Amore e tenerezza elegiaca nella poesia di Lucia Todisco

La vena creativa della poesia di Lucia Todisco, in questa raccolta di liriche, dal titolo molto emblematico di Creatura meravigliosa, è acqua sorgiva di una fonte limpida, dove non c’è spazio per la finzione o per la surrealtà di una poesia ermetica. La lineare spontaneità dei sentimenti mette a nudo un cuore ferito e un percorso emozionale, denso di pathos e di ricordi. “L’inquieto sentire” è placato da una travolgente vitalità sopita, che, tramortita da angustie, risorge, qua e là, sull’onda delle emozioni, in uno scat­to d’impeto: «Donna / Creatura meravigliosa / Amabile guerriera / Immagine divina / del mistero della creazione. // Donna / Creatura bestiale / a difesa dei suoi adorati cuccioli / come leonessa in gabbia. // Donna / Complice compagna / Eterna bambina / dagli occhi spalancati / dinanzi al miracolo d’amore / che le rapisce il cuore» (Donna). La fucina espressiva di Lucia Todisco calamita sollecitazioni interne, che sono in sospensione tra l’evocazione e il disincanto, la tenerezza e i sogni ad occhi aperti.
Il coagulo mortificante dell’esperienza diventa “flusso desiderante” di amore vitae, nel cogliere le “intermittenze del cuore”, affidate al potere salvifico della parola. L’occhio della mente coglie visioni pure, che indulgono ad un’incantata suggestione di celebrazione del bello, in un capogiro di malinconia, che assedia la mistica bellezza muliebre. Rinvii evocativi, evanescenze impalpabili, corredano la schietta poesia della Todisco: «Non parole, non gesti, / solo uno sguardo, / un sorriso accennato. // Minuti che ti scavano dentro. // Ed è subito amore» (Amore). Pochi tratti, con folgoranti e insospettate vibrazioni, illuminano parole incisive e nitide, per raccontare “la favola bella” dell’Amore. L’efficacia espressiva è data dalla risonanza interiore e dalla regressione di alcune tracce mnestiche, che scolpiscono, nella mente dell’autrice, la sua maestosa grazia di donna e i “turbamenti, dinanzi al mistero della vita». Sfumati ricordi balenano all’improvviso, su uno scenario onirico; l’estenuazione della gioia viene assimilata da una sotterranea malinconia: «Ricordo il mio corpo da adolescente. // Alta, magra come un giunco, bionda. // I miei occhi verdi / spalancarsi sulle meraviglie del mondo» (Diario).
La magia purificatrice della scrittura poetica coesiste con l’assunzione di un pervasivo stato di dolore, che la poetessa sa trasmettere icasticamente, nel delineare un’immagine di sé, come pulsione di un’aura crepuscolare: «Occhi muti, labbra serrate in una smorfia / di cupo sconforto. // Spiriti maligni danzano, danzano, danzano / in una diabolica coreografia» (Dolore). Nella fascinosa vertigine del­­l’io, l’esser donna, significa, per la Todisco, me­raviglia creaturale, miracolo (mirum-oculis), prodigio, “immagine divina”, ma anche “amabile guerriera”, “creatura bestiale”, dalla coscienza “captiva”, preda dell’altro, che coglie, negli occhi spalancati del­l’“eterna bambina”, l’illusione doviziosa del sentimento amoroso. Una liberatoria fuga, «e se provassimo a dormire sotto le stelle», potrebbe risvegliare l’empito vitale della “verde etade”, sfidando l’universo immaginario delle emozioni sopite, nel labirinto dell’esistenza: è un’attività compensatoria, per una situazione di disagio.
