PREFAZIONE

La poesia di Mario Rondi abita le regioni fantastiche del sogno e si distende in un territorio che non possiede confini o regole da rispettare, perché non deve subire la tirannide della ragione e del riscontro confermativo con la realtà dei fatti. Il mondo che esplora il poeta è una continua invenzione creativa che sgorga dalla fantasia inesauribile dello scrittore. Si realizza, in tale modo, una sorta di coniazione perpetua della poesia come costruzione della vita: il mondo è ciò che il poeta scrive, senza mimesi e senza memoria, bensì come puro atto di straordinaria ideazione, che mai si esaurisce.
Semmai, un’ipotesi simile aveva già affascinato Goethe nel suo monumentale capolavoro del Faust che è traslazione in chiave poetica di tutto ciò che esiste nel­la mente dello scrittore, ma in quel caso il poeta aveva sviluppato una mente onnisciente ed onnivora della real­tà circostante. Nel caso di Mario Rondi, invece, l’immenso pianeta della poesia che egli negli ultimi anni – probabilmente a iniziare da Medicamenti, 2009 – è andato costruendo con grande verve inventiva, non rappresenta la codificazione poetica dell’intera creazione del mondo, ma è qualcosa di meno pretenzioso e, se vogliamo, anche di molto più gioioso, leggero ed effervescente, benché drammatico. Il tema prediletto da Mario Rondi è antico come la letteratura, fino a ritrovare la sua radice nel mito di Dafne e Apollo, precisamente si tratta dell’amore impossibile, con le sue collaterali varianti di amore negato, amore infelice, amore proibito, per non parlare poi dell’amor de lohn, di Jaufré Rudel, che canta per tutta la vita il suo amore incontenibile per la contessa di Tripoli, Melisenda, senza averla mai né vista né conosciuta e che riuscirà a incontrare solo in punto di morte, e così morirà nella luce di Dio, trapassato per tramite della gentile fanciulla, che farà da strumento per la separazione dello spirito dalla carne attraverso quella sorta di “iniziazione” che è “l’amore da lontano”, separazione totale dell’eros dall’atto di possesso ovvero di copulazione. In tale modo dallo Sturm und drang di Goethe passiamo all’amor cortese dei provenzali e ci mettiamo nella scia degli stilnovisti prima e di Petrarca dopo. Quest’ultimo va nominato non fosse altro per un dovere di omaggio alla forma chiusa e deputata del madrigale pe­trarchesco, cui Mario Rondi è “morbosamente” legato. È una sana patologia, infatti, scrivere in perfetti madrigali petrarcheschi le vicende dell’amore nel secolo del sesso, della psicanalisi, delle confessioni viscerali, dei rutti e delle flatulenze al tavolo del convivio poetico dell’attualità, in cui va per la massima la slam poetry, che potremmo tradurre “poesia dello sbattimento”, autentico tormentone dei giorni nostri. La strada di Mario Rondi, invece, si avvicina alla poesia del paradosso, genere letterario di altissima intelligenza e finezza, ma di scarsissima frequentazione, perché ritenuto tutto sommato di basso stile, da commedia troppo umana, che non ha nul­la di divino, e che non è certo la scala puntata verso il cie­lo di dantesca memoria, ma è uno sguazzare nei co­muni generi dell’umanità, nel fango della tragedia e del comico, con ascendenti plauteschi. Pensiamo al linguaggio paradossale del barbiere fiorentino Domenico di Giovanni, detto il Burchiello: vi troviamo la potenza stralunata di un novellare sognante e caotico, che mette insieme ciò che è discorde e inavvicinabile, ma che mantiene la perfezione della forma chiusa, cioè di una poesia che rispetta la metrica e il decoro letterario del dire acconcio e con grande arte espressiva, ma che volutamente scardina il senso immediato del discorso, perché il linguaggio è, appunto, paradossale: è una contraddizione dell’esperienza logica comune, anche se, a un esa­me critico approfondito, dimostra la validità di un messaggio sotteso o adombrato nell’economia del fraseggio.
Mario Rondi, a suo modo, è il migliore poeta paradossale che si conosca attualmente agire in Italia: le sue cipolle, ramolacci, peperoni, lattughe, fagiolini e piselli, accostati assieme a lombrichi, topi, vermicelli, culobianchi, passeri, colibrì, lumache e pipistrelli compongono la compagnia sesquipedale più variegata e divertente della poesia italiana contemporanea, impegnata principalmente nella recitazione del dramma dell’amore impossibile, quel volersi mettere sempre con chi non ti vuole o non ti può prendere, in un canovaccio a soggetto che è un’avventura tanto bislacca, quanto profondamente tragica, lo specchio deformato della vita sognata contrabbandata per vita vissuta e viceversa. Sull’argomento ne sa qualcosa El ingegnoso hidalgo don Quijote de la Mancha, che vive la sua vita cartacea da quattro secoli a questa parte, interamente racchiusa all’interno di un linguaggio poetico paradossale. Conta molto anche la capacità di creare i giochi di parole, usare i significati e i significanti come sorta di pupazzi misirizzi, che più li abbatti e più li privi dei loro contenuti deputati, più essi si risollevano da terra e sorprendono per la loro capacità di fornire un senso frastornato, alternativo e metaforico a ogni vicenda. Non è tanto la propensione al calembour, ma piuttosto quella al nonsenso, che guida questo genere di attività letteraria, in cui è altissimo il livello creativo, fino a giungere a una vera esplosione di significati, ma tutti so­spesi per aria, nell’inconsistenza delle applicazioni pratiche. Per sorreggersi in piedi, gli autori sovente si rivolgono al comico, in modo da offrire una captatio benevolentiæe al pubblico ovvero al lettore attraverso l’offerta di un facile divertimento. Maestro assoluto di questo ge­nere è stato Ettore Petrolini, e in tempi moderni Gigi Proietti e Mario Monicelli, con la superba invenzione della supercazzora, che dal pubblico e da Tognazzi è stata recepita e trasformata in supercazzola, per renderla ancora più plautesca e triviale: un discorso sconclusionato e scoordinato, ma alludente sempre a una critica cor­rosiva dell’umanità, reso autorevole dall’inclusione nella frase di qualche icona d’autorità come fosse un “vicesindaco” ovvero un “prelato numerico”.
La specialità di Mario Rondi, invece, consiste nel non concedersi mai alla comicità, ma solo a una forma di ironia molto velata e trattenuta, per cui il gioco dell’intelligenza e del paradossale diviene ancora più fine e più etereo. Alla fine dei conti, Mario Rondi inventa un suo linguaggio poetico, come hanno fatto prima di lui grandissimi scrittori e poeti come Lewis Carroll e Giacomo Noventa, e ci racconta una storia antica come il mondo che conosciamo da sempre, ma in un modo totalmente nuovo eppure immediatamente familiare e riconoscibile. E un mondo poetico in cui non manca di fare capolino una teoria di angeli un poco timidi e un poco irrequieti, ed è soprasseduto da un dio minuscolo, pa­ziente e temperante, un poco defilato, che più che starsene tra gli ori delle chiese, si nasconde nei vapori delle nuvole.

Sandro Gros-Pietro

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