Postfazione

Reminiscenze di miti nordici e mediterranei in questo racconto metastorico, tutto all’insegna di una mossa e pieghevole entropia, di Carmelo Pirrera, narratore elegante, sornione, umoroso, attento ai minacciosi ed insieme patetici clamori, oltre che della Storia con iniziale metafisica, di una società – quella attuale – notomizzata e osservata con ironico distacco, doloroso disprezzo e intermittente partecipazione attraverso i tòpoi ed il filtro d’una inattualità “ricostruita”.
Il Regno – favola in falsetto medievale, con lievi e appena accennate metaforizzazioni mimetiche dei cicli arturiani e del Tristano riccardiano, d’ogni Stato concentrazionario la cui fine annunciata e puntualmente sopravvenuta è sempre spaventosa – narra la vicenda atroce e mediocre di un re sciaboletta, nano nel corpo e nell’anima, che finisce male come non quasi tutti i re, e della Corte che lo circonda “corte dei miracoli” dove balenano pugnali e si distillano veleni, mentre soavi risuonano liuti e nacchere, e con regine torri alfieri e cavalli si muovono, a supporto d’un tragicomico grottesco teatrino dei pupi, tetri fondali di battaglie.
Luogo di regine fedifraghe (di torri rovinanti, alfieri spleenetici e cavalli azzoppati, di infanti bastardi, consiglieri segreti e congiuranti, di maestri d’armi e arcieri infidi, di baroni, duchi, camerieri e diaconi ambigui, di damigelle allegre, giullari teatranti e menestrelli parassiti, di cardinali incestuosi, papi guerrafondai, crociati sderenati e streghe ciarlatane), Il Regno di Guglielmo il Nano, marito debitamente cornuto – al pari del re Marco tristaniano –, di Costanza, incostante e avvenente principessa normanna di alta statura, è anche reame del Paradosso e dell’Assurdo, i due aspetti salienti di quanto può definirsi la Realtà senza Verità che tutti ci aduggia.
In siffatto Regno può accadere che, per miserevole opportunismo, si possano servilmente tessere lodi sperticate quanto ipocrite del Re Nano, uomo gretto e meschino in vita, incapace di una pur minima regalità. Può succedere che un innocente venga dichiarato colpevole della morte violenta dell’inutile re e impiccato, come si suole, sul far dell’alba; che il tiranno, tra altre vessazioni, imponga una peregrina “tassa sui sogni” – senza discriminare tra sogni a colori o in bianco e nero, casti od osceni – echeggiante l’attuale canone televisivo, questo balzello sull’alienazione del popolo teledipendente; che ricompaia il fantasma del re nano ad ispirare al suo buffonesco scrivano, calco del moderno pennivendolo, una filastrocca apocalittica in cui i virtuosi muoiono per il trionfo dei disonesti e dei ladri, che si divideranno in “ladri buoni” e “ladri cattivi” e si giudicheranno tra loro (ladri giudici di altri ladri, con quel che può risultarne); che la Storia, tramandata e decantata come maestra di vita, si riveli – oltre che “ostinata e parziale memoria” oppure “Specchio dove ognuno vi legge se stesso” –, soprattutto e per lo più, una buffonata.
Ma sigla e sigillo di tutto il racconto non è la storia in quanto “buffonata”, bensì, più propriamente la Storia come crogiolo dell’entropia e d’un irredimibile caos.
Con una scrittura spigliata e disinvolta e, a dispetto della materia narrata, lontana da ogni aulica solennità, dalla sostenutezza epico-eroica dei cicli carolingi e delle Chansons de gestes (relativi alle imprese di Carlomagno e dei Comites palatini Orlando, Rinaldo, Astolfo, Ugieri, Ulivieri…) e dalle fantasie brettoni modellate su Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, Carmelo Pirrera ci offre adesso l’occasione di rivedere con occhi antichi, ossia disincantati, l’inquietante “età di mezzo” che stiamo attraversando.

Stefano Lanuzza

Anno Edizione

Autore

Collana

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Scrivi per primo la recensione per “Il regno”

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati