PREFAZIONE
 
È costume di Anna Vercesi accogliere nelle proprie pagine voci di altri autori, alcuni dei quali suoi corrispondenti e amici. Nella raccolta Trasparendo (Gilgamesh, 2017) vengono riportati i versi che Giambattista Vignato le dedicava nel 2015:
 
L’acqua quando si approssima alla cascata è più
veloce.
Risucchia. Trascina. E quando precipita si fracassa!
Invece dal frastuono esce ridente. Spumeggiante.
Tale sei tu …
che insegui folgore di segreti schianti…
 
La poetessa è assimilata all’acqua, elemento per noi simbolicamente femminile. Non è tuttavia la femminilità silenziosa e dolce di sorella acqua del Cantico delle creature (“molto utile, humile et pretiosa et casta”); bensì è quella ribollente e rumorosa di una cascata, attratta da elettriche cadute, da intimi e misteriosi scontri.
Ma la stessa Anna Vercesi sa presentarsi a chi legge con grande efficacia poetica, in una serie di immagini potenti e suggestive, quali troviamo nella raccolta Mi t’aspét chì (ancora Gilgamesh, 2017):
 
dicono di me
che sono una lince guardinga e assorta
dicono di me
che sono solitaria e intensa
come una lampada accesa nel vuoto
dicono di me
che arrivo su raffiche di vento
e spazzo la strada delle sicurezze
dicono di me
che ho voce di carta vetrata…
 
Non è sempre facile cogliere la cifra più autentica di una scrittura poetica con i normali mezzi della lettura e dello studio critico: per questo, certe visionarie indicazioni liriche possono essere un’interessante alternativa, svelare affinità, suggerire preziose vie di conoscenza intuitiva.
 
Quanto di Anna Vercesi poetessa noi sappiamo (o forse, è meglio dire percepiamo?) fin dalle sue prime raccolte si conferma, più maturo e perfetto, anche in que­st’ultimo libro, Ca’ del vént – parole nell’aere. Il suo quinto libro.
Sono poco più di settanta testi, alcuni dei quali appartengono ad anni passati (si risale indietro fino agli anni ’80); ma, richiamati e rimessi in gioco, anch’essi entrano perfettamente nella sequenza complessiva. Del resto, la poesia di Anna Vercesi vive nella dimensione del tempo interiore, non concepisce suddivisioni in passato, presente o futuro. I testi datati (e probabilmente tutti i testi) non sono in ordine cronologico: e se l’autrice ha voluto se­gnalarci di alcuni l’epoca della composizione, ci ha indicato così anche la sua volontà di manipolare il tem­po. Le poesie sono elementi dell’anima, che persistono in essa, confondendosi: perciò il suo è un tempo indiviso, sempre attuale. È il tempo della coscienza. Ogni cosa sta davvero dentro di lei, hic et nunc, per sempre.
Anche nella presente silloge si conferma l’uso abbondante delle citazioni. Potremmo dire che, oltre all’autrice, molti autori attraverso i loro frammenti concorrano a fare il libro: Alda Merini, Bukowski, Ferlinghetti, Antonia Pozzi, De André, Montale, Pavese, Ungaretti, Quasimodo, Saffo, Neruda e altri ancora, per un totale di quasi trenta autori. La citazione regina è però quella riportata come epigrafe sotto il titolo in prima pagina, da L’infinito di Leopardi:
 
E come il vento
odo stormir tra queste piante…
 
Il vento è infatti il filo conduttore della silloge, immagine del soffio vitale, ma anche del tempo interiore e dell’ispirazione poetica che lo esplora. Al medesimo archetipo sono legate tutte le altre citazioni.
Ca’ del vént, che nel nome sembra evocare qualche località delle colline oltrepadane, è un locus immaginario, ove soffiano memorie e poesie. Il vento suggerisce inoltre l’idea della musica e della danza: e le parole, i versi, i testi si susseguono infatti in una sorta di flusso danzato (spesso cromatico). Si avvertono punti di contatto con i simbolisti francesi e con l’invito rivolto da Verlaine ai poeti: “de la musique avant toute chose”. Anche quando la musica si fa silenzio succede qualcosa, anzi molto: “il silenzio mi scoppia dentro” – affermava l’autrice in un frammento lirico di Ellittica-mente (Primula, 2018) e pare di intuire che tale esplosione interiore non si placherà fino a che non sarà ritrovata una nuova via di musica e di canto.
Oltre alle citazioni poetiche, vi sono poi brani di prosa, foto, disegni e pitture. Anche queste sono voci che l’autrice ha fatto sue, che porta “dentro”, come cose del suo mondo: il libro non esisterebbe senza la partecipazione di questi elementi.
Ma, nonostante i molti punti di riferimento, Anna Vercesi non ha in realtà modelli veri e propri. La sua lirica è del tutto originale e spontanea, così come il parziale ermetismo del suo linguaggio non è mai cerebrale, bensì coerente con la natura del suo fare poesia.
 
