Invitato ad accompagnare il primo passo pubblico importante del poeta Gerardo Pagano, confesso un non piccolo disagio della memoria alle parole con cui vorrei festeggiare l’amico ben risoluto, ormai, ad intrigarsi con le Muse. Ma a lui ch’è giovane e scoppia di riverenza per i numi delle patrie lettere non giovano gli ameni inganni. Si tenga avvisato che l’intellettuale italiano ultimamente ha preso quote d’iniquità e di indecenza quali non s’ebbero neppure sotto i regimi e le tirannidi. Specie dove più si levano le proteste di purezza e le cantilene che in democrazia, a valere un tanto, prima o poi si arriva, è invece sempre palla mercuriale, pienissimo accordo – dietro le opposte etichette ideologiche – a solidarsi reciprocamente. Chi cammina senza merci scambiabili non s’illuda di certi cocchieri accademico-massmediali, e attenda piuttosto a evitarne i callidi vezzi seppellitivi. Purtroppo le carte del buon successo non sono mai uscite di mano, finora, a quella razza di galantuomini che il povero Leopardi riuscì a confederare nella disponibilità all’elemosina, ma soprattutto nella determinazione a “tacere eternamente” di lui, o a lasciarlo alle zanne di qualche giovinastro bene imparentato.
Credo che solo per queste vie deprecative la più degna speranza venga un pochino francheggiata; ed ho fede che Pagano capisca il punto, e lo volga in augurio alle sue imprese creative e in assenso ai suoi modi di cattura del reale, all’autenticità dei suoi appetiti etico-sentimentali, alla verità delle situazioni psicologiche e “storiche” che propone, e alle altre qualità che rivela in atto e in germe, non ultime la bella mano negli accostamenti verbali e nei fraseggi e l’evidenza comunicativa, spiccata anche nelle concrezioni formali di gusto ermetico. Incoraggio dunque il suo votarsi all’obbliquità dei tempi schiavi, e quel dare alimento continuo a un ipcr-ego che passa inquieto e talora sbandato e sbattuto tra ligure e luoghi simbolicamente densi, con una consapevolezza dell’essere e della sua intima tragicità (pena distilla gioia, e viceversa: vedi La scala e le tante altre variazioni del concetto sparse lungo tutto il libro), che più si fa larga e risentita, più inventa diritti e ragioni e sogni per l’“uomo” tra gli altri e con gli altri. Viaggi ed incontri nella città odierna e nella natura; amori, rimorsi, rifiuti, crisi, discese verso il nulla, arresti, accensioni, rinunce: in tanta acqua i fondi sono qualche volta mobili, o torbidi, se si vuole. Ma la materia che n’esce rischiarata è molta, e Pagano sa come fermarla in moduli franchi e finiti, con soluzioni a sorpresa e volentieri dirette verso i campi dell’espressionismo onirico, si tratti di creature o di “cose” o anche di astrazioni: com’è, per esempio, il volo della poesia tra le braccia delle fiamme, o l’orizzonte che si spezza come catena; o, spulciando ancora, il sale che inghiotte i pesci, il tintinnare perpetuo dei vetri, i candidi fiocchi che tagliano la selva, e le tante altre immagini che, ne son certo, toccheranno ogni lettore sensibile. La rappresentazione, specie in questi casi, nasce insieme alla riflessione, e comunque l’assorbe e si mostra rigata di sincera pietas, per una coscienza acuta dell’offesa e del dolore di cui ogni esistente è creduto partecipe; ma lo bilanciano d’altra parte l’entusiasmo e lo stacco vitale sempre pronti, una bivalenza che quasi trova il suo emblema nella figura femminile, avvertita ora come “stella” e “bambina” inerme e sognante, ora come donna forte, totale e inconsumabile: “In un angolo fatto di niente, sola se ne sta / una donna; ha la fronte tra le mani e i ginocchi / a piramide /. La veste bianca cosparge il monte del suo corpo / come una collie di neve cosparge la terra”.
Tale chiarezza di modellato, si sente, cela umori non pacifici, e presuppone la “cella”, le tenebre, la notte, la morte. Una tematica dove il pensiero sembra accusare qualche impasse, e riflettere come una fatica, che può trasmettersi anche a talune sequenze logico-ritmiche; e l’orecchio se ne scontenta, al primo gusto. Ma poi le stesse rigidezze, riascoltate, si può dire che divengano amabili, non foss’altro per il tono, il vigore che ne trae ogni forma ed emozione e sentenza. Questo in ultima analisi mi pare tipico del passo di Pagano: fa mostra di sicurezza anche quando vacilla. La strada è davvero aperta per nuovi percorsi di bellezza e di conoscenza.

Mario Aversano

 

 

Questo angolo più a sud può esser eletto come una nozione di estremo limite e di frontiera del territorio della poesia di questi anni, quasi fosse l’ultima terra del fuoco, già bruciata dal gelo del polo che segna il limite alla sfera celeste. L’allegoria è rivolta all’“io” del poeta, che dopo le feconde stagioni del lirismo e le chiassose vocazioni del vate, si è sperduto nella tundra del dubbio, si è inquisito, s’è scoperto incapace di autodefinirsi, di darsi un ruolo e un costrutto, di spingersi al di là della metafora letteraria dentro cui ha assunto consapevolezza d’essere richiuso, come il pesce nell’acquario. Gerardo Pagano mette a nudo questo problema di tematiche e di contenuti della poesia intorno all’io-poeta e, con un coraggio di pasoliniana memoria, opta per un proponimento ad oltranza dell’“io”, con forza chiamato a campire il vuoto totale della pagina, a definire l’impossibilità definitoria della poesia; ma Gerardo Pagano costruisce anche la bellezza di un grido afono che, se vogliamo, è, poi, un’ulteriore metafora e un nuovo e splendido ossimoro, dentro cui il poeta rinchiude la follia e la sapienza, come nel vaso di Pandora. Così il libro è tutta una sottile, raffinata, drammatica interpretazione letteraria dell’io-poeta che si esaspera e che si autocattura nella metafora letteraria, di cui fa funzionare tutti i simboli già noti e registrati dalla letteratura: ed è proprio in questo carattere di frontiera che si sublima il valore di eccellente poesia della ragione che sa assumere tutto il libro di Gerardo Pagano.

Sandro Gros-Pietro

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