La poesia di Antonio D’Elia è alimentata dalla doppia caratteristica dell’abbondanza e della levità. L’invenzione immaginativa fluisce con la consistenza massiva di un inarrestabile fiume, secondo il mito di Eraclito, per altro più volte citato dal Poeta leccese. Tuttavia, l’onda è quasi incorporea, come un vapore, un alito, un’umidità acquorea pressoché impalpabile, che scivola tra le righe della pagina a testimoniare l’inafferrabile leggerezza dell’essere.
Anche la nozione del tempo diventa una sorta di enigma o più esattamente una nozione sfusa di eventi che non seguono la cronologia ferrea della causalità, per la quale da un’azione ne deve discendere un’altra nell’ordine cronologico dei fatti. Al contrario l’orizzonte degli eventi è divenuto un marasma vitale di flussi che seguono altre forme di armonia che non il principio della determinazione causale: come i rami degli ulivi salentini, i tempi della Poesia si ritorcono in ogni direzione, con ritorni e con fughe, sicché richiamano l’onda del mare nelle calette che è smossa dalla risacca non meno che dal flusso in arrivo.
E le tematiche sono il grande trionfo della vita e dei suoi fascini che costituisce il cuore pulsante della poesia di Antonio D’Elia, nello scenario solatio e marino del Salento, terra ric­chissima di natura e di storia; terra di belle donne, di coste sinuose, campagne ubertose. Il verso resta attivo e intrigante, nel rimbalzo tra la realtà e i fantasmi, le figure concrete e gli stilemi idealizzati, l’omaggio ai poeti amati come parola e carne dal Poeta che scrive la sua avventura letteraria, con un’intonazione di fondo che invoca la preghiera di un Dio misericordioso, perché abbia pietà del degrado e della scomparsa di tanta vita e di tanto supremo spirito approdato in questa terra benedetta che è la Terra di Antonio, siccome il Poeta ama chiamarsi.

Sandro Gros-Pietro

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