20,00 €
Autore: Luigi Chieco
Editore: Genesi Editrice
Formato: libro
Collana: Ōkeanós, 21
Pagine: 424
Pubblicazione: 2025
ISBN/EAN: 9791281996465
Nota introduttiva dell’Editore
L’incontro con l’opera Fatiche d’amore vinte -il cui titolo derivato da Shakespeare è illustrato nelle pagine finali- non dovrebbe prescindere da un breve abbozzo della personalità dello scrittore, in funzione di invito alla lettura, ma non certo con la supponenza di prenderne le misure.
Luigi Chieco è un uomo di prodigiosa cultura estesa nei più significativi campi delle conoscenze umane in modo da elaborare una documentazione interdipendente del sapere sia di natura filosofica, letteraria, artistica sia di indirizzo sociale, economico, tecnico e scientifico. Ricordo lo slogan di un lussuoso negozio di ottica e fotografia sito nel centro di Torino: Nulla sfugge al nostro obbiettivo. Qualcosa di simile è l’attenzione di Chieco rivolta al mondo in cui viviamo, anche se ben diversi sono i motti che illustrano la sua sensibilità. Ne citerò solo due: vivere more nobilium e sàpere àude. Vivere secondo le nobili tradizioni, ancor più che le comodità e i privilegi, comporta, alla fine della fiera, porre al centro degli interessi della vita unicamente le differenti coniugazioni e definizioni dell’amore. Osare essere saggi è un ottativo forgiato da Orazio nelle Epistole e adottato da Immanuel Kant per finalizzare le sue Critiche.
L’amore e la ragione sono, dunque, il Sole e la Luna dell’universo di Luigi Chieco e sono riverberati in ogni pagina della sua opera: si tratta di un romanzo, che diviene modello di rappresentazione degli ambienti di cultura della civiltà occidentale nella seconda metà del XX secolo e nel primo quarto del XXI, usando l’artificio narrativo dell’elencazione di fatti e di idee esposti per ordine cronologico, in simbiosi con lo sviluppo per ordine tematico dei contenuti. Porsi in questa dimensione narrativa, significa, per uno scrittore consapevole della sua opzione, avere a che fare con i più alti monumenti alla cultura elaborati dalla civiltà occidentale negli ultimi sedici secoli, per principiare dalle Confessioni di Agostino e poi giungere fino a La montagna incantata di Thomas Mann e a La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Necessita chiarire che i riferimenti -e ancora più la ricchezza delle citazioni, definite con ironia i furti- scavallano allegramente i secoli di elaborazione della cultura occidentale, come esondano dalla culla mediterranea ed europea per approdare ad altre civiltà dell’intero pianeta.
Il romanzo è la storia di Andrea Sangiorgio, barese del buon ceto medio, nato a Ruvo di Puglia, figlio di un benestante dirigente pubblico di Bari, e cresciuto nel più raffinato milieu sociale della Capitale della Puglia, ma ben presto destinato ad avere una pluralità di altre residenze: Roma, Spoleto, Torino, Colle San Grato nel Monferrato, Vieste, con un’infinità di viaggi e periodi di residenze in diverse città italiane, minutamente descritte da intenditore per angoli poco noti, nonché viaggi nei sei Continenti e per tutti i mari del Pianeta. Vanno citate come punte massime della descrizione narrativa le pagine che illustrano la bellezza della natura unita al fascino della storia e della presenza umana: si tratta dell’esaltazione della zona di Vieste e del Parco Nazionale del Gargano, e ancora di più del fascino mitologico esercitato dalle Isole Tremiti -anticamente dette isole Diomedee, poiché si narra che in tale eden l’eroe greco andò a morire, ancora oggi è conservato un sepolcro d’epoca ellenica, che è nominato Tomba di Diomede. Chieco descrive i luoghi come uno dei siti mondiali più affascinanti della Terra e la sua narrazione rappresenta un binomio virtuoso di unione della parola e del pensiero.