La poesia di Anna Vercesi è un testo di solito breve, costituito da versi liberi (una ventina al massimo), di varia lunghezza, spesso formati di una sola parola. Nella maggior parte dei casi appare come un dialogo, o meglio un confronto, con un tu maschile. Il tema è essenzialmente l’amore (L’amore succede / ai pazzi, ai marinai, / ai giocolieri come me, afferma). Ha dichiarato più volte che vorrebbe solo una cosa dai suoi lettori: vorrebbe comprendessero che è solo l’amore il contenuto dei suoi versi.
È un amore drammatico, e drammatizzato. L’io lirico affronta di petto l’interlocutore, lo interroga, lo smaschera, chiede e offre, chiama e allontana, sogna o si ridesta, spera o si dispera: ne nasce un fluire di parole sgorganti dall’anima, tracimanti senza freno. Sono illuminazioni repentine, incontenibili visioni di una mente innamorata che non si chiude dinnanzi a nulla di pur deludente, ma riparte sempre fresca, alla ricerca di nuove rivelazioni. Misticamente invasata dal dio, la sibilla-poetessa pronuncia le sue sentenze, per poi riorientare la propria pòiesis verso altri viaggi:
 
Chi guarda fisso al passato
non riceve la luce del presente!
 
oppure
 
E anche quest’oggi voglio ringraziare
che mi sono svegliata …
 
A volte la prende la stanchezza e un languido sentimento di fine:
 
ora
vorrei solo poter fluire
sacca di polline in burrasca
ritrovarmi nel delta
arrischiata nell’ora più sfrenata
e… tramontare
 
o il desiderio del ritorno alla propria terra:
 
Calpestare
i miei sassi
i miei mattoni stinti di sole
scavare terra nella terra
mi riporta a me
nella mia valle di poesia
 
L’uomo, il tu, è spesso un estraneo, incomprensibile:
 
Non ho mai capito
se tu sei il mio tutto
o il mio niente …
 
Ma Anna gli dà comunque una voce, e anzi talvolta inverte la struttura consueta del testo, facendosi voce interrogativa maschile e rispondendo a quella:
 
Mi spieghi una cosa?
Dove sei andata…
 
In Ca’ del vént la scrittura dell’autrice propone notevoli effetti di musicalità, a volte con un pizzico di ironia: due componenti non nuove, ma che vanno sempre più manifestandosi e imponendosi nelle liriche più recenti, con l’ausilio di un senso crescente della rima e soprattutto dell’assonanza e consonanza. Ad esempio:
 
ci piaceva entrare
nel nostro scandaloso amore
un tunnel ingordo
di voluttuose tagliole
stiletti
stillicidi
aruspici
archetipi
arcieri
ci piaceva divenir lanciatori
lottatori
mangiafoco di strada
giocolieri di un viaggio
dove si arrivava vincitori
più spesso vinti
sospinti
avvinti…
 
Il flusso delle parole sembra interrompersi, quasi la sorgente si esaurisse e fosse necessaria una pausa per rinnovare la falda.
L’anafora, l’elencazione, l’iterazione sono le figure retoriche più frequenti, connaturate al flusso verbale proprio di tale stile poetico. Ad esempio:
 
Non andare via!
Così calme son stamane le tortore
e i gelsomini
appena smossi dal vento
 
Non andare via!
È ancora tiepida la notte
e le lenzuola profumano
 
Non andare via!
Le tue mani sui miei fianchi
lasciano l’impronta…”
 
Il lessico appare a volte impreziosito da vocaboli rari o di forma desueta, a volte vivacizzato da inattese inserzioni dialettali. Nella lirica seguente, dopo la rimembranza dannunziana (l’aristocratico aggettivo silvani, qui peraltro attribuito ai piedi in luogo dei “volti”) emerge e finisce con l’erompere del tutto il parlato dialettale, col suo sapore di terra, di sangue, di forti e profonde radici:
 
Si andava
e i campi volavano
sotto i nostri piedi silvani
una cesta sottobraccio
una micca per sostentamento
te vóri ben
Andévam
e i camp vulévan
suta i nos pe’ da bòsc
un cavagneu in s’al bras
una mica par disnà
spétam!
 
Con tali strumenti, Anna sa creare atmosfere anche assai diverse. Da quelle di primo Novecento (Suonavano un vecchio slow) ad atmosfere metafisiche, com’è ad esempio quella spiaggia dove sta un uomo col cane (nella poesia che incomincia E tu vento nel vento):
 
stamane sulla rena
ho incontrato
un uomo col suo cane
non mi ha neppure guardato
l’ho seguito come un aquilone
perso nel blu…
 
Fin dalle prime pagine del libro si ricava l’impressione di una poesia intensamente femminile, scavata nel profondo della coscienza. Poesia a volte quasi sofferta nell’atto della sua stessa creazione, e che si porta dietro una traccia antica di sacro, di esperienza sacrificale. Poesia come un segno unico, o raro, che oppone il poeta al mondo, ne fa un diverso, dalla condizione eternamente ambivalente tra vitalità e fragilità:
 
Quelle come me
sono una
sono due
quelle come me
sono suono
danza d’erba e praterie
quelle come me
sono fiato
sono cardiopatia
periferia
allegria
allergia
sono agonia
libri aperti
libri esposti
agli oracoli ciechi del mondo.
 
 
Bruno Civardi
Stradella, 21 marzo 2019
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