«NUOVO UMANESIMO» E «NUOVO FRANCESCANESIMO»

 

Sul nostro tavolo di critici militanti affluiscono quotidianamente volumi di versi scritti da «poeti laureati», che pretendono attenzione e adulazione, in virtù dei titoli accademici posseduti ed ostentati o dei numerosi premi accumulati, esibiti come medaglie. Siamo soliti abbandonare tutti costoro ai loro turiboli, oppure lanciare nel vuoto i loro corposi testi, come fece già Catullo con i loro antenati: evidentemente si tratta di una plurisecolare abitudine italica, dura a morire.

Giungono, per converso, in punta di piedi i versi delicati di una poetessa d’origini calabresi, che si presenta modestamente nelle note bio-bibliografiche come insegnante di lettere alla scuola media di Bra. Da essi emerge una limpida religiosità, che ci richiama certamente quella di David Maria Turoldo, pur dotata, nella sua semplicità, di una dimensione speculativa, ma anche quella di Umberto Saba, che ci presenta un’umanità che onora umilmente l’impegno di vivere (e in ciò consiste, secondo Carlo Levi[1], il suo afflato religioso, di matrice ebraica, e di carattere popolare), e quella di Pier Paolo Pasolini, che, nelle sue poesie in dialetto friulano, racchiude un mondo contadino espressione di una cristianità primigenia, incontaminata dal capitalismo distruttore e corruttore. Queste poesie, anziché essere liquidate con parole circostanziali, quali quelle che si usano per onorare frettolosamente un’amicizia che non si può infrangere, per poi passare ad altro, impongono uno studio, un’analisi serrata, che fissi alcuni paletti fondamentali, in grado di individuare le linee di poetica (e di estetica) che vi stanno dietro, seppur nell’ambito di un processo evolutivo che è tuttora in fieri e di cui attendiamo gli sviluppi successivi, che non tarderanno a venire.

Elena Bartone ha esordito come poetessa ermetica, al pari di tanti poeti d’ispirazione religiosa, come lo stesso David Maria Turoldo, nella lettura critica che ne ha fatto Andrea Zanzotto[2]. La ragione per cui diversi poeti religiosi sono partiti dall’ermetismo risiede, probabilmente, nel fatto che la poesia ermetica è incentrata sul «mistero». Ma, come ha giustamente osservato Cesare Pavese in un suo scritto sulle Due poetiche[3] (quella ermetica, per l’appunto, e quella neorealista, alla quale lo scrittore langarolo aderisce, seppur con una propria originalità), il poeta ermetico si ferma a questo «mistero», si bea di esso e del proprio «stupore» di fronte ad esso, e non va oltre. E’ chiaro che poeti come David Maria Turoldo che vogliono superare questa “soglia”, addentrarsi nel labirinto dell’ «io» e del mondo, per «ridurlo a chiarezza» (per usare un’altra espressione pavesiana), sono destinati a rimanere insoddisfatti dell’ermetismo e ad approdare ad altri lidi.

Lo stesso è successo ad Elena Bartone, che è approdata con gli anni a forme di spiritualità più consapevole, animata dall’ansia di conoscere la propria interiorità e l’universo in tutte le sue componenti: umane, animali, vegetali. Così si spiega il suo «francescanesimo» attuale, che ha trovato sinora concretizzazione in tre raccolte: Francesco, nel silenzio[4]; Apostrofi di gioie sovrumane[5]; Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi[6]. Il «nuovo francescanesimo» di Elena Bartone consiste nel guardare il mondo, per l’appunto, con gli occhi di un povero, con spirito di umiltà, ma questo sguardo pietoso non spinge soltanto l’«io» poetico verso l’alto, verso l’ultraterreno, per ricongiungersi a Dio, attraverso san Francesco, bensì a calarsi anche nella realtà terrena, che lo circonda, a farsi carico dei problemi che affliggono gli umili, contribuendo con la propria azione, sia culturale che materiale, alla loro soluzione. Parliamo di un «nuovo francescanesimo» perché la poetessa, fra tutte le interpretazioni, spesso contrapposte, del messaggio di san Francesco d’Assisi mostra di preferire quella che fa capo ad un altro Francesco, papa Bergoglio, che applica il pensiero del «santo poverello» alla società attuale, predicando un obbligo morale di intervento a favore dei più deboli, rivolgendo un appello a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti, a rimboccarsi le maniche per metter fine alle ingiustizie e disparità sociali, che si acuiscono sempre più.

