Preambolo a Giudizi su Francesco mio figlio

Vita da pendolare

Ho lavorato a Roma per venticinque anni, nei primi sette anni da residente. Spostarsi entro la città richiedeva ore e ore, sia con l’auto, sia con i mezzi pubblici; richiedeva, e richiede ancora, molta pazienza. Fu così che decidemmo di trasferire la residenza ad Anzio che, malgrado sia distante sessanta chilometri, il treno o la corriera assicuravano cinquanta minuti di percorrenza, diciamo pure un’ora, pia illusione. In quegli anni successivi la vita da pendolare diventava un sacrificio, perché purtroppo ben presto scoprimmo che generalmente il treno era puntuale solo sulla carta. La stanchezza faceva brutti scherzi, poiché, specie di sera, si era più stanchi, e succedeva scendere alla stazione successiva o di prendere il treno sbagliato: pazienza ci si rimetteva di tempo e si ritornava indietro! Ma quando ci si intratteneva nella Città Eterna più del previsto, questa distrazione avveniva nell’ultima corsa, e per il rientro occorreva affidarsi a mezzi di fortuna o farla a piedi. Non esistevano i telefonini.
Armato di pazienza, anche qui, decisi così di volgere a mio favore la comodità di utilizzare il viaggio dedicandomi alla lettura; mentre altri passeggeri giocavano a carte o a dama. Si creavano delle comunità. Fu così che ho conosciuto il mio nuovo amico, Fulvio. Al rientro a casa puzzavano capelli e abiti, poiché si viaggiava spesso avvolti da nuvole di fumo di sigarette; altro che terzo mondo! Ma venivamo compensati dall’aria più salubre che sa di verde e di salsedine. Più tardi con l’avvento dei personal computer e dei cellulari, il treno diventa più silenzioso: ognuno ha da fare; tranne che qualcuno, un po’ per esibizionismo e un po’ per cattiva educazione, non si faccia notare.
La linea Termini–Nettuno era soggetta a ritardi, che rientravano nella normalità, diciamo per ragioni tecniche. Purtroppo capitavano incidenti ferroviari mortali: persone disperate che andavano incontro alla morte o giovani con le cuffie alle orecchie che si distraevano attraversando i binari mentre giunge il treno.

Il giorno della disgrazia

Un pomeriggio, era mercoledì del 22 novembre del 1995, alla stazione di Roma oltre al consueto ritardo se ne accumula altro per ragioni non bene definite. Giunti alla mia stazione di Lavinio, trovai un brusio confuso riguardante un incidente successo a un ragazzo di quindici anni. Sul treno, riferivano che alla stazione di Lavinio al momento della fermata del treno dopo l’incidente, si trovava un ispettore di polizia il quale identificò alcuni ragazzi che avevano assistito all’incidente e che si prese cura di redigere, ovviamente, dei verbali e di consegnarli alla stazione dei Carabinieri, perché è la più vicina. Non nascondo che, intontiti e stanchi, abbiamo pensato a una fra tante disgrazie.
Durante il tragitto di pochi minuti per giungere a casa, attraversiamo una piazzetta fornita di negozi e, per quel che più interessa, vi si trova la Stazione dei Carabinieri. Una rapida occhiata ci fa capire che l’eco dell’incidente era giunta lì e si capiva che doveva esserci un via-vai di persone alla Stazione dei Carabinieri.
Il giorno dopo, la notizia si delinea meno confusa, ma ancora non mi era nota l’identità della vittima. A volte si vive con lo stato d’animo in continua apprensione, sotto una cappa di ansia; altre volte, forse per fugare le paure, si finge che il fatto non riguarda noi o i nostri amici. Ma poi, quando ci stai a riflettere su, ti interroghi e vuoi saperne di più. Così è stato: il giornale ne dava notizia, ma non l’esatta dinamica, precisando l’identità della giovane vittima: Francesco Scerbo. No, non può essere! Forse si tratta di una omonimia. Proprio lui, che conoscevo, che era stato a casa mia con i suoi genitori, miei amici; proprio lui che avevo visto crescere, che vedevo in foto in casa mia, che avevo visto in casa sua qualche giorno prima. No, non ci sentivamo di telefonare ai nostri amici: un colpo così non può lenirsi per telefono.
Montiamo in macchina e ci rechiamo nella vicina Villa Claudia, anch’essa frazione di Anzio. Attraversiamo la loro strada, era deserta. Passiamo sotto casa, anche essa era silenziosa. Facciamo appena qualche minuto e svoltiamo in una stradina piena di auto in prossimità della chiesa. Comprendiamo e scendiamo. Ci raggela il sangue. La funzione viene svolta all’aperto perché la chiesa non può contenere tutti i partecipanti al funerale. I dolenti pietrificati, attorniati da tanti ragazzi. Non avevo il coraggio di guardare Renata e Fulvio, i genitori. Per tutto il tempo del funerale pensavo ai genitori miei amici. Inutile dire del loro incontenibile dolore.

