Prefazione

Anni or sono, Roberto Costantini, autore e regista già positivamente conosciuto dalla critica cinematografica e drammatica – infatti, aveva partecipato, fino dal 1989, con un corto, alla XLVI Mostra del cinema di Venezia – aveva poi prodotto, esattamente nel 1997, lo spettacolo intitolato Baudelaire per il Laboratorio di sperimentazione teatrale, denominato Le arti di Pandora. Vale la pena ricordare che Pandora, divinità creata da Efesto su ordine di Zeus, è stata inviata da Zeus fra gli uomini, con in dono il vaso o lo scrigno, e con la proibizione assoluta, impartita da Zeus, di aprirlo. Ovviamente, Pandora trasgredisce all’ordine divino ricevuto. In compagnia di Epimeteo, fratello di Prometeo, Pandora scende dall’Olimpo e va fra gli uomini: colà, apre il vaso e immediatamente fuoriescono tutti i malanni che Zeus vi aveva rinchiuso, con l’intento di punire gli uomini per il furto del fuoco realizzato da Prometeo. I principali malanni sono la vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia, il vizio. In fondo al vaso, che Pandora cerca in ogni modo di richiudere, rimane ingabbiata la speranza. Prima di allora, l’umanità non conosceva vecchiaia, dolore, malattie ed altri mali, di qualsiasi genere fossero.

È evidente la collimazione tra il mito pagano di Pandora e di Epimeteo, raffrontato a quello biblico di Eva e di Adamo. Ciò che conta sottolineare è che, sia la mitologia greco-romana sia la Bibbia, che insieme costituiscono le due gambe con cui cammina per secoli l’intera cultura artistica occidentale, principalmente la letteratura e la pittura, attribuiscono il Male come un dono punitivo studiato dalla divinità per affliggere l’umanità, che rubando il fuoco agli Dèi ha dimostrato di volere optare per il progresso umano e di non volere accontentarsi dell’Eden in cui era stata collocata dalla divinità. Ciò su cui conta riflettere è il fatto che il Male è una specificità umana, che contraddistingue la scelta compiuta dall’uomo di optare per un suo destino evolutivo, che lo distingua e lo contrapponga, sia pure con un atto di disobbedienza, dall’Eden che gli era stato attribuito.

Charles Baudelaire fa nascere la poesia della modernità, con le tre edizioni di Les fleurs du Mal, più o meno collocabili intorno alla metà dell’Ottocento. Si tratta di una rivoluzione totale, perché si pensa che il Male sia una forma di patimento principalmente spirituale e culturale, di assoluta prerogativa umana e, quindi, in qualche modo, come tutte le cose che appartengano all’uomo, comporti anche una sua grazia, addirittura una sua bellezza. Nel dono concesso da Giove a Pandora, in fondo al vaso ovvero allo scrigno, c’è anche la speranza, che non ha fatto in tempo ad uscire e quindi a essere conosciuta e condivisa da tutti, ma che fa parte del destino dell’umanità: anch’essa rappresenta una prerogativa umana. La speranza è l’invito a coltivare una resilienza che non abbia mai fine, cioè che realizzi la capacità di spostare l’orizzonte degli eventi sempre più avanti, finché esisterà il mondo.

Charles Baudelaire è pienamente omaggiato nella poesia Ottobre canta triste / nelle pozze sporcate / dal riflesso lento / dei bouquinistes seccati, che ci conduce sulla rive gauche della Senna, nella Ville Lumière, in un’atmosfera impressionista di rimbaudiane suole di vento, fra illusioni e battelli ebri, in evocazione non solo dell’Albatro baudelairiano, ma anche di Arthur Rimbaud e dei Poetès Maudits.

Il libro di Roberto Costantini, finestra di luce che si apre su gloriose imperfezioni – sorta di metafora che, se vogliamo, può anche alludere a I fiori del Male – inizia e si conclude con lo stesso motto, Post fata resurgo, che è l’aforisma della Fenice, grosso uccello simile a un’aquila: resta in vita per cinquecento anni, poi prende fuoco, divampa in una fiammata e subito risorge dalle sue stesse ceneri. La Fenice è un animale che appartiene all’elenco degli esseri immaginari, tanto cari a Jorge Luis Borges, ed è simbolo della resilienza umana a oltranza. Il libro di Costantini è un mandala, cioè una sorta di disegno o cerchio perfetto che simboleggia l’universo e la totalità, all’interno della vita di ogni uomo, contenuto nello spazio di una mente umana che campisce tutto ciò che esiste o che si possa immaginare.

L’Autore stesso è il mandala di cui egli può parlare, compreso tra realtà e immaginazione, in un continuo rimando dentro il Sé, che contiene l’universo di esperienza riscontrabile o immaginabile da ogni essere umano: Vivo assente / rapito altrove / dentro qualcosa / ancora sgomita.

La realtà è la gabbia contenitiva tutt’intorno all’uccello, che inutilmente pulisce e lubrifica le sue ali con l’intento di volare; è una prigione che giunge fino a scomporre l’espressione dei sogni: In questo carcere sterminato / … / l’immondo spettacolo / della vita che trabocca / in questo uropigio scomposto / che una volta dava sogni.

La poesia diviene memoria del tempo passato, con sovrapposizione di esperienze reali, paesaggi della natura e di periferie dell’esistenza, nelle quali gioca un ruolo centrale la capacità di rielaborazione dell’immaginario: Quando il mare acconsente / mi sento affollato / … / pensieri collaterali / periferie dell’esistenza / fuggono in spire / aromi del pensiero.

Fondamentale, nella vita di ogni essere umano è l’esperienza dell’amore, che può assumere le più svariate forme e direzioni e che, nelle poesie delle gloriose imperfezioni, sa essere dolcissimo canto di tenerezza verso il partner, con un sentimento di partecipazione e compenetrazione dell’anima e del corpo tra i due amanti, come si legge nella serie centrale di delicate poesie Eppure ti bacio, In un’ora scomparsa, Affetto arido di carezze / come le noci di Galdino, in cui sorprende l’imprevedibile riferimento manzoniano dell’incontro di Fra Galdino con Lucia ed Agnese; E la vita mi respira, Guardami ancora, Vicino a me, Abbracciami per svernare, Posami delicato, E anche di notte / le mani s’inseguono. L’amore umano può sovente concludersi in un finale di dissolvimento e di ultimativa lontananza come è idealizzato nelle poesie Anche gli amori si stancano, Siamo al nostro afelio, E se pure scomparirai e ancora altre poesie. Ma sono rappresentati anche gli amori rapidi ed effimeri, come refoli di eros che vengono a risvegliare memorie del passato ovvero sogni del futuro, così sembra di potere interpretare le poesie Inizia un’altra giornata, Ti ho incontrato, Il letto sublime, Mi rimani forte e nudo, Li voglio quegli anni e ancora altre.

Le gloriose imperfezioni consistono anche di richiami culturali criptati, quasi studiatamente abborracciati, tirati via di fretta dai vasti studi della ricca storia italiana, che sono ben presenti nella memoria letteraria di Roberto Costantini, con annessi e connessi, tipo la Fontana della Venere dormiente di Raffaele da Sangallo, la Villa d’Este a Tivoli, la leggenda della Bastola (che sembra si chiamasse Bartola) a Gualdo Tadino, i Borgia. Nonché vale la pena, giusto in ultimo, come il numero dei leoni, di citare l’omaggio camuffato offerto con deferenza alla prima cantica infernale di Dante, con quel richiamo al verso si volse a retro a rimirar lo passo.

Sandro Gros-Pietro

Dimensioni 135 × 205 × 10 cm
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Giugno

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