Nota conclusiva

Nel titolo del libro la poetessa Maria Ebe Argenti nomina il Paradiso, ma la formulazione è tale da fare pensare a un luogo ameno della Terra, a tale punto dilettevole da evocare le grazie dell’approdo ideale di serenità e di armonia che ospiterà il riposo dei giusti, al compimento della loro avventura mondana. Siamo di fronte a una poesia di concezione dantesca, cioè illustrativa della condizione di serenità degli uomini “giusti”. È una “commedia”, quindi, che non vuole essere divina, bensì umana, anzi, insistentemente umana. La poetessa non compie il viaggio nell’extra-mondo, come lo hanno condotto Orfeo, Ulisse, Enea e Dante. Al contrario, con meditata grazia, esplora e rinnovella, come in una ricapitolazione che assume il carisma dell’epilogo, lo straordinario viaggio della sua esistenza terrena. In questo viaggio, così effimero, fragile e sofferente, la poetessa scorge le stimmate della felicità e della grandiosità del Paradiso. È, dunque, il canto sublime del ci­gno: un atto di riflessione, di ricapitolazione, di ringraziamento, per il dono impagabile dell’esistenza ricevuta, che viene evocata, richiamata e fissata nella parola poetica, capace di durare oltre la consunzione dei corpi. La poetessa descrive il suo paradiso in Terra, al centro del quale ci sono i figli Stefano, Monica e Susanna. La Poetessa giunge felicemente a scrivere che “La vita è un florilegio di esperienze / ma la più dolce è la maternità”. Oltre a questa accecante luce d’amore rigenerativo, che è la maternità, nel Paradiso terreno di Maria Ebe Argenti c’è un’infinità di cose del mondo: la natura, gli alberi – tra i quali troneggia l’abbattuto liquidambar del suo giardino, una sorta di acero americano –, un’infinità di animali, di uccelli che solcano le invisibili rotte del cielo, e le albe e i tramonti, le stagioni, il consumo del Tempo, l’Anima che permea ciò che esiste con velo di Divino. Oltre a tutto ciò, nella vita della poetessa – che può somigliare solo al Paradiso – c’è la storia degli uomini, il pensiero che l’umanità ha elaborato, le formule orientate a illustrare la verità, il ripetersi delle sentenze di giudizio umano che tentano, nella loro fralezza, di imitare la perfezione dei massimi sistemi galileiani, il muoversi esatto degli astri: quella Verità della creazione che è sotto gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà e che il Debole pensiero della poetessa può soltanto adombrare in un riconoscimento di umiltà di fronte al mistero della creazione, e che non ha nulla a che vedere con il Pensiero Debole, elaborato dai seguaci dell’ultrauomo.
Il discorso poetico di Può somigliare solo al Paradiso, a dispetto della frammentazione in singoli testi autonomi, ha una concezione e uno sviluppo sostanzialmente poematico, organizzato sulle quattro sezioni, ciascuna delle quali prende il titolo da un esergo contenente un distico, il cui significato emblematico è rappresentativo dell’intera sezione considerata. Il verseggiare è sempre organizzato in splendidi e dolci endecasillabi liberi, di perfetta quanto diversificata costruzione me­trica. La ragione predomina sul sentimento, come si conviene ai poemi di ricapitolazione del significato di un’intera esistenza. L’atmosfera poetica è vagamente simbolista, con il ricorso a categorie astratte di pensiero sovente indicate in corsivo e con la maiuscola, per enfatizzare il loro valore di simboli: Ani­ma, Natura, Tempo, Sogno, Sorte, Spazio, Divino e altre declinazioni simboliste.

Sandro Gros-Pietro

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