa del direttore di banca a portare il tanto atteso bebè, e il lettore si sorprenderà a scoprire che il luogo di partenza della cicogna è bene diverso da quello che si sarebbe pensato fosse. Tuttavia, questa discrasia di paternità anziché innescare una tragedia greca, sfocia in una godibilissima commedia goldoniana, con una sorta di aggiustamento delle parti intrecciate e orientate verso un futuro di autentico amore e serenità per tutti.
La morale del romanzo consiste nel mettere in luce che può veramente scattare una conversione dei sentimenti capace di trasformare un mercimonio erotico di convenienza in un autentico sentimento puro d’amore se si crede e se si punta tutto sull’autenticità delle emozioni naturali e sul sorgere spontaneo dell’attrazione tra due persone. Non c’è dunque, una misura capace di contenere il sentimento dell’amore. Il pensiero lo aveva già espresso Virgilio, nel secondo libro delle Bucoliche, “che misura infatti potrebbe esserci all’amore?” (quis enim modus adsit amori?). Il titolo stesso del romanzo, Un eros incerto e scontento, è niente meno che una parafrasi della definizione platonica dell’eros come “un demone inquieto e scontento”, capace di menare l’umanità a suo piacimento per drammi, tragedie ed estasi, che non finiscono mai, come sta scritto nel Simposio. Anche la cultura di Adriano Molteni non cessa di sorprenderci, con continue e velate citazioni tratte dalla musica leggera, da quella sinfonica e lirica, dalla letteratura antica e moderna, dai proverbi di origine anonima ovvero di alto lignaggio, come quello latino che Sallustio attribuisce a Appio Claudio Cieco, “ogni uomo è artefice della sua fortuna” (homo faber est suae quisque fortunae), che è l’autentico sigillo conclusivo di questo luminoso romanzo di Adriano Molteni.

Sandro Gros-Pietro

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