PREFAZIONE

La concezione poliedrica del libro di Raffaele Moretti intitolato Sei il mio canto appare chiara già dalle prime pagine. Non solo si tratta di un prosimetro nel quale la prosa è intarsiata da interventi di poesia, ma è anche una scrittura dialogata con altre due voci poetiche che punteggiano l’intreccio della vicenda. Le due poetesse sono Maria Domenica Schiraldi e Lizia De Leo, scrittrici note e molto apprezzate, nonché operatrici di riferimento nella Poesia. Si deve aggiungere che il fascino della parola scritta è illustrato dalla fantasia interpretativa di Chiara Rota, disegnatrice di vaglia e provetta illustratrice di opere di alta letteratura. Ne viene fuori un libro che è allo stesso tempo lieve come una brezza e denso come il miele: è un’opera che tesaurizza il lavoro congiunto e distillato proveniente da più fonti creative. Nell’ar­nia, tuttavia, vi è un’unica regina, ed è il già citato Moretti, che intesse le vicende diversificate intorno a una sola tematica principale, l’amore.
Moretti si è fatto conoscere per semplificazione come lo scrittore dell’amore, in quanto tale tema rappresenta contenuto e forma della sua opera, L’amore guarda avanti, uscito in due edizioni negli anni 2019 e 2020. Dunque, è facile intuire che il soggetto implicito alluso nel titolo, Sei il mio canto, è ancora una volta l’amore umano rappresentato da un ideale sublimato nella forma pura di sentimento incorruttibile, a tale punto pertinace da potere sfidare anche il limite della vita terrena per proiettarsi come mito valido in ogni tempo. Il concetto è già espresso nella poesia introduttiva di Maria Domenica Schiraldi: il passato è bene che finisca, ma è altrettanto necessario dal passato portare con noi solo ciò che è vivo e dà vita. Quella illustrata da Schiraldi è precisamente la locuzione poetica che definisce il termine mito: ciò che proviene dal passato, e che non solo è rimasto vivo, ma che continua a produrre e a propiziare la nuova vita futura. L’importanza del mito non ha mai affievolito il suo peso nella cultura umana di ogni tempo e paese, e va sottolineato che l’ultimo movimento letterario italiano di consistente spessore non a caso si è nominato con il termine di mitomodernismo ed ha avuto come padrini fondatori Tomaso Kemeny, Giuseppe Conte e Stefano Zecchi, i quali all’inizio degli anni Novanta insieme elaborarono un manifesto della nuova corrente letteraria in nove punti fondamentali. Il quinto punto recita Il mito riporti tra noi anima, natura, eroe e destino. Queste quattro categorie della mente delineano qualcosa che da sempre è vivo e dà vita nella storia dell’umanità, sia detto per tornare all’espressione definitoria di Schiraldi. Per anima si deve intendere ciò che trascende l’intelletto umano al punto di collocarsi al di sopra di ogni equazione o parametro della ragione. Cioè si tratta di quella sentenza di Virgilio riassunta nel verso omnia vincit amor et nos cedamus amori, per indicare l’acme sia dell’azione sia del pensiero umano, riunite insieme, nella parola anima, ovvero la psiche, cioè il soffio vitale ossia l’amore.
La caratteristica dell’amore consiste nel coniugare insieme la terragnità della materia e l’idealità dello spirito. L’amore è sicuramente carne, che degrada e decade, ma è anche spirito che è immarcescibile all’azione di erosione del tempo. Moretti, che va alla ricerca del mito, risale nel passato fino a chiamare a testimonianza il poeta latino che più di ogni altro può essere indicato come cantore del mito e specificamente dell’amore, cioè Ovidio, che scrisse le Metamorfosi, incentrate sul mito, l’Ars amatoria, incentrata sulla carnalità del sesso, i Fasti incentrati sull’origine dei miti romani e delle ricorrenze per festeggiarli. L’opzione di Moretti per Ovidio è anche indicazione di una precisa appartenenza culturale all’antichità classica romana in prima istanza e greca come fonte originaria. Non è una scelta pagana, ma semmai cristiana, come sviluppo evolutivo del concetto di speranza nel premio della vita eterna nella quale si assiste al trionfo dell’amore che muove il sole e le altre stelle, come è nella visione dantesca del Paradiso.
