Prefazione

Si deve all’intelligente opera di conservazione e alla fedeltà di copiatura e di collazione compiuta da Laura Berti, già docente di Italiano nei Licei e sodale collaboratrice di Nino Pinto, se questo bellissimo libro del Poeta trova la sua luce, sia pure postumo, ma realizzato integro e perfettamente rispettoso dell’ideazione originaria dell’autore. All’inizio deve essere stato concepito come un taccuino di riflessione e di lavoro, elaborato dallo scrittore per suo uso personale, come una sorta di memorandum ovvero di canone ricapitolativo dei contenuti, modi, fini e caratteristiche della poesia in genere e, più in particolare, della poetica personalissima elaborata dallo scrittore nel corso degli anni. La Nota d’Autore, del resto, bene illustra lo scopo originario del manoscritto, Questo libro l’autore lo ha scritto solo per se stesso. Ma lo stesso autore deve essersi reso conto che il suo originario taccuino andava bene al di là di una sistemazione massiva ad uso privato e, invece, era giunta ad assumere una universalità di valore creativo buona per essere accolta con attenzione e riflessione da qualsiasi altro poeta contemporaneo.
La prima considerazione che va fatta riguardante la poetica di Nino Pinto consiste nel fatto che, nella stagione della sua più piena maturità, l’Autore giunge a presentare uno stile e una forma di poesia che è assolutamente inedito e che, di conseguenza, non trova nella tradizione italiana alcun precedente a cui possa essere gemellato. Alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi di una sorta di nuovo ermetismo sui generis, più lapidario e più frammentario. Ma manca in Pinto quell’addensamento aggrovigliato di espressioni analogiche e simboliche che costituisce l’elemento distintivo caratteristico di ogni espressione poetica di natura ermetica. Al contrario, Nino Pinto raramente ricorre a metafore, analogie, simbologie oscurate dal velo dell’anfibologia e dell’ambiguità, come fanno di regola gli ermetici, per ricreare la sensazione che la parola poetica sia come un frutto corazzato da una scorza lignea, difficile da frantumare senza distruggere anche il pinolo succoso che vi è contenuto. L’espressione di Nino Pinto, al contrario, è sempre palmare, aperta, facilmente agibile, ancorché fosse in metafora, sarà comunque una metafora la cui sponda di significato alluso è comodamente comprensibile a tutti. La palmarità e la forza delle sue espressioni definitorie sono ulteriormente evidenziate dall’adozione della frase inversa, che è quasi una regola inconfutabile tipica dello stile pintiano, e che serve a volutamente enfatizzare il significato corretto e immediato dell’affermazione formulata. Altri commentatori hanno messo in evidenza la tendenza lapidaria alla sentenza e hanno presentato la poetica di Pinto come il trait d’union tra la poesia filosofica e l’aforisma. Ma questo è un ponte solido solo sulla sponda di partenza, quella del pensiero poetico che certamente appartiene a Nino Pinto, ma non sulla sponda d’arrivo, quella dell’aforisma, il cui intento definitorio dovrà necessariamente essere rivolto in ironia o in paradosso, che sono due espressioni che non appartengono alla poesia di Pinto, se non che in modo del tutto occasionale. È più facile, allora, iniziare a definire ciò che la poesia di Nino Pinto non è, invece di specificare ciò che è. Certamente non è una poesia epica, neppure melica o lirica, meno che meno erotica; non c’è un io narrante di natura autobiografica, non ha nulla a che vedere con la poesia confessionale; non è una poesia civile, non ha intenti di poesia sperimentale; non scuote il conflitto definitorio tra l’io e l’es e non ha valenza psicanalitica; non è una poesia della quotidianità e dell’epica minore degli eroi casalinghi, intrappolati in una tana metropolitana riverberata dalla realtà virtuale dei mass media; non è una poesia dell’evasione surreale provocata dalle estasi artificiali; non è neppure una poesia new age, intonata a un panismo di ritorno e di immersione totale nella natura. Ciò detto, appare chiaro che si esclude la quasi totalità delle forme e degli stili poetici della contemporaneità.
La poesia di Nino Pinto trae origine dall’immersione edenica del poeta in un passato arcaico di natura pagana, popolato da divinità antropomorfe che abitano in un chimerico Olimpo dal quale si fanno beffa degli uomini e del loro risibile affanno di vivere quel poco di tempo loro concesso, prima di scomparire per sempre. È una poesia fortemente caratterizzata tra il contrasto ossessivo fra l’eternità e la caducità: la prima, appartiene agli dèi pagani, che altro non sono che l’icona dell’aspirazione di eternità costruita dagli umani; la seconda, rappresenta il dramma tragico della caduta nell’oblio e nel nulla cui vanno incontro tutte le azioni e i sentimenti umani. Il bipolarismo tra eterno e caduco rappresenta la frequenza alternata della luce della poesia, che si accende e illumina di sé l’universo umano proprio perché è alimentata da questo continuo incontro-scontro tra “ciò che è, ma non si può raggiungere” con “ciò che non è, ma incombe in modo ingannevole”. Ne deriva che è centrale, nella poetica di Nino Pinto la mitopoiesi, come attitudine ad appoggiare il pensiero alle categorie della rielaborazione mitologica, in quanto espressione di una sopra-realtà immaginaria e collettiva. La trama dell’inganno costituisce il motore di funzionamento di questo mondo pagano, che non ha notizia dell’amore cristiano come luce di compassione, misericordia e condivisione. Al contrario, ciò “che move il sole e l’altre stelle” è il grande inganno dell’esistenza: la rappresentazione cosmica di una congiura contro la verità oscurata per sempre. In questo mondo, così affidato all’arbitrio gioiosamente cinico degli dèi e del fato – che sono una proiezione della voglia di eternità dell’uomo – solo la figura del poeta si erge come ispiratrice di conforto ovvero fiaccola che rivela la dignità dell’unico atteggiamento mentale possibile: quello della partecipazione al gioco di vanità unicamente in ossequio della bellezza.