Con le poesie della presente raccolta Elena Bartone compie un passo ulteriore rispetto alla «trilogia» francescana. Qui la fede non è ripetutamente e apertamente enunciata. Il lettore deve andarsela a cercare, deve scandagliarla tra verso e verso. Spesso un pronome personale o possessivo (tu, tuo, tua) viene riproposto, in funzione di deittico, per parecchie pagine, prima che chi legge si renda conto che la poetessa sta parlando di Dio. E, allora, possiamo dire che siamo di fronte ad una religiosità che ci rimanda, più che a David Maria Turoldo, a poeti come Mario Luzi. Anche quest’ultimo ha mosso i primi passi nel campo poetico nell’ambito dell’«ermetismo cattolico» e, segnatamente, della rivista «Frontespizio», che, però, peccava di ambiguità, raccogliendo in sé artisti con atteggiamenti culturali completamente diversi, pur all’interno di una visione dichiaratamente religiosa, che vanno dal cattolicesimo reazionario di marca fascista, come quello che anima Papini, Soffici, Giuliotti, al «lirismo puro» di Betocchi e Lisi, all’ermetismo misticheggiante di Carlo Bo e Luigi Fallacara. Per rimediare a questa ambiguità Luzi si accosta ad altre riviste, fra cui soprattutto «Campo di Marte», curata da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini, con intenti innovativi. Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha denunciato il carattere inautentico e strumentale della «conversione» di Papini al cattolicesimo:

 

Giovanni Papini è diventato il «pio autore» della «Civiltà Cattolica».

In Papini manca la rettitudine: dilettantismo morale. Nel primo periodo della sua carriera letteraria questa deficienza non impressionava, perché Papini basava  la sua autorità su se stesso, era il «partito di se stesso». Divertiva, non poteva essere preso sul serio, altro che da pochi filistei […].

Oggi Papini  si è innestato in un vasto movimento da cui trae autorità: la sua attività è divenuta perciò canagliesca nel senso più spregevole, dello sparafucile, del sicario mercenario. Se un bambino rompe i vetri per divertirsi o per monelleria sia pure artificiosa, è una cosa: ma se rompe i vetri per conto dei venditori di vetro è un’altra cosa[7].

 

Mario Luzi si allontana, indi, dalla visione fondamentalmente pessimistica e nichilista degli ermetici che lo hanno preceduto e che lo accompagnano nel tempo. Giuseppe Petronio[8] ha giustamente colto il significato ultimo della sua poesia, partendo da un volumetto che il poeta fiorentino ha pubblicato, nel 1973, assieme a Carlo Cassola e intitolato Poesia e romanzo. Luzi riesce a cogliere il fluire della realtà naturale, che si configura come eterna metamorfosi. Per lui «la natura non conosce degradazioni se non apparenti: la sua legge […] non è la morte ma la metamorfosi»[9]. Continua Luzi: «il massimo di potere creativo che possiamo immaginare concesso alla poesia è di entrare nel vivo del processo inesauribile della creazione in toto captandone il ritmo di distruzione e di origine, facendone il suo stesso respiro»[10].

Così Petronio commenta, con parole insostituibili, questa concezione della vita e della poesia propria di Luzi:

 

Una convinzione, Luzi lo sa, religiosa, che non nega il continuo morire di ogni singolo aspetto dell’esistente, ma lo inserisce in un eterno circolo vitale, e fa della poesia e della memoria una fonte di vita: memoria e poesia riscattano il passato della sua condizione sterile di ricordo sentimentale per fondere insieme passato, presente, futuro, sicché «i tempi del mondo sono un solo tempo che batte all’unisono con il ritmo delle sue parole»: col ritmo delle parole del poeta[11].

