Prefazione

Il secondo libro di Paola Pansa, Indice poetico, propone una scrittura intonata all’ironia, al gio­co di parole, al bisticcio contradditorio del­le situazioni e delle emozioni, alla leggerezza aleatoria delle opinioni, al gioco pirandelliano delle parti in continua mutazione fra loro, alla semplificazione concettuale delle argomentazioni e alla rappresentazione meccanicistica della realtà, senza nessi di causalità. Il trionfo dell’ironia – e anche dell’umorismo – è certamente la luce di intelligenza, nonché di buon gusto, che maggiormente illumina l’intera raccolta. In verità, oltre all’Io-poeta, attraverso cui l’Autrice parla di sé stessa ovviamente in chiave di falsetto, nella raccolta ritornano con una certa insistenza principalmente due personaggi. Il primo è nientemeno che El Ingegnoso Hidalgo don Quijote de la Mancha, con il suo scudiero Sancho e la sua beneamata Dulcinea, non manca neppure il destriero Ronzinante. Del resto, proprio a Miguel Cervantes è dedicata la prima poesia della raccolta. Il secondo personaggio, sorprendentemente, è il protagonista di riferimento della striscia di fumetti ideata da Charles M. Schultz, cioè l’ineffabile Charlie Brown, eroe americano dei pupazzetti misirizzi, irriducibilmente sempre uguale a sé stesso, nella sua totale incapacità di autodefinirsi.
Il gioco verbale, come avevamo già visto nel primo libro, Il destino, il sogno, è una delle principali realizzazioni creative di Paola Pansa: per lei, il linguaggio è qualcosa di simile alle parole in libertà predicate da Filippo Tommaso Marinetti e in generale adottate dal Futurismo, la grandissima corrente italiana che ha incendiato come un cerino tutti i settori del­la letteratura e dell’arte all’inizio dello scorso se­colo. È sicuramente un esempio di parole in libertà la poesia collocata tra le ultime della raccolta, intitolata Zig-Zag, ove al centro della composizione leggiamo Privare le parole / del loro altalenante / andare a capo / degli spazi senza virgole / delle metafore / dentro barattoli ermetici / privarle del vento / che le porterebbe / a zig-zag. Altrove, le parole saltellano allegre e scintillanti di verso in verso, richiamandosi e agganciandosi l’una all’altra con rime inaspettate, come accade in Cuore di pietra, ove leggiamo fra l’altro Si cerca / una rima / la penna / è una lama / l’anima si desta / il sogno / s’arresta. In altri casi viene proposto in versi un autentico nonsense oppure una specie di calembour, come avviene nella chiusa finale del­la poesia Giorni, dove leggiamo Tra me / e il ritorno / quanto calendario / scorrerà? / Uno due tre… / che la birra / venga a me!
Indicativa è la poesia In media stat virtus, che appare tormentata e contrappuntata anche nella stessa grafia di composizione della frase, quasi la scrittrice volesse sottolineare anche dal pun­to di vista formale l’incoerenza dell’espressio­ne latina, come chi dicesse che la virtù, in verità, non risiede affatto nella media generale delle cose, ma semmai nell’eccezione delle medesime.
Talvolta, l’elencazione delle prospettive diver­se diventa una geniale filastrocca di congiunzione tra affermazioni e negazioni che ricordano l’estro del bravissimo chansonnier italiano Rino Gaetano, del tipo: Meglio se scordo / che non mi piace / meglio se vado a capo / meglio se penso poco / meglio se cambio casa / meglio se scordo tutto / meglio se cambio nome / meglio se rimuovo tutti // Meglio se riposo / è buio con questo / bicchiere pieno.
Come si è detto, sono numerose le occasioni di omaggio rievocativo della figura magistrale di Miguel Cervantes e del suo capolavoro di ironia e quasi di elogio della follia – forse anche in omaggio al genio del predecessore Erasmo da Rotterdam, grande umanista e disincantato testimone della follia del mondo – per cui appare lungo tutta la raccolta il cavaliere di latta Alonso, ispirato dalla sua malconcia maestria equestre, zimbello del suo destino, così come lo siamo tutti noi del nostro, e, quin­di, perfetto simbolo di noi stessi: apparirà inchiodato alle pale di un mulino a vento come un fallito salvatore dell’umanità, finito in croce per salvare delle pecore. Gli fa da contraltare, come si è già detto, la simpaticissima figura di imperturbabile imbelle che anima la striscia fumettara di Charles M. Schultz, cioè il personaggio di Charlie Brown. Paola Pansa nel suo lavoro di scavo alla ricerca delle possibilità esplicite o latenti, vicine o remote della Poesia opta per una direttissima di scalata del linguaggio poetico che appare tra le più difficili e perigliose, precisamente quella dell’ironia e del gioco, che per tradizione è espressione di intelligenza quasi inarrivabile, poco diffusa e poco frequentata negli scrittori, i quali hanno orrore di scivolare nel ridicolo, per cui preferiscono sempre nascondersi dietro un gioco ermeneutico di complicatissime e artefatte elucubrazioni filosofali, in modo che il grande fumo riesca a mascherare il poco arrosto che sovente la Poesia esibisce nei versi degli autori più eruditi e pettoruti. Non è il caso, invece, di Paola Pansa che non si fa problema a strillare a gran voce il re è nudo quando vede in processione un damaschino tanto ammirato quanto fantasmatico.

Sandro Gros-Pietro

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