Un viaggio à rebours

Quando si è andati molto avanti – e Nino Pinto poeticamente lo ha fatto con le sue molte sillogi, tutte pubblicate da Genesi – può capitare di voler tornare indietro, per rintracciare la radice, la matrice primigenia di ciò che si è fatto (si ricordi che poiein in greco significa fare), di ciò che si è creato. Certo, l’esperienza rende abili, accorti, ma è nel seme, che per primo si è gettato, il segreto di ciò che poi si è raccolto con tanta ricca messe.
Pinto ha voluto pubblicare le sue prime poesie, senza toccarle, senza riordinarle, lasciandole così com’erano nate, quasi creature indifese, innocenti, soffuse di quell’afflato d’amore e d’incanto che accompagna le prime creature. Egli ben sa che alcune di esse potevano essere migliorate, che tutte potevano essere riordinate in un corpus più organico, sfruttando ovviamente l’esperienza e la sapienza accumulate nel corso degli anni, ma non lo ha voluto fare per una sorta di sacrale rispetto verso la purissima fonte originaria della sua ispirazione. Scoperto diario di formazione si configura così questa prima e ultima (in ordine paradossale di pubblicazione) silloge, dove è possibile cogliere molti motivi, che diverranno conduttori della ricerca poetica futura.
Appare subito evidente la brevitas della forma poetica, che sembra evocare antichi e nobili modelli lirici, intesi a concentrare nella essenzialità della parola la sostanza di una vita, che non va sciupata o violata con inutili orpelli, ma conservata e custodita come preziosa reliquia. Sacerdote della parola, il poeta emana i suoi folgoranti oracoli, che fermano momenti importanti del suo vissuto, non accontentandosi mai dello specchio scintillante della superficie, ma scavando nel profondo paradossi e antinomie, frutto di intelligenza e di ironia. Acuto nel perforare lo spettro opaco del reale, egli mira a coglierne, come prima si accennava, l’essenza, la sostanza, che, nello specifico, è sempre, o quasi sempre, di natura etica, esistenziale. La sua poesia coniuga, in tal senso, meridionalmente, sentimento e pensiero, slancio emotivo e impegno riflessivo. Egli, insomma, sente pensando e pensa sentendo.
Il poeta rincorre strenuamente la verità, che si cela dietro le parvenze del reale, e sa che essa va cercata e trovata, come un tesoro sepolto o sommerso, nel fondo del proprio essere, in quello spazio incantato e inimitabile, che risuona come l’eco di una grande conchiglia pescata nel mare. Preveggente, conosce già le illusioni, le impervie incertezze, i rimpianti, i lancinanti rimorsi che possono annidarsi nella fitta selva del vivere; tuttavia, egli non può fare a meno di smarrirsi nell’intrico di sensi e sentimenti che la vita gli riserva, sicuro di trovare, alla fine, la via nel sogno di un sorriso, di un amore a prima vista.
Persuaso che il mondo sia un teatrino di burattini, i cui fili non sempre sono manovrati dai suoi protagonisti, Pinto è estremamente attento a registrare cosa si cela dietro un copione già scritto. Il suo sguardo è, in tal senso, spiegato e spietato, nella folgorante brevità di una enunciazione, che mira a cogliere il nucleo del discorso e del problema, che ogni poesia-aforisma propone.
Le modulazioni sentimentali e morali sono confusamente disposte a creare una sorta di catalogo intimo, dal quale nulla sfugga, per evitare di vanificare un impegno, si direbbe, militante nei confronti dell’esistenza, che non conosce soste, pause, nella voglia di essere e mai di apparire. La stessa poesia, del resto, può racchiudere un inganno, ma essa è necessaria, come sosteneva Montale, quando la vita non basta; come supplemento essenziale di un vivere, che rischia talvolta di risolversi in un sopravivere. Allora è indispensabile abbandonarsi al canto delle Sirene, smentendo il timore di Odisseo, per toccare davvero le corde di un assoluto e di un infinito, che la vita generalmente non concede.
Oltre l’apparente pessimismo si spalanca, in questi minima moralia, un continente sconfinato di pensieri, di sentimenti contrastanti, che consentono di cogliere la preistoria di una poesia, che continuerà a dibattersi tra inquietudine e ironia.
Spunta, tuttavia, ad una lettura non epidermica ed episodica, da questi rapidi spartiti una sostanziale “allegria”, che molto ricorda da vicino quella evocata da Ungaretti per il cosmico “naufragio” leopardiano; uno scatto della storia e della coscienza, un rigurgito di vita tra le tempeste che vorrebbero negarla e, persino, annullarla. Conviene diffidare dei poeti che non pongono problemi e dare, invece, piena fiducia ad autori, come Pinto, che si avvalgono della loro naturale vocazione per inventare immagini intime e intense, ingorghi esistenziali, dai quali emergere rinnovati nell’animo, ma anche nel corpo.
Bene ha fatto il poeta a riproporre il primo se stesso, per ricordare ciò che era ma, soprattutto, per capire meglio ciò che ha continuato ad essere. La parola conserva, nonostante tutto, una fedeltà che non sempre la vita ha.

Francesco D’Episcopo

Anno Edizione

Autore

Collana