 

In tutto ciò Petronio individua un’influenza dantesca. Leggiamo ancora:

 

Dove è un’eco di alte parole di Dante. E dove la visione cosmica della poesia non esclude la compromissione del poeta con la storia: «il poeta è implicato nella cultura e nei suoi problemi attuali e compromesso con la sua storia», dice Luzi, e anzi afferma: «la storia stessa nel suo insieme si trasforma in una grande metafora della condizione umana e del processo profondo della natura». Come è evidente, siamo di fronte a un modo di sentire la vita che è agli antipodi del pensare e sentire della «cultura della crisi», anche ai suoi livelli più alti; qui l’universo è impicciolito eppure spiritualizzato, come è negli sguardi che Dante dal Paradiso abbassa sul mondo, e lo vede sempre più piccolo e misero (l’«aiuola che ci fa tanto feroci») eppure tutto irradiato del lume di cui Dio lo irraggia e lo penetra: «Ciò che non more e ciò che può morire / non è se non splendor di quella idea / che partorisce, amando, il nostro sire». Qui tutto trapassa e nulla può morire, come aveva cantato Carducci, ma non per ragioni di fisica e di chimica: per una legge che è, nello stesso tempo, di fisica e di chimica. Perciò il mondo di pensiero di Luzi non ha niente a che vedere né con la paura di una malattia della Terra né con quella per l’avanzare delle masse; vita e morte sono una cosa sola, trapassano continuamente l’una nell’altra; una volta che il poeta giunge a un traghetto su un fiume, e si accoda alla carovana, quel breve tempo che passa insieme alla gente sconosciuta e anonima gli si fa specchio e simbolo della vita: «Passo / il fiume. La mattinata scorre / fra un tempo che si sfalda e uno che nasce» (Il traghetto)[12].

 

E’ questa la «lezione» di Luzi, «che spesso resta implicita nelle pieghe dei versi»[13]. Le ampie citazioni non sono oziose. Si tratta ora di verificare come questa lezione, magistralmente illustrata da Giuseppe Petronio con la consueta chiarezza e, insieme, profondità d’analisi, viene recepita e si configura concretamente nella poesia di Elena Bartone, nella sua visione di poetica e di estetica, nei rapporti che si istituiscono tra «io», Dio e il mondo. I poeti ermetici sono essenzialmente pessimisti, raffigurano un «io» scisso, “dimidiato”, che non trova idonea collocazione nel mondo reale, per cui l’aldilà è un comodo rifugio per sottrarsi ai problemi della società. Per questo motivo Cesare Pavese, analizzando la loro poetica, parla di «angelismo ermetico» o «mitico»:

 

Quanto all’angelismo mitico, a noi pare sia ormai venuta l’ora di riconoscerlo per quello che è: un’indebita confusione tra il momento metafisico, ineffabile, di tutta la vita spirituale incipiente, e la realtà della poesia, che è discorso umano spiegato , intorno alle cose umane. Il mito è idealmente precedente alla forma, se pure di tutte le forme sia l’anima; la poesia è forma fantastica della realtà[14].

 

Elena Bartone, nella attuale fase poetica, va ben oltre. Per lei l’universo, in tutte le sue componenti (umane, animali, vegetali), è continua metamorfosi, continuo mutamento e fluire, dalla vita alla morte e viceversa. Per cui non si può parlare né di «morte della natura» né di «morte della società umana», oppure di una sua crisi irreversibile, che costituisca, come per gli «ermetici» (ma anche per gli «avanguardisti», come sottolinea efficacemente Petronio), l’alibi per tirarsene fuori, per vivere la vita spirituale come «estasi», «straniamento», rifugio in una torre d’avorio, dalla quale, in preda ai tremori mistici e ai reumatismi, tentare la scalata al cielo, il contatto con un Dio che riscalda e rischiara solo l’egoistica anima individuale: «M’illumino / d’immenso». Il rapporto con il divino ha per Elena Bartone un ruolo e un significato ben diversi, anzi opposti. Esso arricchisce l’«io» di nuovi fermenti vitali, anziché votarlo al «solipsismo». Consente di immergersi nella realtà concreta, viverla nel suo pulsare, nella sua evoluzione dialettica, nelle sue contraddizioni, nell’alternarsi in essa di vita e di morte, di distruzione e di rinascita, su nuove basi, per cambiarla con la propria azione guidata da Dio.