La poesia di Lucia Todisco media egregiamente l’opacità delle pulsioni con “il filtro della vita”; concentra, nel verso alato, il significato profondo del suo essere-nel mondo, “all’interno del suo paese straniero”, per inseguire, nel gorgo dei suoi turbamenti, la ri-cerca dell’io e il Tempo ritrovato: «Muti echi / Ombre bianche / di leggiadre impalpabili farfalle» (Esistenza). Contagiata da una presunta felicità, fatta di sogni, «che si dileguano nel nulla / quando le stelle cadranno», ha imparato a risalire la china, dopo le sconfitte, le ferite e le “lacrimae rerum” … o quando si annaspa, senza tregua, in mezzo a incertezze torturanti. Abbacinata da scelte fatte da un altro, l’io soccombe, da vittima innocente: “E qui cadde la stanca mano”…
La compagna di una vita non è più vista come donna, ma come possesso, rinchiusa in una trappola mortale; in questo lacerto, c’è una richiesta di aiuto e di conforto, da parte dell’autrice: «Ha scelto me / mostro tentacolare, silenzioso / vorace in un banchetto eterno / con la sua vittima sacrificale» (Ha scelto me). Nella mirabile testura del sentimento dei ricordi e nella grigia malinconia, anche il carillon ha una presenza muta e la fuga dalla realtà diventa sublimazione compensativa e rifugio in interiore. Tutto il lavoro di elaborazione afferisce ad uno svolgimento mnestico, affidato ad una profonda capacità di rêverie: «Stucchi alle pareti / figure evanescenti velate, raffinate, / tendaggi di raso impolverati / con fiori scoloriti, non appassiti. // […] la dolce melodia / alberga nel mio cuore, / nei miei vecchi ricordi» (Il carillon). Le rappresentazioni si condensano in una relazione dinamica con il mondo reale, cercando, nelle memorie autobiografiche e in altre configurazioni psicologiche, l’inconsistenza delle illusioni svanite e le esperienze vissute dall’investimento affettivo: «Il mondo muore / Tutto si perde nella nullità del tempo. // Illusioni, dove siete? / Vi cerco / inutilmen­te / Anche voi siete morte» (Illusioni). La dinamica della relazione amorosa si colloca in un ambito fusionale di un mondo fantasmatico, che favorisce il ristoro della mente: «Quando gli dei lo vorranno / percorreremo il sentiero della vita / fatto di ghiaia e di noi. // Mano nella mano, / sotto un cielo di stelle, / nella luce fredda dell’alba / o tra il verde fogliame / inondato dai raggi del sole» (Innamorati). L’espansione del pensiero emozionale investe la paura della morte, all’interno di un percorso esistenziale; come angoscia dell’ignoto e, con modalità evocative e metaforiche, la disposizione d’animo della poetessa ci mette innanzi coni d’ombra, sull’orlo dell’incomunicabilità tra l’io e l’oltre: «La morte busserà alla tua porta / Non le dirai di aspettare / Partirai / senza valigia, / chiavi, / il tuo cane al guinzaglio. // Partirai / scalzo, / solo, / senza il vestito grigio delle feste, / la tua scatola di sigari cubani, / i tuoi libri sonnacchiosi / sulla vecchia libreria. / Partirai / Senza chiederti il perché. // Nessuno cercherà la tua anima / negli oggetti che ti furono cari» (Morire).
La pulsione di vita è in contrasto con la pulsione di morte; un forte sentimento materno aleggia nei versi di Lucia Todisco, oltre i luoghi comuni, anche di matrice psicoanalitica. È il sentimento della vita, che, nella specularità di una lirica di Rainer Maria Rilke, trova un ideale pendant e una corrispondenza simmetrica, ad una costellazione psichica, che si correla alla pulsione naturale della vita: «Tu non sei più vicina a Dio / di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende / benedette le mani. // Nascono chiare in te dal manto, / luminoso contorno: / io sono la rugiada, il giorno, / ma tu, tu sei la pianta» (Le mani della Madre).
