INTRODUZIONE

È così pacata, così discreta la voce di Nicola Aurilio. Asciutta nei toni, colta nella pronuncia, nitida nella scansione dei ritmi che trovano spesso, pur senza adagiarvisi, la misura canonica, e in certo modo rasserenante, dell’endecasillabo. Frutto, senz’altro, di una lucida intelligenza, di una sensibilità profonda e provata, di una solida cultura e – in talune scelte espressive, nella fragranza antica di certi vocaboli – di una lunga frequentazione del canone poetico. Poesia classica, la si definirebbe. Eppure, la sua opera si fonda e si struttura, in realtà, su di una drammatica lotta di opposti: passato e presente, moto e stasi, forza centrifuga e forza centripeta si inseguono e si affrontano incessantemente. E se il primo termine dell’antitesi (“Allora”… “allora”… “Un giorno…”) marca il tempo dell’entusiasmo giovanile, delle “corse nel vento”, dello slancio verso mete favolose, il secondo (quel “Ora”… “oggi”, che troppo presto arriva a castigarlo) è segnato dalla disillusione, dalla resa alla Necessità, dal tirannico Demone della Gravità che tiene il soggetto ancorato alla terra.
È ben noto che in gran parte della poesia, inclusa la più alta e più pura, il dolore è un incontro ricorrente, una presenza concreta e quasi materica. Lo stesso avviene nell’esperienza umana, e nel travaglio creativo, che l’evidenza e l’autenticità di questi versi ci chiama a condividere. Dolore, dico, inteso non come ripiegamento sulle piaghe del sé, ma piuttosto co­me forma di comprensione del mondo, di presenza nel mon­do, di paradossale, estrema, e in questo senso provvida manifestazione di vita ( Ebbe un dolore).
Non a caso, la voce del poeta assume, già nell’inizio, un carattere corale, ancor più che collettivo (“sedemmo in grembo alla sconfitta”), e il tema dell’immobilità e della ri­nuncia ben si presta a esprimere, senz’ombra di forzato allegorismo, la condizione di tutto un popolo. Emergono così vi­cende e figure di un Sud sofferente, abbandonato, soffocato dall’inerzia, tradito dalla Storia – ma anche potentemente immaginoso, profondamente umano: quel Sud che, lo sappiamo, è in tutti noi.
Giacché il poeta sa fare del suo spazio privato (la vita “nell’angolo in penombra”… “vista da dietro vetri di finestre”) un prezioso osservatorio, un punto di osservazione universale, scientemente – e persino orgogliosamente – privilegiato. E, se certi componimenti declinano, della sofferenza, l’inesauribile, scandalosa varietà (si veda, in particolare, la stupenda sezione dal titolo Ambulatorio), altri ne denunciano la fissità opprimente, come in una sequenza immutabile, un eterno ritorno dell’Uguale. Padri e figli replicano, sullo stesso palcoscenico, un identico dramma (“Li ripeteremo sulle stesse pietre…”); la galleria di volti dei Migranti, pur diversi per etnia e illusioni, incarna un percorso comune fatto di addii, di speranze, di sconfitte…
Tuttavia, sull’orizzonte di questa terra desolata – un limbo conquistato ad altissimo prezzo, e come sospeso tra apatia ed angoscia (la “quiete / sfinita dall’assenza” di “un tempo che non sa farsi vita”) – compaiono, con sorprendente frequenza, segni d’Aria, d’Acqua, di Fuoco: avvistamenti, spiragli, tutto un balenare di voli, vele, aquiloni, arcobaleni, profumi di Terre Lontane. Emblemi, più che immagini dai contorni precisi: “La musica del vento”… “la magia d’ignoti mari”…
Si tratta di illuminazioni? Di “barlumi”, in senso montaliano? Di varchi metafisici, forse? Non saprei. Non leggo spasmodiche attese di Godot nel sobrio pudore di queste composizioni, nella loro perfetta dignità. Il ricorrere ipnotico di certe evocazioni, formule un po’ sfocate, stanche come una ninna-nanna udita da bambini, lontane come dio, è qui strumento di una mai sopita dialettica dello spirito; ma è anche – o così sembra – un martellante rimprovero all’Assenza: l’arma per una mite, ma non per questo rassegnata, polemica col Destino. D’altronde, la poesia è inevitabilmente uno specchio, e forse io vi leggo ciò che sono. Certo è che ovunque, nel testo, si moltiplicano i modi dell’impossibilità (“Se sapessi”… “se potessi”… “Come Ulisse sarei partito…”), che ri­gettano in faccia alla sorte l’oltraggio di una vita non vissuta.
Mentre dalle insondabili profondità della memoria af­fiorano qua e là rimpianti, rimorsi, sciabolate di vita e desiderio tanto più lancinanti quanto più inattese o tardive: si veda la struggente Elena, e lo squisito canzoniere disseminato nel testo (Distanza, ecc.). Da queste intermittenze del cuore, un cuore che resta – malgrado ogni sforzo di sedarlo (cfr. Carnefice) – imperfettamente domato, e atrocemente esposto ai “graffi della speranza”, si genera la possibilità dell’arte, il suo riscatto, il suo prodigio, la sua rivalsa: quella “saggezza che inventa miraggi” (Da secoli).
E c’è di più: non esiste creazione dove non è capacità di abitare nell’altro, di diventare l’altro. Né sono meno reali, in barba a ciò che è scritto nelle stelle, le grandi avventure che si svolgono nella fantasia. Le isotopie dinamiche (il viaggio, la sfida, la prova) che attraversano da un capo all’altro la raccolta, culminano infine nella vibrante “vita immaginaria” di un giovane eroe che pare uscito con un balzo dalle pagine di Borges: quel Luis Salgado, il Messicano, che combatte e muo­re immolato al truce Idolo della Guerra.
Concludo con un’avvertenza, perché non si dica che non ho messo in guardia il lettore: qui c’è il rischio di cedere, lo so, a quell’arcaico sentimento che si affaccia ormai soltanto in certe pagine ingiallite o – più di rado – nel volto di qualche angelo delle corsie, di qualche medico dell’anima: la compassione, intendo. Compassione per noi stessi, naturalmente: noi che, presi nel ritmo frenetico, convulso, di un’esistenza chiassosa e inconsistente quanto un videogame (“distracted from distraction by distraction” – recita un verso dei Quartetti eliotiani), abbiamo perso di vista l’essenziale: il valore della vita, che, come un dono, questo libro ammirevole ci aiuta a riscoprire.
Si astengano perciò i pavidi e gli ipocriti: ché non abbiano a dire, finita la lettura: “Ho conosciuto un Uomo”.

Barbara Nugnes

Anno Edizione

Autore

Collana

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Scrivi per primo la recensione per “Dietro vetri di finestra”

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati