PREFAZIONE

La raccolta di Poesia denominata L’orologio in cornice presuppone nel titolo la differenza di qualità che esiste nella natura del tempo. C’è un tempo che ci scivola addosso come l’acqua sui ciottoli del fiume, la quale scorre senza lasciare traccia di sé, salvo l’u­sura e lo scavo che lentamente e inesorabilmente consuma anche la pietra. Tuttavia, noi possediamo anche un’altra nozione del tempo, che attiene al saper cogliere l’attimo fuggente, cioè avvantaggiarsi dell’occasione che si presenta come momento temporaneo e fuggevole, ma prezioso per cambiare totalmente o almeno in parte la nostra visione delle cose. Per riprendere la metafora dell’acqua che trascorre nel letto del fiume, immaginiamo ora che quella venga catturata dalle pale di un mulino o dalla conduttura di una centrale idroelettrica ed ecco che quel flusso massivo di acqua diventa un dono di energia che trasforma le granaglie in farina o che carica di elettricità i cavi che alimentano i consumi domestici di luce e d’altro ancora. Fin dall’antichità l’uomo ha riflettuto sull’occasione preziosa di trasformare il Chronos in Kairos, cioè il consumo inerte del tempo viene convertito in vivida occasione di mutamento delle cose che ci circondano. Il complemento che fa da correlativo oggettivo del tempo sono, dunque, le cose, le quali paiono essere come i paracarri o le pietre miliari poste a margine della strada che noi percorriamo. Si dice che “sono le cose che fanno la storia”. Basti fare un viaggio turistico a Roma, la Città Eterna, per capire appieno il significato profondo di tale affermazione. La grande storia di Roma è raccontata dalle “cose” che essa ha conservato e che riempiono ogni angolo della città e della regione circostante: noi osserviamo le cose di Roma e un sentimento di meraviglia e di sbalordimento ci invade l’anima. Sentiamo di essere mol­to di più di ciò che siamo e che viviamo molto di più di quanto realmente vivremo, perché noi apparteniamo alle cose che vediamo come ogni goccia d’acqua appartiene all’immensità del mare, ne diviene parte integrante seppure atomizzata, ma necessaria e riconoscibile. Noi guardiamo le cose ed esse ci disvelano l’anima che ci appartiene e che in esse si è infitta come la radice dell’albero si infinge nel terreno. Egle Bolognesi cita in esergo un’espressione di Alberto Moravia tratta dal romanzo La disubbidienza, scritto dopo Agostino, negli anni della piena maturità dello scrittore. Moravia sottolinea che per Luca – il protagonista del romanzo – gli “oggetti erano vivi e tenaci fili della trama di cui era intessuta la sua esistenza”. Questa asserzione rappresenta la chiave di lettura dell’orologio in cornice di Egle Bolognesi: gli oggetti sono i silenziosi attori interpreti – se vogliamo possiamo considerarli dei mimi, ma immobili, statuari – che interpretano la catena dei ricordi della Poetessa, ne custodiscono la memoria, come meteoriti in viaggio nel tempo, trasportano il loro carico di spore di vita. Può trattarsi di un abito indossato anni addietro per una passeggiata sugli argini del Po o per una gita in barca, magari accostati alla ripa, sotto i rami di uno dei numerosi salici piangenti che anni addietro nascondevano dagli sguardi indiscreti dei curiosi le carezze di tenerezza dei fidanzatini. Forse un gioiello, una spilla appartenuta ai genitori o l’orologio a cipolla, da taschino del panciotto oppure il cappello, presumibilmente un Borsalino alla Humphrey Bogart, forse ormai sformato dall’uso e dal tempo, quasi una caricatura contadina del fascino cittadino che emanava un tempo. I più preziosi per la memoria possono essere gli oggetti mai utilizzati, quelli che esercitarono la forza liberatrice del sogno, come un paio di scarpe rosse coi tacchi o il castello in legno lavorato al traforo o la vela in bottiglia o il piatto di ceramica di Ferrara che raffigura dei limoni appena raccolti dall’albero e che stanno in piattaia come soprammobile di casa, sempre lucentissimi. Tuttavia, gli oggetti più amati sono i più usuali, come la borsa di tutti i giorni, la sveglia che ci ha fatto alzare dal letto per una teoria di giorni, la spazzola parigina, il taccuino dei pensieri, che contiene le note a piè di pagina del vissuto, come appunti perfettivi e interpretativi degli stati d’animo nostri e altrui. Non mancano anche le testimonianze d’arte, come un quadro del pittore e stilista Andrea Agostini, vagamente surrealista in un’eco di Marc Chagall, c’è la donna che vola appesa gioiosamente a una mongolfiera, un disegno per i bimbi che piace anche ai grandi. E c’è una fotografia, che ha catturato per sempre il raggio di sole che illumina l’amore di una coppia che sta imparando a dedicarsi la vita l’uno all’altra e viceversa.
L’orologio in cornice è la realizzazione più riuscita della poesia moderna, tipica di questi anni caratterizzati dall’importanza soggettiva che gli oggetti assumono nella visione personalizzata dello scrittore: quasi un test psicologico. Per il lettore è come osservare una seduta di psicanalisi: stare al davanzale dello spaccato di vita di una persona che riordina ricordi ed evocazioni, talvolta nitide e altre volte annebbiate. Lo scrittore moderno scrive il racconto reale inanellato dalle cose intorno a lui, che suscitano gli stati d’a­ni­mo psicologici interpretativi della realtà, perché esattamente come dice la saggezza popolare sono le cose che fanno la storia.

Sandro Gros-Pietro

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