Petronio parla di un’influenza dantesca in Luzi, perché il «sommo poeta», dall’alto del Paradiso, vede il mondo terreno, da un lato, rimpicciolito e, dall’altro lato, rischiarato e irradiato dalla luce divina e, quindi, ingrandito. In Elena Bartone a questa influenza dantesca se ne assomma una leopardiana. E qui vanno messe in discussione le letture in chiave «nichilista»[15] del Recanatese. Basti qui far riferimento al dialogo intitolato significativamente Il Copernico, contenuto nelle Operette morali. La rivoluzione copernicana, che ha portato al superamento dell’«antropocentrismo», da un lato, ha «abbassato» l’uomo, dall’altro lato, lo ha «sublimato». Leopardi, pur sottoponendoli a dura critica, ama gli uomini, la sua condanna è funzionale ad una loro ricostruzione dal basso, sulla base di nuovi valori etici. Nell’ultima sua fase, quella della Ginestra, per intenderci, egli ci dice che il male, se non può essere vinto, dev’essere comunque denunciato, e, quindi, invita gli uomini a solidarizzare tra di loro in questa lotta contro il  «destino». Da buon materialista, il Nostro si ferma ad un gradino più in basso della Bartone: non si limita  alla constatazione del male nel mondo, contro cui non c’è niente da fare, secondo i nichilisti, ma, nel contempo, non osa immaginare l’ascesa al cielo, la congiunzione tra umano e divino, per realizzare il superamento di ogni male nel connubio con Dio.  Elena Bartone acquisisce, dunque, anche la lezione leopardiana, la riplasma, la sospinge in avanti, verso l’ultraterreno.

Tutte queste suggestioni letterarie e culturali sin qui richiamate sono presenti in lei, in quanto stratificate nel tempo.  L’«io» poetico, arricchito dalla presenza di Dio, vede sotto una nuova luce rischiarante il mondo, nel suo fluire ininterrotto tra passato, presente e futuro, nella sua sostanziale unità. I singoli segmenti vengono «ridotti a chiarezza», l’infanzia risplende con un potenziamento dei colori, dei sapori, della sua terra di Calabria, che si proiettano, con funzione vivificante, nel presente. Così il «mondo» profuma «di arance e di mirtilli», i pensieri «sanno di mosto ed eucalipto», i «tremori della sera» acquistano «sapore / di nevi biancastre / e bacche di mirto». Il presente, anch’esso rischiarato dalla luce divina, si proietta, con la sua carica energetica positiva, che supera dialetticamente quella negativa, nel futuro: «si cercano nuove energie / nel pozzo dell’essere, / per dialogare domani / con gli esseri avviliti, / stanchi, disillusi». Il soprannaturale, come in Dante, influisce positivamente sul naturale, al quale è legato, per dirla con Auerbac, da sottili «fili verticali»[16], sul mondo degli uomini, spinge ad impiegare ogni pensiero ed ogni energia a favore dei più deboli: «Sei nello sguardo attonito / dei più poveri e dei più soli, / sulle labbra dei bambini / abbandonati / in questo transito terrestre / di squilibri e non forme, / nelle mani tese / ai passanti indifferenti, / in un letto di pungoli / e foglie marce. / In questi piccoli segni / rinvengo la Tua orma. / Sei il Dio dei piccoli segni». E il deittico «tua» ci dice chi è il protagonista di questo miracolo, affidato a «piccoli segni», che la poetessa sa cogliere nel reale, proprio in quanto ispirata da Dio.

