Prefazione

Tra gli autori piemontesi più prolifici e ormai anche divenuti più noti si conta il poeta di None Piero S. Costa. Di lui è notissimo il piglio volutamente anacronistico della scrittura poetica: un linguaggio colto, an­che perforato da continue intromissioni provenienti dal latino, dal francese, dal piemontese, dallo spagnolo e da qualche altro idioma con frequenza meno ricorrente. La sua griffe d’autore è il vocabolo mens, usato con ampio ventaglio di significati diversi e sovente in congiunzione composta con altri vocaboli, per lo più aggettivi, di cui dilata e ispessisce il significato. È un linguaggio intricato in un intreccio di paratattiche e di coordinate, che s’incastrano fra loro in una catena lessicale d’impervia lettura, con salti e strappi, appoggi e rimandi, allusioni e metafore, in modo da rendere l’espressione quanto di più lontano si possa immaginare dal parlare ordinario e prosastico. Non ultimo, il discorso è intonato a una sonorità musicale di echi sillabici e di misurazioni versali, in quanto rispetta sempre le norme deputate della metrica tradizionale in rima, con strofe organizzate dal distico all’ottava, passando per le quartine e le terzine, quasi esclusivamente composte in versi endecasillabi. Trionfano i sonetti, sovente caudati, ma non mancano gli omaggi resi all’estremo oriente e precisamente alla tradizione giapponese dei Tanka e degli Haiku.
Fra i poeti torinesi – None, infatti, fa parte della città metropolitana di Torino – Piero S. Costa è sicuramente lo scrittore più originale e più ostico. Vive appartato, nel suo mondo poetico che per altro è amplissimo e colmo di interessi, ed è persona tutt’altro che misantropa, anzi, di animo gentile e signorile, egli sconta il suo eremitaggio poetico anche come conseguenza patita, ma dignitosamente accettata, dell’inferma salute e più di tutto dei problemi alla vista che lo affliggono.
Il respiro dell’anima di questa poesia, la cui espressione è così imbastita in espedienti e invenzioni verbali, è tanto ampio quanto lo possono essere gli interessi dell’umanità. Ogni suo libro di versi è uno zibaldone debordante di osservazioni politiche, sociali, psicologiche, scientifiche, religiose, tecniche, storiche, fan­tastiche, avventurose, erotiche, famigliari e ordinarie. Non manca nulla all’orizzonte degli eventi che vie­ne registrato nel taccuino del poeta di None, il quale suo­na il suo violino sulle tre corde di Paganini, l’invenzione, il talento e l’orecchio assoluto, gli manca la quarta corda di omaggio alla moda del suo tempo, perché la poesia di Piero S. Costa abita in un tempo diverso da quello in cui vive il Poeta. Infatti, la sua poesia è organizzata sul rigore delle forme, mentre il tempo in cui viviamo è impantanato negli stagni dell’informale e del pressapochismo. Il libro Le buie stelle trae origine dal­l’atmosfera di degrado e di pessimismo che aleggia nei tempi nostri, così poveri di sguardi umani rivolti al lucore delle stelle, ma semmai attratti solo dal luccichio del danaro, che è una stella senza luce, precisamente buia. Il libro è scandito in quattro sezioni, due centrali, denominate la prima Composizioni e la seconda Sonetti, e le altre due collocate all’inizio e in chiusura dell’opera, rappresentano l’introduzione la prima e il congedo la seconda dal mondo poetico di Costa: entrambe sono il segno di un’alba poetica d’estremo Oriente d’antica memoria, la prima è una raccolta di bellissimi Tanka, alcuni dei quali già pubblicati nel libro Da costa a costa; la seconda è una luminosissima raccolta di Haiku. Nella sezione delle Composizioni si fa subito notare la poesia Anti illuminazioni che è scritta in polemica con la poetica del poeta veggente Arthur Rimbaud; gli fanno da riscontro le due poesie che seguono subito dopo, E pur dolendo solipsista resto e Cantor solingo sotto stelle vado, che rappresentano una sorta di autoritratto d’autore, in un’eco di leopardiana assonanza. La tavolozza del Poeta è ricca di temi e di colori, non si contano le poesie dedicate alla città di Torino, a Leinì, al torrente Chisola (quest’ultimo diviene un autentico protagonista e testimone silente della vita del Poeta, dall’adolescenza agli anni della maturità e dell’incipiente terza età). Vi sono le poesie di ricostruzione storica di fatti lontani che hanno segnato la cultura d’Occidente, come l’infausta