Nell’immediato della tragedia ho scritto dei versi che resi noti entro un mese ai miei amici e in breve ne seguirono altri. Poi ancora, la raccolta viene pubblicata anni dopo (nel 2008), sotto un peso di dolore. Un dolore che non si è mai spento. Un dolore per tutte le perdite, alle quali non si riesce a dare una ragione. Il ricordo è per dare vita a chi non è più fra noi.
Alcuni anni dopo avevo avuto una cattedra a Nettuno, città limitrofa di Anzio, e come per magia o per destino mi si offre la possibilità di insegnare nella Scuola in cui non era più rientrato il giovane Francesco. Incontro qualcuno dei giornalisti, conosco dei professori di Francesco, alcuni studenti dell’ultimo anno che l’avevano conosciuto. Osservo che le vite si incontrano come per un disegno preordinato. Così, anche all’esterno dell’Istituto Scolastico, sono avvenuti fatti dolorosi, tra cui la morte dell’ispettore di polizia che per primo aveva proceduto alla verbalizzazione della tragedia ferroviaria, anche lui pendolare.

***

Ed eccoci a questa raccolta contenente giudizi al libro pubblicato su Francesco mio figlio, contenente pure alcuni articoli di giornali che hanno riguardato Francesco, e notizie sulle iniziative dell’Associazione intitolata al giovane, Il Rifugio di Francesco, nata nello stesso torno di tempo. Ho preferito lasciare la voce a quanti sono intervenuti.
A oggi (2025) sono trascorsi trent’anni dalla tragedia, avvenuta il 22 novembre 1995. Per tutto il tempo ho mantenuto un certo riserbo sulla vicenda, per la delicatezza dell’argomento, salvo la diffusione del libro stesso, pubblicato nel 2008, dopo una certa sedimentazione dell’accaduto. Alcuni, a vario titolo, si sono espressi, pure in modo antitetico, dimostrando, se ce ne fosse bisogno, diversa sensibilità di compenetrazione, oltre che di intenti, anche in modo negativo nei miei confronti.
Esemplifico come segue. Si tace per varie ragioni, indifferenza, perbenismo, riserbo; oppure si parla in modo incomprensibile, così il destinatario della notizia viene indotto al silenzio. Questa raccolta è fortemente toccante; tenta di conferire dignità di espressione all’Interiore. Fatti e concetti possono raccontarsi in vari modi, facendo Cronaca o Prosa; è l’uso diverso delle parole e del tono che fa la differenza.
Molte sono le manifestazioni per ricordare Francesco, fra le quali, nel corso dell’anno 2009, solo per citare il luogo dove ha vissuto, sono state concordate tra l’Associazione Il Rifugio di Francesco e le scuole frequentate dal giovane Francesco, con la partecipazione dei Comuni di Anzio e Nettuno, e di alcuni privati che hanno sostenuto l’iniziativa; si sono svolte a Villa Claudia e a Lavinio, presso: il II Circolo di Anzio, Scuola Elementare di Villa Claudia (1° aprile); la Scuola Media Virgilio di Lavinio e l’Istituto Tecnico Industriale con Liceo Tecnologico Trafelli di Nettuno (11 maggio); inoltre presso le Elementari di Colonia (giugno), e il Centro Ecumenico di Lavinio (18 settembre).
