Prefazione

Mario Rondi è un noto scrittore di Vertova che nel corso degli anni ha compiuto un prestigioso percorso di scrittura, grazie al quale ha finito per definire una tematica e uno stile particolare, ben distinguibile dagli altri scrittori suoi contemporanei. Rondi è uno scrittore completo, versato con facilità ai diversi generi letterari della Poesia e della Prosa, senza escludere una buona inclinazione all’attenta analisi critica dei testi e delle opere.
Il centro focale della scrittura di Mario Rondi è sempre rappresentato dalle abitudini, dai tic, paure, pusillanimità, sfortune, testardaggini e quant’altro di simile si possa esaminare nei comportamenti umani tipici degli anti-eroi: personaggi comuni, sempre offesi o comunque ammaccati da un destino non totalmente favorevole, quando non decisamente avverso, ma anche dotati di una capacità sorprendente di resilienza, di recupero, di ostinazione, come i balocchi misirizzi che da qualunque posizione disagevole riescono a rimettersi in piedi. La prima caratteristica della scrittura di Mario Rondi è riposta nell’asciutta eleganza del linguaggio, che appare ovunque sobrio e raffinato, mai ridondante e mai approssimato, ma al contrario calibrato con una perfetta corrispondenza del lessico selezionato alle vicende espresse sia in prosa sia in poesia. La sua pagina è una sicura lezione di stile, misurato, levigato e fluente, perfettamente proporzionato alle dimensioni e alla complessità – o al contrario alla levità – della trama che deve affrontare.
Questi venti racconti, che sono riuniti sotto il titolo di Avventure di un seduttore mancato, sono legati insieme dalla comune tematica afferente all’eros, ma va subito chiarito che si tratta di un amore per lo più disastrato e bislacco, ancor più del celeberrimo contrasto d’amore di Cielo D’Alcamo o della sfortuna in galante patita dallo spadaccino poeta Cyrano De Bergerac. Qui siamo di fronte a una geremiade di anonimi personaggi maschili, quasi tutti già un po’ avanti negli anni, con un iter erotico alle spalle da Miles gloriosus, cioè un poco fanfarone, più illusorio che non reale. A volte ci sono anche matrimoni falliti, compagne che abbandonano il nostro protagonista lasciandolo a leccarsi le ferite. Il racconto si apre quasi sempre con la presentazione del nome e della professione del protagonista, come se fosse l’apparizione sul boccascena del personaggio teatrale, cui è affidata la pièce che verrà recitata.
L’atmosfera è quella prediletta da Mario Rondi: vagamente surrealista e immaginaria, con inclinazioni al grottesco, con invenzioni fantastiche e fughe dalla realtà. I racconti sono sospesi tra il sogno e la realtà: ciò che accade nel libro non è mai ciò che avviene nel mondo reale, ma è una proiezione, dilatazione, invenzione e deformazione del mondo reale. Non c’è mai nulla di gratuito nelle invenzioni di Rondi. Anche nel penultimo racconto, quando leggiamo che il protagonista Bettega fa lo smargiasso con le donne; poi parla col cane; poi una rana tenta di confortarlo, e infine stringe il patto col diavolo per conquistare la donna dei suoi sogni. Sposa la donna agognata e cede al diavolo solo metà della sua anima, perché concorda che l’altra metà gliela cederà tra vent’anni. Succede che vent’anni dopo raggiunge un nuovo accordo: cede al diavolo metà dell’anima del figlio. Anche in questo caso, l’invenzione fantastica non è gratuita, perché ci fa riflettere sull’avvertimento biblico che le colpe dei padri ricadono sui figli e che qui più esattamente diviene che i padri dannano il destino dei figli a loro insaputa. Il libro inizia con il racconto del “Professore Fedele”, intitolato Il libro smarrito. Il protagonista cerca disperatamente il libro tra gli infiniti scaffali della sua libreria, perché quel tale volume contiene mirabili espressioni d’amore. Alla fine, dopo averlo inutilmente braccheggiato in ogni anfratto della casa, il professore si ricorda di averlo imprestato a una fanciulla, ma se anche non fosse così, poco importerebbe, perché in fondo quel libro, oggetto di un’ansia spasmodica protrattasi per tutto il racconto, non gli interessa per niente al mondo. Inoltre, il libro si conclude con un racconto che pare la pala d’altare gemella di quello appena accennato. In quest’ultimo, intitolato La fiera d’arte, c’è l’impiegato Ferdinando costretto a declassarsi come facchino che sposta casse di libri in una fiera espositiva, quando viene concupito da una scintillante matrona che lo incarica di procurarle un panino al prosciutto e due birre. Succede il finimondo, comprese due scosse di terremoto, prima che il povero Ferdinando riesca a tornare dalla sua matrona con le birre, dopo averle consegnato un panino al salame. La matrona nel frattempo è scomparsa.
La vanità dell’operare umano è descritta fra le righe di ogni racconto, e rappresenta il concetto su cui si apre e si chiude la serie dei venti racconti. Il sesso maschile non fa mai una grande figura nei racconti di Rondi. Si tratta sempre di mezzi uomini, incerti e contraddittori, sovente segaligni o comunque non imponenti, tignosi, vendicativi, sospettosi, piagnucolosi, ma anche appiccicosi e determinati nel perseguire le inanità delle loro contraddizioni. Le donne, invece, sono quasi sempre dei modelli felliniani di matrone prosperose e debordanti, con mammelle esposte a balconcino per suscitare le pulsazioni belluine di un genere maschile inetto a resistere alle attrazioni illusorie della lussuria. Su questo tema, che ha un’antica derivazione plautesca, Rondi imbastisce un delicato minuetto di apparenze e di disvelamenti, di franche intenzioni e di nascosti rancori, per ricreare i modelli di una commedia umana che, nella mutazione dei modi e dei tempi, appare uguale a sé stessa nel consumo dei millenni. In aggiunta, c’è una firma decisamente rondiana nella rappresentazione antropomorfa di vermi, vespe, uccelli, mosche, senza tralasciare qualche gatto e qualche cane, che divengono chiaramente dei personaggi umani abilmente imbestialiti dalla penna magica dell’autore in anonimi componenti della fauna terrestre, appartenenti agli stadi inferiori della catena alimentare. Il divertimento della lettura è assicurato.
Va chiarito che Mario Rondi, a dispetto dell’apparenza effervescente del testo, non è affatto un autore comico, ma invece è piuttosto un esistenzialista che mette in campo, nel modo più garbato e aggraziato possibile, un pessimismo senza soluzioni: non c’è scampo per nessuno. Tutti vengono travolti dalla loro seduzione impotente che manifestano in modo infantile nel perseguire i fascini della vita, nel nostro caso di natura erotica. Sembra quasi che l’Autore ci voglia dire che la vita è sostanzialmente un grande inganno o, peggio, è quella cotale merda di artista – dove l’artista potrebbe anche essere il Pantocratore – che Piero Manzoni ha messo in scatola e che il povero Ferdinando calpesta in un terremotato trapestio di massa.

Sandro Gros-Pietro

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