sconfitta del tenente colonnello Georg Amstrong Custer che per sua malsana sete di popolarità e per imperizia di comando portò a morte circa trecento cavalleggeri degli Stati Uniti e causò la morte di molti nativi d’America a Little Big Horn nel 1876. Ma vi sono pagine di storia più recente dedicate a Israele, alla Cina e più di tutto al tentativo di ricostituzione politica del Califfato, non più di ispirazione ottomana, ma di nuovo di ispirazione araba, come ai tempi dei successori di Maometto, nella figura del sedicente Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi a capo dell’Isis, ovvero dell’Islamic State of Iraq and Sham. Numerosissime sono poi le composizioni dedicate alla figura della mamma e della donna amata; meno numerose e più traumatiche sono le poesie di evocazione della figura paterna, con la quale il Poeta ebbe un rapporto conflittuale mai completamente risolto. Nella sezione denominata Sonetti sono contenuti circa un centinaio di sonetti, quasi tutti caudati che trattano il tema della vecchiezza del Poeta e lo scoramento per i guasti alla vista e alle ossa, la monotonia per la sua attuale quotidianità e in particolare la noia per la diabolica intromissione del telefonino nei mo­menti meno opportuni della giornata e dell’intimità do­mestica, il tema scientifico della scoperta del bosone, il grande amore del Poeta per il suo natio Piemonte e il candore della neve invernale, i giochi da ragazzo a No­ne e Leinì. Accanto a numerosi spunti di riflessione ri­guardanti la contemporaneità sociale e politica, come le querimonie contro il governo che non governa il Paese, l’abusivismo dei commercianti extracomunitari o le considerazioni di filosofia e di etica sull’amore, sul senso della collettività, sulla ricerca della felicità, gli strali lanciati all’indirizzo dei terroristi d’ogni foggia e colore, ma specie contro i taglia-testa dell’islamismo ra­dicale, vi sono autentici voli pindarici nell’antichità omerica, all’interno della mitologia, con la ricostruzione, tra le altre cose, del mito di Arianna e di Teseo, e l’amore vile dell’eroe del Minotauro nei confronti della bella cretese, che poi si consolerà tra le braccia del dio Dioniso. C’è anche la ricostruzione delicata e fantastica dell’incontro tra una pastorella e un crociato, collocati presumibilmente nel tardo medioevo, ai tempi del Deus lo vult di Urbano II e di Goffredo di Buttiglione, circa nel 1096. Fanno parte del filone “ar­caico” le bellissime poesie dedicate al sontuoso mondo degli antichi egizi e del mondo dei Maya. Di delicati accenti e gentile atmosfera sono le poesie dedicate alla sua donna, la cui principale virtù, oltre all’onestà e al­l’alacrità operativa, a detta del Poeta, è la cristiana pa­zienza di riuscire a sopportarlo nei suoi stati di umore nero, quando ciò accade. Non mancano gli omaggi ri­volti anche a poeti quasi anonimi, in chiave di paterna e solidale ironia, ovvero di grandi scrittori dell’avventura fantastica, come l’insuperabile maestro torinese Emilio Salgari.
La poesia di Piero S. Costa è un tappeto volante che percorre l’intero orizzonte della cultura occidentale, dai primordi omerici, così illuminati dalla magia favolistica della mitologia per arrivare fino alle scoperte scientifiche più avanzate della contemporaneità riguardanti l’origine dell’universo stellato, cioè la fonte di quelle tali “buie stelle” che paiono essersi offuscate nel­la mente dei contemporanei, per avere perduto o de­teriorato il loro potenziale di custodi immutabili dell’ordine delle cose e dell’armonia della vita e di tutte le creature non solo celesti, ma anche terrestri che abitano questo pianeta azzurro della Terra, già definito da Dante la “feroce aiuola”, dove prosperano i peccati, le violenze, le grassazioni, il malcostume e la corruzione. Lo sdegno del poeta Piero S. Costa si erge alfierianamente castigatore sulle miserie morali degli uomini peggiori e pervicacemente continua a rinnovare il culto dei valori più solidi, che poggiano sull’esercizio dell’intelligenza e sullo studio. Il poeta Costa è sicuramente un’anima alfieriana, così solitaria e incorruttibile nel suo canto di libertà e di verità, riservato a quei pochi spiriti eletti che abbiano voglia di cimentarsi con i messaggi più complessi e più severi.

Sandro Gros-Pietro

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