PREFAZIONE

Maria Erovereti realizza questo libro in forma di poesia confessionale sulle orme classiche espresse da Sylvia Plath e Anne Sexton. Si tratta quasi di un diario dell’anima che ha un unico destinatario ormai assente: la madre morta. La Poeta usa specificamente la locuzione dell’assenza, e non già quella della morte. In questa scelta linguistica c’è già un’indicazione suprema di esemplarità della lezione perfettiva della vita, la cui entità si prolunga indefinitamente oltre la durata dell’esistenza biologica. Nell’assenza esiste, dunque, una persistenza resiliente dell’entità nascosta della persona amata. Scrive la Poeta “Sul tavolo c’è il tuo bicchiere / uso il tuo piatto / vesto la tua maglia / mi avvolgo nelle tue coperte / per fermare la tua essenza / per placare il vuoto di te”. L’atmosfera creativa e meditativa di questi versi richiama alla mente uno dei libri più letti dell’intera cultura Occidentale, Le confessioni di Agostino, nelle quali l’assenza del Deus absconditus diviene riflessione a specchio tra la dimensione dell’esistenza e quella dell’entità: la nostra volontà di comunicare si proietta in una dimensione che va oltre la vita. Questa visione, che ancora in Leopardi, benché sostanzialmente ateo, è comunque una visione meta-mondana collocata “oltre la siepe”, in Maria Erovereti è, invece, un nascondiglio inspiegabile collocato all’interno di Lei stes­sa. La Poeta rigenera sua madre dentro di sé, ed è consapevole del suo atto voluto, atteso, ricercato e conquistato di rigenerazione della propria madre. Un atto che varrà nel tempo futuro e sarà continuativo, fino a che durerà la vita della Poeta che lo ha architettato. La rigenerazione ol­tre la morte, perpetuata attraverso il magnetismo della parola poetica, è certamente una delle maggiori se non la massima finalità di tutta la poesia che si scrive da sempre. Tuttavia, i poeti hanno sempre inteso, attraverso la magia della parola poetica, tradurre foscolianamente l’effimero nel­l’eterno, e quindi realizzare la mirabilia: per usa­re le categorie della filosofia, si direbbe trasformare l’esistenza caduca in entità perenne. Non mancano gli esempi di poeti che hanno dedicato poesie alla madre morta, come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Rainer Maria Rilke, Alda Merini, e fra le voci più vicine a noi va sicuramente segnalata l’indimenticabile Liana de Luca, con la superba raccolta Unica madre, commentata da Giuliano Gramigna e Giorgio Bárberi Squarotti e tanti altri ancora. Maria Erovereti, volendo scegliere tra i Poeti tuttora in vita, cita in esergo la poesia di Mariangela Gualtieri, Ogni giorno partorivo la mamma, contenuta nel libro di Poesia Le giovani parole, Einaudi, 2015. L’omaggio reso alla Gualtieri è particolarmente appropriato alla straordinaria novità dell’immaginazione poetica ideata da Maria: la figlia rigenera alla vita la madre colpita da un grave ictus, che la sprofonda in uno stato di quasi totale incoscienza. Tuttavia, l’amore della figlia, a poco a poco, riaccende la vita nella madre, che sembrava ormai perduta, e invece si riaffaccia in stato cosciente alla scena del mondo, seppure gravemente impedita da disabilità motorie e mentali, paragonabili a quella dipendenza dalla Madre che hanno tutti i neonati quando vengono al mondo. Ecco, allora le dolcissime parole di affetto della figlia che diviene Madre della sua stessa mamma: parole sigillate nella totalità di una formula perfetta senza uguali, per pienezza e per essenzialità: “Ti nutro / la tua bocca diventa la mia”. Si tratta di autentico amore filiale che si fonde e confonde con l’amore materno, come l’onda con la risacca è pur sempre la stessa acqua e, quindi, lo stesso amore: “Mamma / io ti trattengo / custodisco la tua vita / e la nutro di calore / la nutro di me”. Altrove leggiamo “una sola linfa alimenta / le stes­se cellule”. Fino a raggiungere l’acme della tensione poetica in quella immaginifica affermazione “mamma / ti sono madre. / Io ti ho generata”.
Esattamente nella metafora dell’onda che si fonde e confonde con la risacca, seppure creando uno scontro, vediamo che la funzione di Figlia e di Madre, nello sviluppo poematico del libro, si alternano nelle loro equivalenti e rispettive partiture esercitate in tempi diversi. Ne deriva un’evocazione degli anni dell’adolescenza e della prima gioventù della Poeta Maria, è un ritorno con la memoria a ciò che è stato in passato il rapporto con sua mamma, nel quale “c’è anche lotta di liberazione”, indicata coniugando il tempo al presente, che non è solo un presente storico dettato dalla libertà creativa rispetto la consecutio temporum, ma è la proiezione voluta di un unico magma poetico di fusione delle funzioni e dei tempi in cui si crea la profondità del rapporto d’amore tra la figlia e la sua mamma. Anche la scansione dell’unico poema, che è il libro Se non fossi stata il tuo tempo, nelle due sezioni contrapposte, precisamente Labile esistenza a cui segue la seconda sezione denominata Assenza, serve a ricostruire il movimento di contrapposizione dicotomica nelle due fasi di vita rigenerata e di ritorno della morte, che in verità si compendiano in unico canto di amore e continuità rigenerata dalla magia delle parole, come leggiamo nella penultima poesia, posta quasi come chiusa ed esodo conclusivo del poema: “Ci sei. / Non sei andata via. / Solitaria / lieve ti espandi / nella casa deserta / in attesa del racconto / dei giorni”. La Madre continua a vivere oltre la sua vita biologica, rigenerata nell’amore della Figlia: si alimenta nei ricordi, nei pensieri, nelle parole che la Poeta Maria continua a dedicarle.
Il libro Se non fossi stata il tuo tempo appartiene a buon diritto tra le espressioni più alte e più innovative della poesia di questi anni sul tema dell’amore filiale ed è certamente tra i canti più propositivi dedicati da una figlia alla propria madre in tutti i tempi della nostra Poesia.

Sandro Gros-Pietro