Il libro è composto da sei Raccontini e da un conclusivo Dialogo con la Luna. I sei racconti riprendono sei miti del passato intrecciati sul tema dell’amore. I temi sono universalmente noti, ma il modo che ha Moretti di raccontarli è totalmente personalizzato. L’autore, infatti, rac­conta la cosa in sé: l’antefatto, il fatto e le conseguenze, senza mai addentrarsi nelle sabbie mobili dell’interpretazione del mito. Si veda per esempio il mito di Orfeo, che dai grandi interpreti della classicità è stato indicato come il simbolo dell’arte, addirittura antecedente a Ome­ro – lo sostiene Mircea Eliade. Orfeo viene presentato nei panni dell’inventore dell’arte narrativa e poetica, del canto e della musica, con poteri sciamanici di ipnosi rivolta sia agli esseri umani sia agli animali sia addirittura alle cose che ci circondano. Si fa risalire a Orfeo la capacità di suscitare fenomeni psichiatrici di regressione negli ascoltatori, cioè di creare nella loro mente la visionarietà di ricordi attinenti a fatti mai avvenuti, ma creduti per realmente vissuti e sperimentati. Si tratta sempre di fatti miracolosi e inspiegabili: morti che risuscitano, montagne che camminano e via di seguito, per indicare che il poeta-sciamano, attraverso il suo canto, può presentare come vero e reale ciò che invece è impossibile e immaginario. Tuttavia c’è un limite al potere del Poeta: egli non può vincere la morte, infatti non riuscirà comunque a resuscitare realmente Euridice, a riportarla nel mondo dei vivi, dopo che è stata uccisa dal morso velenoso della vipera, mentre tentava di scappare al tentativo di violenza carnale di Aristeo. Questa e altre consimili interpretazioni del mito di Orfeo e di Euridice, che hanno riempito di fiumi di inchiostro i saggi degli studiosi di filosofia, religione, psicologia e simili, non interessano a Moretti, perché ciò che al poeta interessa più di ogni altra cosa è il canto, cioè la capacità di vivere dentro la realtà illustrata nel libro, nell’invenzione fantastica del Poeta, che, trattandosi di Orfeo, è anche sciamano, cioè è un illusionista ante litteram. Ma Orfeo non ci interessa in quanto illusionista: ci interessa in quanto è Poeta, cioè perché è capace di cantare l’espressione più alta della parola poetica, ossia l’amore, che è sempre stravolgimento del reale, in quanto si colloca al di sopra dei vincoli imposti dalla realtà. Si tratta dello specchio di Alice: si entra in una dimensione di sogno a occhi aperti. Si creano dei ricordi, dei racconti, dei sunti, delle spiegazioni, degli eventi concatenati, di cose che non sono mai esistite, ma che sono specchio fedele delle nostre profondità racchiuse nell’anima.
Il lettore nelle pagine che seguono verrà cullato dall’incanto sapiente della parola innamorata di Moretti, attraverso magnifici paesaggi di natura, splendide ricchezze floreali, radiose albe contrapposte a paurose tenebre, dolci moine d’amore in contropartita a terribili violenze. I fatti verranno concatenati l’uno all’altro in una sinfonia armoniosa di parole ipnotizzanti, che creano nella mente del lettore dei panorami onirici dell’anima in cui è delizioso lasciarsi prendere dai sentimenti che l’autore suscita con ispirata e commossa partecipazione simpatetica con il lettore.
L’ultimo raccontino è un’illustrazione fantastica del mondo sognato dallo scrittore e ha spessore sia letterario, con riferimenti dionisiaci e apollinei, sia autobiografico, con riferimenti alla gatta di casa e alle amiche care dello Scrittore. Ci conduce in quella vocazione del vivere votato a perseguire, difendere e diffondere la bellezza: l’impulso automatico di dedicarsi alla generosità nel culto della vita, che anima la natura, gli animali e le piante, gli elementi del creato, l’alternarsi delle stagioni. È questo l’autentico scrigno della ricchezza di Raffaele Moretti: è il suo ubi consistam, il suo modo di essere sé stesso nel mondo reale e quotidiano.
Un libro delizioso e delicato, perennemente votato a illustrare le forme di felicità e di tragedia, di generosità e di cinismo, di fortuna e di sciagura a cui l’amore umano può condurre i personaggi interpreti attivi e passivi del processo di innamoramento, in quanto colpiti dalle frecce di Cupido.

Sandro Gros-Pietro

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