PRESENTAZIONE

Già Aristofane dice che Non si può vivere con questa peste, né senza. La peste ovviamente sono le donne. È lapalissiano che tutta l’umanità è sortita dal ventre femminile, come è altrettanto scontato che vi è prima entrata per via maschile, per poi venire alla luce rinata. Aristofane non si riferisce, dunque, all’unicità della donna nella riproduzione biologica, essendo l’uomo altrettanto indispensabile. Si riferisce alla caratterialità femminile. La donna è la peste senza cui l’uomo non solo non può riprodursi, ma neppure può vivere. Senza di lei, si spegne la virilità: si dissolve la condizione di essere uomo. Il discorso è adombrato in Lisistrata, la prima commedia della cultura occidentale che sottolinea il ruolo di emarginazione delle donne e la loro astuzia di sapere ritorcere tale condizione in posizione di vantaggio. Lisistrata convince tutte le donne ad attuare lo sciopero del sesso in modo da costringere i mariti a smettere di fare la guerra. Aristofane vive circa 2.500 anni or sono. Nel rapporto uomo-donna le cose nel frattempo sono decisamente migliorate a vantaggio delle donne. Oggi, la loro condizione di esclusione e di isolamento si è assottigliata fino al punto di quasi totalmente scomparire, almeno nella civiltà occidentale. Tuttavia, quante battaglie hanno dovuto sostenere per riuscire a sciogliere i lacci con cui erano incatenate e sottomesse alla volontà maschile!
Queste battaglie sono state combattute da generazioni di donne anonime e da luminose eroine che ne sono divenute il simbolo. Un simbolo che si è configurato nella doppiezza antinomica della santità e della stregoneria. La donna santa e la donna strega altro non sono che i due poli combacianti dell’angolo giro che descrive la pienezza degli orizzonti degli eventi del mondo femminile. Vale un discorso equivalente per il mondo maschile: l’angelo e il diavolo, sono le entità paredre, che figurano sulla stessa pala d’altare in accostamento alla santa e alla strega. José Saramago, nel suo tenebroso eppure altissimo romanzo sull’origine della cristianità, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, descrive il diavolo come un buon pastore presso il quale il giovane Gesù impara il mestiere di condurre le greggi, prima di divenire un pescatore miracolato e miracoloso a fianco di Simone e degli altri apostoli. Questo valore dicotomico, così enfatizzato e abusato, dell’eterna lotta tra il bene e il male è una specialità drammatica che caratterizza principalmente il pensiero occidentale e che non si ritrova con lo stesso fondamentalismo nelle grandi civiltà asiatiche. L’angelo contro il demone; il bene contro il male, nel consumo dei secoli occidentali, sfoceranno prima nella Ragione contro la Follia, poi nel Bello contro il Brutto. Ma resterà l’orientamento di una civiltà che procede per contrasti binari.
Rossano Onano si accosta al mondo femminile con una lucidità ammirevole in cui si compendiano l’ammirazione e l’ironia, la devozione e l’antipatia, il sentimento della protezione e quello della salvaguardia. In fondo, Onano è veramente un discendente dell’antichissimo Aristofane, il padre nostro della letteratura occidentale. Onano ci documenta con amore e con disgusto la peste di cui abbiamo assolutamente bisogno per poterci sentire uomini, fragili e tuttavia più penetranti della punta di diamante. Rossano scrive un libro che è un inno sull’indispensabilità della donna: senza di lei non esiste l’umanità, i nostri pregi, i nostri difetti, la frivolezza, l’astuzia, la resistenza, il calcolo, l’esaltazione, la gioia, la disperazione. Il discorso sulle donne di Onano è tuttavia un documento storico, non è una posizione ideologica e meno che mai è un plagio femminista. Sono le cose che raccontano la nostra storia. I fatti, dunque, sono le parole essenziali con cui lo scrittore comunica al lettore. Se vogliamo, potrebbe apparire un’impostazione deterministica, secondo cui sono i fenomeni che determinano l’idea che noi ci facciamo del mondo. E così sarebbe, se non fosse che Rossano è un sopraffino psicanalista, abituato a filtrare la concatenazione dei fatti nel prisma psicanalitico che scompone la luce nei raggi dell’Ego, del Super-io, dell’Es. Ne viene fuori allora, un discorso che è un avvistamento border line dell’abisso della coscienza umana.
C’è un viaggio che inizia dall’antichità, con il richiamo della Grande Madre, dal ventre rigonfio, e che, successivamente, passa per il ruolo della Madre Matuta, diviene mitologia femminile così centrale nella nostra civiltà, con la donna che non solo è laboratorio come fattrice biologica, ma già assurge a depositaria del rovello di emozioni a tre dimensioni, tra commedia, dramma e tragedia dell’intera specie umana. Ed ecco che Rossano cita l’immagine della Vergine Maria, ai piedi della croce di Cristo, nel realismo che ne fa Pier Paolo Pasolini: una cinquantenne distrutta, addolorata e arresa, madre consunta di otto figli, ai piedi del primogenito trentenne, incomprensibilmente fatto crocifiggere da Ponzio Pilato.
La figura della donna, così sospesa tra virtù e vizio, attraversa il terribile periodo del medioevo dove viene esasperato il contrasto antinomico tra santità e stregoneria, tra misticismo ed erotismo, tra castigatezza e lascivia. Viene ricostruita la storia di Gabrina degli Albeti, di Giovanna d’Arco, di Caterina Benincasa, di Maifreda da Pirovano, all’interno del mondo gotico, nel quale il peccato è così strettamente legato al castigo e la disgrazia lo è alla perdizione. Già nel mondo contemporaneo, dopo la scoperta dell’America, si collocano ancora le tragiche vicende della beneventana Bellezza Osini, delle streghe di Nogaredo e, proprio nel nuovo mondo scoperto da Cristoforo Colombo, la raccapricciante vicenda delle Vergini di Salem, nel Massachusetts. Nel viaggio condotto da Rossano, all’interno dell’indole attribuita dalla storia occidentale alla personalità femminile, c’è poi il salto verso la modernità, che si realizza quando, dopo Cartesio, assistiamo al trionfo della ragione, che porta come suo contrario la follia, e la fantasia. Ecco allora la figura di Susanna Pasolini che racconta al figlio Pier Paolo le villotte della tradizione popolare, in cui il concetto del peccato e del castigo ovvero della santità e della stregoneria sfumano in aspetti etici di distinzione assai meno drammatica tra il reale e l’immaginario.
Il mondo della contemporaneità è rappresentato, come omaggio devozionale e amichevole, dalla brava attrice Rosanna Pirovano, cui lo stesso autore ha voluto dedicare la copertina del libro. Come si è già detto, nella civiltà occidentale contemporanea le categorie minacciose e trascendenti della santità e della stregoneria sono molto sbiadite, come anche la contrapposizione dei contrari tra la ragione e la follia. Rosanna Pirovano interpreta sulla scena del teatro, come probabilmente nella quotidianità della vita, la rappresentazione gioiosa del Bello in contrapposizione alla pena del Brutto: tutto il mondo moderno si è ormai orientato verso un orizzonte estetico, in cui la ricerca dell’apparenza trionfa rispetto all’indagine sull’essenza delle cose, quest’ultima apparendo sempre di più un labirinto di errori e di orrori.

Sandro Gros-Pietro

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