Quanto al libro su Francesco, mi sono proposto di imprestare la voce, facendo propri i sentimenti altrui, possibilmente con sobrietà e pulizia espressiva di umana partecipazione. Obiettivo: fare della scrittura una sorta di medicamentosa opera di rimarginazione delle ferite dell’animo; dono della memoria degli altri; azione propedeutica per la comprensione del dolore affettivo, come purificazione, e come educazione sentimentale. Prendere la scrittura sul serio per apprezzare di più la vita, trovando l’impulso nell’Amore. Un libro, una volta licenziato, non appartiene al suo autore soltanto, ma anche al lettore. Ritengo che la lettura a più voci, unite o separate, delle sue pagine, può sortire un effetto amplificativo e pedagogico di intensa condivisione; contribuire a una migliore comprensione del testo e a veicolare la comunicazione.
Partecipare a un gruppo aiuta a fare sentire ancora di più la coesione alla comunità di appartenenza. Penso che la narrazione, si presti a questo accavallarsi, susseguirsi e alternarsi di voci, sia per il pathos intimo, lirico, entro le pareti di casa, sia per il pathos corale che fa da risonanza. Così in Francesco mio figlio, il possessivo mio vuole significare nostro, di tutti. Questa precisazione mi è parsa necessaria perché quello che accade ai nostri simili è come se accadesse a noi stessi. Una persona vive se ne manteniamo la memoria.
La raccolta mette insieme diverse cose, senza pretesa di costituire un lavoro di pregio, ma solo di testimonianza, concepita inizialmente per mia esclusiva memoria. Riguarda cronaca e sentimenti, utile per spunti divulgativi e riflessioni, attraverso le recensioni al libro su Francesco. Tutto all’insegna del confronto e del dialogo. Spero di non apparire impietoso. Nel fatto di cronaca non sono voluto entrare; per questo ci sono i giornali e i tribunali; ho solo voluto varcare la sfera umana spirituale della perdita.
I titoloni dei giornali, crudeli o nel caso edulcorati, con parole e immagini, tracciano una narrazione; ma la storia non muta: si affida alla sensibilità di chi legge. Non è facile parlarne nel giusto ambito, mantenendo il rispetto delle diverse sensibilità. Tutti noi siamo dentro una rete con maglie a volte larghe, a volte strette; ma, in tutti i casi, prima o poi, le vite si incrociano, come s’è visto più sopra. Ricordarsi che una bravata eccessiva e incosciente può condurre a una tragedia dalla quale non si torna indietro: un vuoto drammatico investe le famiglie della vittima e del persecutore.
Fare i predicatori, non è difficile: basta un po’ di favella. Faticoso è essere corretti nella dimensione umana. L’amicizia non deve essere solo una parola per dare fiato. Io ci sono con questo scritto che vuole significare anche un ponte tra il passato e il futuro, una staffetta della memoria. Ho evitato di citare i nomi dei protagonisti, divenuti tali loro malgrado, perché sulle ferite non giova mettere il dito, anche perché su molti fatti siamo tutti chiamati a rispondere. Altresì ho evitato di inserire foto nel timore di fare passerella. Infine il titolo della presente raccolta si presenta con un nome spezzato (Francis), spezzato come la vita di Francesco.

Tito Cauchi

Dimensioni 210 × 150 × 8 cm
Anno Edizione

Mese Edizione

Giugno

Autore

Collana

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