IL TEMPO E L’ETERNO
Leggendo Lucia Montauro

Da sempre Lucia Montauro coltiva la sua poesia in una condizione che sarebbe troppo semplice e banale definire “appartata”, per lo più prigioniera nella sua casa dove il tempo custodisce le cose più care. Per lei il rapporto fra poesia e sedentarietà non è accidentale perché si considera “prigioniera volontaria” come la Dickinson, che aveva fatto della sua casa un luogo monacale e precluso al mondo esterno: Lucia Montauro ha trovato un alibi perfetto nel suo inconscio (territorio di elezione del­la ispirazione poetica) per rinserrarsi nel suo spazio prezioso e lì, come accade alla perla nell’interno dell’ostrica, ella aggiunge giorno dopo giorno sempre nuovi strati di secrezioni madreperlacee che diventano poesia.
Regina della sua solitudine non segue le mode, non porge l’orecchio a quanto accade fuori nelle strade della città, misura un suo tempo interiore che è diverso dall’eternità, che anzi è in qualche modo il suo opposto. E infatti soprattutto su questo la poetessa si arrovella, sullo scontro fra tempo e non tempo, fra apparente im­mobilità ed eternità.
A mediare sono il ricordo, che è passato, e il ricordo del desiderio, che è una forma di futuro, di trapassato futuro o, come ella dice, un “magico riflusso / di un tem­po sempre eterno”. Eppure la musica che intende è “preludio di vita atemporale”: alla fine, infatti, le conchiglie che le “piccole onde invisibili” lambiscono “con la bassa marea… nell’oscurità della notte” sono “vuo­te”, anche se in attesa di colmarsi del chiarore di un’altra alba.
Lucia Montauro, chiusa nel suo cerchio di opalina solitudine, cerca costantemente nella poesia la perfezione, come una tela di ragno che le gocce di rugiada im­preziosiscono rendendola scintillante, una tela di ragno in cui cerca di avvolgere il suo cuore: e per fare ciò lo imprigiona in un cofanetto (o forziere) da cui di quando in quando lo estraggono (oh, con quanta delicatezza!) i tentacoli dei suoi versi, ripetendo all’infinito un loro mo­vimento che tutto rievoca, che tutto restituisce, che tutto avvolge in una fittissima trama, in un luccicante velario.
E il lettore si chiede: la vita dov’è? È in questo di­stillato, depositato in fondo all’alambicco di versi al­che­mici che aspirano a un dettato sapienziale, proprio in questo precipitato immobile, per cui la vita appare come sospesa nel silenzio. Che cosa si può evocare per questi versi? Come cercare di definire questa presenza tanto eterea? Il decadentismo? L’ermetismo? Certe visioni di luce e
oscurità contrapposte che hanno caratterizzato il realismo magico? Certo tutto questo c’è, ma diluito, lontano, da lungo tempo introiettato, metabolizzato e che mescola ai versi i suoi cangianti riflessi.
Lucia Montauro è come una principessa catturata da un dio marino e da lui trattenuta sul fondo del mare: da lì ella intravede scorrere lassù, su una lontana superficie lucente, le immagini di una vita vera che scaraventa i suoi violenti cavalloni a divorare rocce e arenili. Ma laggiù, nell’immota fissità equorea, la vita si manifesta piuttosto come vagheggiamento, labile apparizione (for­se illusione?), non sogno, però, anche se in questi versi spesso se ne parla (“trame nel mistero del sogno”), perché questo vagheggiamento è da lei vissuto realmente, fino in fondo, nella sua carne e nel suo sangue.
Non disperdendosi all’esterno ma penetrando con assidua costanza all’interno di sé lungo una corda che è anche cordone ombelicale che la mette in comunicazione con l’infinito, Lucia Montauro, speleologa di sé stessa, modella così le sue forme dell’incanto, in una “fragile ricerca del sublime”, distilla un suo succo prezioso per offrircelo in una coppa, per offrirlo “alla voce dei morti / al silenzio dei vivi”.

Donatella Bisutti

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