In un possibile omaggio reso a Fernando Pessoa, Andrea Sangiorgio altri non è che un eteronimo di Luigi Chieco, di cui non è ovviamente possibile indagare sull’identità delle coincidenze tra la vita reale dello scrittore e quella immaginaria del suo protagonista: c’è un Io narrante che fa da effetto di diffrazione tra le due esistenze: come la cannuccia infilata nel bicchiere d’acqua, sépara la vita reale dell’autore da quella immaginaria del personaggio. Tuttavia, l’autore, pirandellianamente, entra anche in confidenza immedesimante con il suo personaggio, che eserciterà sempre la sua totale autonomia immaginaria dalla realtà della vita, di cui resta comunque affidabile testimone e interprete. Chieco, in verità, sa esporre meglio del sottoscritto la questione, perché gli basta citare il filosofo e sociologo José Ortega y Gasset nella dizione da quello usata per descrivere le capacità dell’arte e della scrittura: il “potere taumaturgico dell’arte di irrealizzare l’esistenza”.
Nel romanzo, l’amico saggio e scontroso di Andrea si chiama Gorio, abbreviativo di Gregorio Fenicia, discendente dai lombi di un casato nobiliare, le cui origini risalgono alle nebbie luminescenti dello Splendor Mundi, citato da Dante sia in Inferno sia in Paradiso: nientemeno, che l’Imperatore Federico II di Svevia. Sia ricordato solo di sfuggita che la storia della Puglia contiene la più antica testimonianza umana di tutta Europa -l’uomo di Altamura, ominide di Neanderthal risalente a 250.000 anni fa- una vicenda antichissima di storia e preistoria che autorizza un narratore esperto a compiere molte rivisitazioni creative delle glorie del passato.
Gorio ha solo un anno più di Andrea, ma manifesta una facondia di applicazione del motto Vivere more nobilium che Andrea non può pareggiare. Dunque, Gorio esercita la funzione del Mentore che accoglie l’allievo e lo istruisce. Tuttavia, come spesso accade, il maestro familiarizza con l’allievo: nell’atto stesso in cui esercita la sua funzione di demiurgo, che illustra le leggi dell’universo, ecco che diviene anche compare e complice delle esperienze dell’allievo, ancorché conservi il ruolo di auctoritas. Se si volesse applicare una chiave psicanalitica, si potrebbe sostenere che Chieco, nel raccontare il legame tra Gorio e Andrea, sépara l’Ego, rappresentato da Andrea, dal Super-Io, rappresentato da Gorio, e avvia un percorso di analisi e di liberazione dell’Ego dal Super-Io, che si concluderà con la pubblicazione del testamento intellettuale di Gorio. La pubblicazione verrà curata dall’amico Andrea e il libro si chiamerà Apocalypsis cum figuris, come omaggio reso a Jerzy Grotowski, a sua volta derivato da Albrecht Dürer.
Richiederebbe una disamina scrupolosa discettare sui contenuti filosofici e etici sviluppati nel romanzo, che ha come obbiettivo rappresentare la complessità della cultura occidentale nella ricerca della realtà e della verità, e che è destinata a naufragare nel pantano melmoso della banalità e dell’improvvisazione rappresentato dalla cosiddetta rivoluzione culturale del Sessantotto. Il Sessantotto non ha espresso nulla di rivoluzionario se non la sua arbitraria denominazione: in realtà è stata una inondazione di travolgente stupidità, che ha invaso con il fango dell’improvvisazione e del pressapochismo le più autorevoli università occidentali.
L’intera opera è scandita in venticinque sezioni o capitoli, che ai tempi di Agostino d’Ippona si sarebbero chiamati librex. Il primo è intitolato Contrafactum, e rappresenta la contraffazione, l’inserimento di un nuovo testo nella melodia di un canto preesistente: in pratica Gorio si rivolge al Protagonista del libro e lo battezza: lui sarà Andrea, che significa “coraggio”, e diverrà sua la storia raccontata dall’Io Narrante, che è voce immaginaria dell’Autore: la storia inizia con la nascita di Andrea. L’ultimo libro si chiama Ultima necat, dal verbo latino necare, significa uccidere: Andrea ormai è vecchio e il libro è giunto all’ultima pagina. Tra il primo e l’ultimo librex c’è l’immenso viaggio di conoscenza della vita.
Poiché per Chieco -mi correggo subito e dirò per Andrea Sangiorgio, ma è la stessa cannuccia difratta dentro il bicchiere d’acqua, cioè dicasi dentro il romanzo- il motto principale è cercare la nobiltà della vita, ne deriva che il più alto impegno di qualsiasi essere umano consisterà nel finalizzare le sue fatiche all’unica meta possibile da raggiungere rappresentata dall’amore: l’essere umano, per Chieco, non può trovare altro scopo per cui valga la pena di vivere appieno la vita sociale, se non l’amore. L’Autore sciorinerà nel libro le diverse forme e definizioni che assume l’amore umano: dall’eros, all’agape, alla caritas, alla preghiera, alla meditazione, all’eremitaggio, alla solitudine e altro ancora. Alla fine della fiera, la ricerca dell’amore sarà rappresentata da “fatiche vinte”. L’aggettivazione è volutamente bivalente, poiché la dizione di “fatica vinta” spetta sia a chi ha trionfato, ma anche a chi procombe sotto il peso della fatica sostenuta. Chi ha faticato con generosità per realizzare l’amore nella vita sarà sempre allo stesso modo sia vincitore sia perdente: l’enigma ammette più soluzioni e il Lettore è parte querente delle domande a cui fornire risposta.
Straordinario impegno mette Luigi Chieco nella rappresentazione delle donne, non solo per la ricchezza dei loro ruoli positivi esercitati, come amanti, spose, madri, lavoratrici, dame ospitali, ma anche nell’esposizione dei loro vizi antisociali di sfruttatrici, carrieriste, simulatrici e incantatrici. Ne deriva, a confronto del ruolo esercitato dall’uomo, non già una perfetta uguaglianza, come se si trattasse di due cloni, ma una millimetrica equivalenza di possibilità al positivo e al negativo: i due piatti della bilancia potenzialmente si pareggiano, come tramandano le scritture antiche, che fanno riferimento ad un’unica creatura originariamente ermafrodita, poi mirabilmente separata in due metà autonome -uomo e donna- ma destinate a cercarsi forsennatamente per ricostituire l’unità creaturale, divenuta una dicotomia.
Il romanzo Fatiche d’amore vinte non ha nulla a che vedere con Fatiche d’amore perdute di Grazia Cherchi, uscito nel 1993, dieci anni dopo dalla famosa pellicola cult de Il grande freddo di Lawrence Kasdan, di cui il libro della Cherchi diviene un epigono, sempre sul tema dei fallimenti umani e ideologici provocati dal Sessantotto, che hanno svilito la grande tradizione culturale della Sinistra storica italiana. Va marcato quanto riferisce lo stesso Autore, nella sua introduzione: l’opera ha già avuto un prima edizione uscita presso l’editore parigino LiberFaber, ma con il titolo In extremis – La storia delle fatiche d’amore perdute. Questa nuova edizione è significativamente riveduta e ampliata, nonché modificata nel titolo.
Il libro di Luigi Chieco, Fatiche d’amore vinte, è destinato a rimanere nella mente del Lettore, che avrà sia la fortuna sia l’estro di leggerlo e di meditarlo, come una delle più significative fatiche di lettura affrontata nella vita per vincere la prova dell’amore che ci sostiene o ci smarrisce nel fantastico viaggio di conoscenza che ognuno di noi intraprende dal primo all’ultimo giorno.
Sandro Gros-Pietro
| Peso | 0,520 kg |
|---|---|
| Dimensioni | 210 × 150 × 30 cm |
| Anno Edizione | |
| Mese Edizione | Settembre |
| Autore | |
| Collana |
15,00 €
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