PREFAZIONE

Il mondo rappresentato da Dora Mauro nel suo libro Movenze è ispirato alla genuina felicità che invade l’animo quando si è pervasi da serenità e amore. Allora, si è portati ad apprezzare la meraviglia del mondo, le luci e i colori, i profumi e i gusti, l’eterno movimento della vita, le acque e le nuvole, le piante e gli animali. Ma soprattutto si rimane rapiti dal fascino creativo espresso dall’uomo, creatura fragile e geniale, che ha informato di sé tutto ciò che esiste. Intorno all’uomo c’è sempre l’uomo, rappresentato simbolicamente nei suoi segni proiettati sull’ambiente che lo accoglie. C’è, dunque, nel mondo in cui nasciamo, un’antica storia radicata nella temperie dei secoli che ci accoglie e che ci circonda con echi del passato, ma che anche si rinnova sempre fiorente con nuove germinazioni. È l’inno alla gioiascritto da Friedrich von Schiller e musicato da Ludwig van Beethoven nel quarto tempo della nona sinfonia: è la punta più alta espressa dal secolo dei lumi, il Settecento, che celebra con la gioia per il creato l’espressione universale di saggezza e d’amore. Dora Mauro parte esattamente da tale eredità. Non a caso l’Inno alla gioia è stato adottato come musica e come testo ufficiale dell’Unione Europea, nell’intento di rappresentare tutti i popoli dell’antico continente. Ma Dora Mauro ci parla di una storia ambientata nel nostro tempo, a tal punto fresca e vivace da potersi confondere o sovrapporre con la cronaca del quotidiano tuttora in atto. Anzi, non ci parla di una sola storia, ma di un intreccio armonico e dialettizzato di tante storie diverse, che si intersecano fra loro, si scambiano contenuti e valori, si arricchiscono nel baratto delle esperienze, nel tempo liquido che si muove in una risacca di anni, sempre gli stessi, che vanno dal secondo dopoguerra al tempo attuale, la generazione degli attuali sessantenni, che hanno aperto gli occhi sui delitti del nazifascismo e del comunismo e che hanno consumato quasi tutta la vita per liberarsi dall’orrore di tali fantasmi di morte e per fare nuovamente trionfare la pienezza del canto di gioia dedicato alla vita.
In Dora Mauro non c’è mai polemica né partigianeria. C’è sempre e soltanto un orientamento di universalità, di pienezza, di totalità, di abbraccio esteso fino all’orizzonte di tutti gli eventi possibili: c’è l’accettazione del mondo e del suo divenire. Lei il divenire lo chiamamovenza, un termine che ha un’inconfondibile derivazione musicale: il suo, più che un romanzo, è un concerto di motivi e di arie che si ripetono sempre nuove e sempre diverse, come le orme dei viaggiatori sulle strade del mondo, un’alterazione e una variante dello stesso rondò, un diesis. La scrittrice manifesta una grande passione per la musica e in particolare sviluppa una memoria verso le espressioni di musica folcloristica e gitana, con esplorazioni canzonettare che si aprono fino ad accogliere i balbettii poetici o le proposte sapienziali e supponenti dei cantautori rock: tout se tient, tutto fa movenza, tutto ricostruisce l’autenticità del vissuto. Il vissuto proposto da Dora Mauro ha una radice popolare, verrebbe voglia di dire fino popolana. È una rappresentazione la cui prospettiva è disegnata dalla parte degli umili, è la storia di chi non possiede una storia, ma ciò non di meno è il frutto anonimo di un albero antico, plurisecolare, le cui radici si affondano nella notte dei tempi. Se volessimo darci un modello storico, tratto dagli esempi della grande tradizione – si tenga a mente che Dora Mauro è una scrittrice che si è formata sui classici – ancora una volta dovremmo rifarci al settecento, alle baruffe chioggiotte di Carlo Goldoni: quel parlare dilavante a cicaleccio, fatto di brevi frasi, argute e graffianti, spontanee ma anche costruite sulla forza rocciosa dei proverbi, sull’idiomatismo esercitato come abbreviazione icastica del pensiero, l’efficacia del messaggio stringato, come un sms del romanzo. Chi mai ha creduto che il messaggino sia un’invenzione della cultura del telefonino? Da Plauto per arrivare a Goldoni, a Verga, a Pasolini le forme abbreviate della comunicazione sono sempre state usate in letteratura, si ritrovano anche in Cicerone e in Dante.
Il mondo di Dora Mauro ha una precisa collocazione geografica. Siamo nel territorio della Linguadoca-Rossiglione, precisamente nel Gard, per l’esattezza nella città di Nîmes, la cosiddetta Roma francese, con l’anfiteatro romano, la Maison Carrée, la Torre Magna, le altre sontuose rovine del grande impero romano e le vestigia del settecento, per l’appunto, cioè i Giardini della Fontana e i resti del tempio di Diana. Ma l’ombelico del mondo è la piazzetta elevata a repubblica indipendente e vestigia montagnarda dell’albero della libertà, luogo proto-franco di egalité-fraternité-liberté, che celebra i suoi riti sociali fuori dalle regole di legislazione e di legittimazione borghese, ma nell’attuazione di un codice rigoroso di valorizzazione della personalità umana che vive in ciascun rappresentante di quel mondo come fosse un DNA precostituito a priori. Senza dirlo con cipigliosa intenzione rivoluzionaria, in realtà Dora Mauro, nelle sue movenze, fa funzionare il modello della città celeste, il luogo della gioia, l’utopia ovvero la città del sole. La gente è felice di quel poco che ha, perché trova il massimo di ciò che sia concesso in dono all’uomo: trova l’amore, e lo trova a qualsiasi età e in qualsiasi condizione. La Linguadoca, come bene si sa, è la culla in cui nasce il progetto linguistico di gran parte della civiltà occidentale dei giorni nostri e nella quale viene custodito, meglio che altrove, il legame forte di congiunzione tra il mondo moderno e il mondo classico, impastandolo e vivificandolo nel fertile humus della cultura popolare, primo e antesignano marchio di quella componente di realismo che poi per sempre correrà lungo la dorsale di tutte le letterature europee e in particolare modo di quelle mediterranee. Dora Mauro è precisamente affascinata da questo meccanismo di contrasto e di luce, derivante dall’unione della tradizione antica e della cultura popolare: lei ci dice che vanno lette come le due facce della stessa medaglia. Ma il modello di città ideale, essendo un’astrazione, è esportabile in altri luoghi fisici del mondo. Ed è per questo motivo che la repubblica della piazzetta si rigenera in altre due radici storiche, che sempre ritornano nel romanzo di Mauro: la frangia a nord del Canavese e in particolare la località di Pont Canavese, ai piedi del Gran Paradiso, e la frastagliata costa ionica della Calabria, immersa in una dimensione accecante di mito e di bellezza solare. I tre vertici del triangolo, è facile intuirlo, rappresentano i tre periodi di maturazione e di residenza dell’autrice, che sono in lei unificati in un’unica architettura della memoria e dell’umana esperienza. Laboratorio e fucina dell’espressione umana è il bar, il luogo fisico dell’incontro, della socializzazione, della riflessione, della cova e della fioritura di tutte le gemme destinate a fruttificare. Nel bar nascono e muoiono gli amori, si ricevono e si fanno confidenze, si accarezzano i sogni, si costruiscono e si smarriscono ricchezze. Nel bar si scontano i vizi che ci bruciano e si godono i piaceri che ci sorreggono. Il bar è cultura, saggezza, fonte battesimale, oasi corroborante, arena di sfida, tribunale che giudica. Il Rugby bar è questa basilica di fermentazione delle emozioni e degli obiettivi umani, ove avviene ogni commercio sacro e profano e ove tutto si scambia con produzione di valore aggiunto per tutti. C’è un Rugby bar in ogni città della mente di Dora Mauro, come c’è un Harrison’s bar in Hemingway o un Café Procope in Voltaire e in Balzac. In Dora Mauro però il bar ha un significato più profondo e più definitivo: marchia il progetto di unacultura tabernaria che ascende all’antichità classica, è la scelta dello stile letterario così detto bassocomico e, come è già stato detto, passa attraverso l’esperienza della commedia dell’arte e dei testi teatrali di Goldoni, in particolare modo de Le baruffe chiozzotte, esempio fra i più luminosi nella nostra letteratura di cultura tabernaria. Non si possono leggere queste pagine senza sentirci invasi dall’essenza del pastis, travolti da barbera e aglianico, inebriati da tisane e infusi di ogni genere, galvanizzati dagli aromi del caffè. Le bevande si uniscono e si fondono con le parole e con le chiacchiere degli avventori che sono i protagonisti delle mille e una vicenda che si narrano in un intreccio sempre uguale ma sempre diverso, con l’unica avvertenza che la scrittrice è continuamente presente nella trama del narrato come lo era il regista Alfred Hitchcock sul set di ogni suo film, per dirci che c’è sempre un punto di commistione e di scambio in cui la realtà e la letteratura si fondono e si sovrappongono in unico progetto di conoscenza del mondo.

Sandro Gros-Pietro

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