Siamo in presenza di una visione fortemente religiosa, ma non intrisa di misticismo deteriore e di fanatismo irrazionale ed accecante, bensì arricchita da una decisiva dimensione laica, di matrice leopardiana, per l’appunto, che permette di evitare i furori ideologici, il facile ottimismo, che, come emerge dalla Ginestra, accomuna lo «scientismo» illuminista e l’oltranzismo cattolico, e riporta tutto nei limiti dell’umano. Il mondo avanza, ma a piccoli passi, a passo d’uomo e di cavallo, come avveniva nel vecchio mondo contadino, così ben rievocato da Franco Ferrarotti[17], dal quale Elena Bartone proviene. C’è in lei il divino, ma a misura d’uomo; divino e umano s’intrecciano, come avviene nella Divina Commedia. La poetessa ci avverte dei vizi degli uomini, ma lo fa in vista di un loro superamento, attraverso l’ispirazione divina, e con un grande senso di comprensione. E’ questo il «nuovo umanesimo» che popola la sua poesia, intrecciato con il «nuovo francescanesimo» di cui è portavoce nel mondo attuale un altro Francesco: papa Bergoglio.

Carmine Chiodo, nella sua Prefazione ad Apostrofi di gioie sovrumane, con la consueta acutezza ed acribia filologica,  ha giustamente evidenziato le caratteristiche stilistiche e linguistiche delle poesie contenute in questa raccolta, sottolineando la capacità dell’autrice di usare ritmi diversi e forme estetiche sempre rinnovate per rappresentare gli stessi momenti spirituali, naturali e umani. Egli conclude: «Ciò che ancora colpisce dell’originale poesia della nostra poetessa è la variabilità ritmica che dice sempre la natura, lo stato dell’io poetante, che alimenta una poesia per accompagnare poi i vari istanti dell’essere dell’autrice e la sua presenza nella realtà, nelle cose. Poesia di alto sentire e delicatezza linguistica eccezionale»[18].

Nella presente raccolta si ripropone la multiformità espressiva della poetessa, la policromia, che rimanda al plurilinguismo di Dante, il quale inaugura un filone letterario, contrapposto nei secoli, nel nostro Paese, a quello che inizia con il monolinguismo del Petrarca.

Antonio Catalfamo  

[1] Carlo Levi, Saba e il mondo ebraico, in Coraggio dei miti. Scritti contemporanei 1922-1974, a cura di Gigliola De Donato, De Donato editore, Bari, 1975, p. 230.

[2] Andrea Zanzotto, Nota introduttiva a David Maria Turoldo, O sensi miei …, BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), Milano, 2006, pp. VII-VIII.

[3] Cesare Pavese, Due poetiche, scritto il 13 febbraio 1950, corretto e integrato il 14 giugno 1950, per il secondo numero di «Cultura  e realtà», in cui uscì postumo (luglio-agosto 1950); poi in La letteratura americana e altri saggi, a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino, 1951; ma si cita dall’edizione Il Saggiatore, Milano, 1978, pp. 349-352.

[4] Elena Bartone, Francesco, nel silenzio, LietoColle, Faloppio, 2015.

[5] Ead., Apostrofi di gioie sovrumane, La Vita Felice, Milano, 2020.

[6] Ead., Con gli occhi di un povero. Poesie su san Francesco di Assisi, Messaggero di Sant’Antonio Editrice, Padova, 2021.

[7] Antonio Gramsci, Giovanni Papini, in Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino, 1954 (quarta edizione), p. 161.

[8] Giuseppe Petronio, Racconto del Novecento letterario in Italia (1940-1990), Mondadori, Milano, 2000, pp. 192-196.

[9] Ivi, p. 193. Le parole riportate da qui innanzi tra virgolette, a parte quelle di Dante, ben distinguibili, sono di Mario Luzi, contenute nello scritto sopra citato e richiamato sapientemente da Petronio.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, pp. 193-194.

[13] Ivi, p. 194.

[14] Cesare Pavese, Due poetiche, cit., p. 351.

[15]Antonio Prete, Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1980; Id., Finitudine e Infinito. Su Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1998; Mario Andrea Rigoni, Saggi sul pensiero leopardiano, Liguori, Napoli, 1985; Id., Il pensiero di Leopardi, Bompiani, Milano, 1997; Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Rizzoli, Milano, 1990; Id., Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Rizzoli, Milano, 1997.

[16] Erich Auerbach, Farinata e Cavalcante, ora in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, Torino, 2020, vol. I, p. 211.

[17] Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021.

[18]  Carmine Chiodo, Prefazione ad Apostrofi di gioie sovrumane, cit., p. 6. 

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