Nota dell’editore

C’è fedeltà, costanza e devozione in Antonio D’Elia sviluppata nella scrittura poetica. In una parola c’è amore, come sentimento riepilogativo dell’azione congiunta di volontà, impegno, affezione e fascino, esercitati e subiti nei confronti di persone e cose del mondo. È quasi scontato che al centro dell’amore rivolto alle persone, ci sia la donna. Non tanto un’unica donna come impone la tradizione trecentesca italiana che fa riferimento a Dante e Petrarca. Bisogna risalire, invece, di altri due secoli e cambiare collocazione geografica, filosofica e religiosa per rifarsi al celeberrimo e osannato filosofo, matematico, poeta e quant’altro Omar Khayyam, il genio persiano, a cavallo dell’XI e XII secolo, che lasciò un’imponente raccolta di quartine, quasi scritte con la mano sinistra, cioè di fretta e nei ritagli di tempo, intonate al carpe diem oraziano, come sfoghi di ironia e di insoddisfazione per il disordine dei comportamenti umani e ancora di più per il pressapochismo dell’azione divina di Allah, ma di grande lode epicurea, tra disperazione e sconforto, per la bellezza femminile, la bontà del vino, la gioia di vivere. Antonio D’Elia, lungi dall’imitare il genio di Nishapur, nato all’inizio del secondo millennio, tuttavia ne rievoca la verve celebrativa, il canto entusiastico, ma nel contempo anche il discanto, l’insoddisfazione e la noia per una creazione divina contraffatta da troppe manchevolezze. Resta al poeta l’incombenza di farsene una ragione e mettere in campo prima di tutto il sentimento più importante, cioè il canto nel cuore, che neanche a dirlo fa rima con amore. E la donna, ecco che si pone al centro di questo eterno sentimento di consunzione e di rigenerazione, con il fascino, la dolcezza, la presenza consolatoria, ma anche con una sfuggente natura ingannevole, ambigua, ispiratrice da lontano, metafora caleidoscopica di un’infinità di altre situazioni. La donna diviene la Poesia in sé e per sé, ma è anche la cultura, è anche la storia, la mitologia, la terra natia. Queste declinazioni al femminile sono categorie della mente che si traducono in “pulsioni” – rubiamo questo termine così sfacciatamente freudiano – e che agganciano il viaggio del poeta a un’avventura dell’inconscio, a un’esplorazione inesausta e inesauribile di ciò di cui non si riesce mai a dare conto definitivo. Per ultimo non va sottaciuto il giovane Ugo Tarchetti, con la sua silloge poetica I canti del cuore, ancora carica di sentimentalismo romantico, prima della successiva vocazione alla scapigliatura milanese, anche amico del pittore Tranquillo Cremona che figura in copertina: per chi conosce l’ampia documentazione poetica di Antonio D’Elia si deve dare per conosciuto ogni precedente letterario.
Versi bellissimi, questi di Antonio D’Elia, che vanno letti nella loro rorida abbondanza o addirittura spumeggiante sovrabbondanza, perché traboccano di amore verso la donna amata, sulle cui radici di albero portante si innestano i mille rami diversi delle frutta, che compongono il giardino dell’Eden, o forse, l’albero della sapienza: la mitologia, la ricerca di Dio, le care amicizie, i volti della famiglia, i luoghi natii, il Salento, la cultura, la Poesia, la Storia. È esattamente in questa metafora di cornucopia poetica che si realizza l’incanto prodigioso della poesia modernissima, ma di memoria millenaria e transeuropea, realizzata così felicemente nei Canti nascosti nel cuore.

Sandro Gros-Pietro

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