Il pessimismo di Nino Pinto non è, quindi, una gabbia di tetraggine senza possibili vie di uscita, ma al contrario si risolve in un invito a celebrare l’ineguagliabile leggerezza dell’essere di cui il poeta è capace. Sotto questo profilo, la poesia di Nino Pinto giunge a manifestare una natura eroica, una sorta di compiaciuto “morituri te salutant” rivolto ai fantomatici dèi che hanno organizzato il divertente spettacolo del massacro degli uomini nell’arena del caduco e dell’effimero. Il poeta partecipa con consapevolezza e con gioia alla pena che è comminata a tutti, perché egli coglie la bellezza impagabile dello spettacolo, cioè della rappresentazione del mondo che egli sa ricostruire nella sua opera. Il gladiatore combatteva in arena per ottenere la gloria in cambio della morte; il poeta, invece, ottiene il sapore e il profumo della bellezza, ma anch’egli pagherà lo scotto con la sua scomparsa dal mondo. È indubbio che il poeta cui Nino Pinto si sente più vicino sia Giacomo Leopardi, da lui infinitamente evocato sia in modo palese sia in termini mascherati, all’interno della propria opera. Ma a differenza di Leopardi, Nino Pinto non cade vittima di un irredimibile sconforto, aumentato, inoltre, dall’acredine di essere venuto al mondo. Al contrario, egli sviluppa, invece, la vocazione eroica del poeta, che si sente appagato dalla partecipazione allo smascheramento dell’inganno e che sperimenta la sua bravura nella ricostruzione delle arti con cui celebra il volto sirenico della bellezza, così incantatrice e anche così letale, come furono le sirene di Ulisse. Ecco, dunque, che il mito sempre risorge come unica chiave di svelamento del gioco di contrasto tra l’eternità e la caducità.
Fondamentale importanza è lo stile della poesia di Nino Pinto, che consiste in un piquetage letterario, cioè in una rappresentazione a punti, come se fosse un picchiettamento sui temi toccati, tale da configurare un percorso illustrativo programmato. La tecnica di questo stile richiama alla mente il divisionismo dei pittori di inizio Novecento e in termini più recenti richiama il tapping del chitarrista sullo strumento, cioè la rinuncia a pizzicare le corde per creare l’armonia, sostituita dalla scelta di ottenere un suono breve e sincopato battendo con le due mani lo strumento sulla cassa armonica. Qualcosa di simile realizza Nino Pinto con l’uso della parola e delle immagini che essa suscita: esse sembrano “picchiettare” l’argomento prescelto. Questo stile e questa forma di scrittura poetica è una prerogativa personale elaborata da Nino Pinto a da lui portata a luminosi esiti di singolarità espressiva.
Tra gli argomenti rappresentati con il piquetage da Nino Pinto troviamo al primo posto la felicità trasmessa dalla poesia, seguita dalla spontaneità del poeta, dall’importanza dello stile, dall’importanza della forma, dalla rivelazione del mito, dal mito della bellezza, dal rischio dell’inganno, dalla manifestazione di una sopra realtà ovvero di una diversa dimensione del reale, dall’offuscamento del mistero, dall’incomunicabilità tra gli uomini fra loro, dal nutrimento dello spirito, dal rimpianto e dalla nostalgia, e a seguire da molti altri spunti ricorrenti come il canto del silenzio, la turris eburnea del poeta, l’innocuità della poesia, il non omnis moriar come categoria dell’eterno inseguita dal poeta, il nutrimento della poesia, l’unità nella diversità, la falsa poesia, la pena del poeta, gli dèi e il loro gioco sprezzante ma anche gioioso, la gioia nella pena del poeta, e ancora veramente tanti altri temi toccati di sfuggita, ma poi ripresi, richiamati all’attenzione, rivoltati e approfonditi, secondo una tecnica di narrazione episodica ed erratica, con deviazioni, cambiamenti, spostamenti, fughe e ritorni, inseguendo un modo di rivoluzionare la struttura piana e consequenziale della visione poetica, come già in altri tempi e in altre forme fecero Laurence Sterne e Jean Paul.
Nino Pinto, per sua scelta volontaria è stato per tutta la vita un autore solitario, ma mai selvatico e neppure introverso. La sua grande ricchezza interiore gli deriva dalla confidenza con i classici sia dell’antichità greco-romana sia della cultura europea dall’illuminismo ai giorni nostri. La sua solitudine è un concento di voci di scrittori che parlano o che lo assistono all’interno della sua opera, così caratteristica e diseguale da tutte le altre, esempio raffinato di uno spirito libero e coraggioso, che si è realizzato nella ricerca della libertà assoluta del pensiero e nella divagazione erratica del racconto poetico, fino a farne un universo astrale puntiforme, in cui non è più possibile ritrovare con certezza la disposizione dei punti cardinali, del prima e del dopo, dell’alto e del basso, perché l’unica indicazione che rimane è lo stile di scrittura e la forma del dettato. In ultima analisi, è un esempio di scrittura magistrale, nel significato più etimologico della parola, cioè di manifestazione “più forte”.

Sandro Gros-Pietro

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