Prefazione

Scrivere belle poesie è un’arte difficile. È assai più facile scrivere racconti e romanzi, come faccio io. Nella poesia la responsabilità della singola parola è elevatissima. La difficoltà che deve affrontare il poeta che sceglie il vocabolo e lo lega agli altri per dare vita alla complessità di un albero di significati, con tanto di foglie e di frutti, è impegnativo anche solo da immaginare. Poi va da sé che tanti si dicano poeti, ma che in realtà ben pochi lo siano. Solo quelli che davvero con i loro pochi versi riescono a coinvolgerci, a suscitarci un’emozione, una curiosità, una suggestione. Che ci fa sentire. Che ci fa pensare. Che ci apre spiragli. Che ci rende un po’ più ricchi come persone. E per questo ci fa un pochettino felici.
Franca Simonelli si guarda dentro con sincerità e si propone, con spontaneità. I suoi temi sono evidenti: l’amore, la fede, il rapporto con la natura, con il passato. Di cose da raccontare ne ha parecchie, di gioie e di sofferenze ne ha passate mica da ridere. Di solitudini e di euforie. È una donna in ricerca. Ovvero una donna giovane. I suoi occhi infatti non stanno mai fermi, come se dovessero cogliere ogni singolo frammento di vita.
Scrive nella sua casa in collina, ma anche le liriche ispiratele dal lago sono notevoli. Ci racconta di nidi di codirossi, di caprette e di cigni, di aglio rosa e di cardo. Ci racconta delle “scalette”, viottoli, vie secondarie a gradini. Una viabilità antica, rurale, che ancora oggi è capace di fare intuire un modo di vivere, sì, quasi un sentimento della vita.
“Tutto è silenzio il quindici di Agosto / le piatte foglie delle ninfee / cavalcano l’increspatura /che reca occhi di sole in miniatura”. Sembra che Franca cerchi una verità nella natura, descrivendola, ascoltandola dentro, elaborandola per poi farla riemergere. Un’emozione carsica. Nelle sue poesie è ancora forte il richiamo dei classici romantici e dei crepuscolari, ma pure si avverte una ventata di modernità che richiama le espressioni dei migliori cantautori italiani. “Vorrei parlare, / spiegarmi, /urlare! / ma per farmi capire”. Versi chiari, netti, sì, proprio da cantautore. Possiamo citare Lucio Dalla? Forse sì. Infatti leggiamo poi: “Meglio sarebbe/ boccheggiare come un pesce / in fondo al mare / ma senza agitar le pinne”.
Il dolore non ci lascia mai, come la speranza. A dieci anni come a ottanta. Ma c’è una differenza: in mezzo c’è la vita. E la vita può arricchire. Oppure può fare avvizzire, rendere cinici. Perché i nostri occhi si riempiono troppo di dolore, di calcolo, di disincanto.
Eppure, spesso siamo noi che scegliamo con che occhi guardare la vita. O di non guardarla neppure più.
Franca Simonelli la guarda, eccome. Non la lascia per un istante. La sua poesia lo testimonia, è pulsante come un cuore.
Accetta la vita, si inginocchia davanti alla sua grandezza e al principio universale che l’ha generata. Vita e morte, dolore e gioia. Gratitudini ed egoismi. Amore passionale e amore platonico. E credo che questa risonanza, questa armonia, costituisca la parte avvincente dell’opera di Franca. “I fuochi della sera non sfavillano / ma ardono nascosti / arroventano la terra / che li conserva e protegge”. I fuochi non smettono mai di scaldare il mondo di questa scrittrice, nemmeno quando ormai è sera. Certo, non sfavillano, eppure ardono, nascosti, e riscaldano la terra e un po’ riescono a scaldare anche noi lettori.
Mi piace citare alcuni versi di La spiaggia dai sassi piatti: “Quest’onda prodiga di conchiglie, / vetrini, relitti / quest’onda inflessibile che parla / di abissi, tesori, avventure / ritorna, riparte, riporta il dolore, / lo stesso, vicino, lontano, di sempre”. Non esiste univocità, le sensazioni si accavallano, si mescolano, si contaminano. Il dolore, certo. Ma anche conchiglie, e tesori. E vetrini, certamente colorati, sul bagnasciuga, lì a riflettere un pizzico di sole.

Paolo Aresi

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