L’essenziale funzione di madre, nel processo di filiazione e di umanizzazione della pulsione di vita, ha un suo ruolo esclusivo di natura protettiva e generativa; corrisponde all’amor vitae e al dono di una presenza costante, che non si dilegua mai dalla mente: «Non voglio più vedere / Fiori recisi / Nell’acqua putrida / di dorati vasi di cristallo. // Non voglio più vedere / Animali dagli occhi spaventati / In strette gabbie / Prigionieri della follia umana. // Non voglio più vedere / Piccoli bambini laceri / A cui viene negata / La meravigliosa favola dell’infanzia». È il volto della madre, che è visto da Lacan come funzione speculare del desiderio dell’alterità e di umanizzazione della vita; esso riconosce l’altro, come riflesso dell’immagine del : è “il volto del mondo che viene custodito nel volto della madre”, che guarda gli altri e il mondo circostante. Lévinas afferma che il volto dell’altro apre sempre a un altro volto, che è al di là della relazione speculare e ad un orizzonte di senso, che non si esaurisce nella diade madre-figlio. Lo sguardo amorevole della poetessa si confronta con il fantasma del suo e, nel suo volto di madre, c’è il riflesso ambivalente del mondo e delle sue umane miserie. Nel gioco della creazione, l’investimento affettivo distingue la realtà dalle situazioni immaginate; dalla realtà del mondo, il gioco della fantasia crea una fonte di piacere ineffabile, attraverso la parola poetica: «Seduta su di uno scoglio / come nuda sirena, / penso alla vita passata. // Onde spumeggianti / si infrangono / violente sul mio corpo, / sul mio viso, / sulle ignude braccia complici di una religiosa catarsi» (Onde). Una maggiore permeabilità dei processi mnestici consente di far emergere dalla coscienza il fremere impellente dei ricordi, che sfuggono alla mente cosciente, in una ridda di voci interiori, sulla scorta di una memoria, messa a nudo, da un pensiero laterale: «Ricordi / di nobile ed antica bellezza / racchiusi in un vecchio cassetto. // Ricordi / sfiorati da gesti eleganti, / baciati da labbra socchiuse. // Ricordi / caduti in voragini affettive / legate da un arcano intreccio. // Ricordi / ferite antiche mai rimarginate» (Ricordi).
Freud, in una lettera a Fliess del 7 Luglio 1898, giustifica, nella formazione fantastica, il ritorno della fantasia da una nuova esperienza a un tempo antico, in modo tale che ricordi del passato facciano da modelli a quelli più recenti.
Ne “Il poeta e la fantasia” ribadisce quanto aveva scritto precedentemente: «In base a ciò che sappiamo delle fantasie, ci dovremmo attendere che le cose stiano così: una forte impressione attuale risveglia nel poeta il ricordo di un’esperienza anteriore per lo più risalente all’infanzia, e da questo deriva ora il desiderio, che si crea il proprio appagamento nell’opera poetica; nella stessa opera poetica si rivelano elementi tanto del fatto recente che ha fornito lo spunto quanto dell’antico ricordo». L’acuta sensibilità della poetessa connota il milieu psicologico, in un contesto di stati d’animo crepuscolari: «un foglio bianco», «brandelli di ricordi / tenuti per mano / da amabili fantasmi», «un gatto bigio / […] Fedele compagno di viaggio». L’esistenza, che è una rovinosa caduta nel vuoto, trova un argine, nella poesia di Lucia Todisco, per non precipitare nell’abisso del non-senso e per elaborare il lutto della sofferenza, che avvolge il suo cuore. Nel crocevia dell’anima, tutti sono presenti nella sua mente, «muti / con le loro valigie / piene di ricordi», pronti a partire per un viaggio ignoto; la poetessa, anestetizzata dal dolore, guarda il teatro del mondo con disincanto; al narcisismo di morte, subentra il narcisismo di vita, secondo A. Green. Lo scioglimento del legame alla vita è fortemente avvertito come ricerca inesausta della felicità; il ravage, pur essendo distruttivo, è un vincolo indistruttibile, che interagisce come correlato insopprimibile dell’io, «nell’immenso circo / dell’umana esistenza», per «uomini come giocolieri / senza maschere / senza applausi»: «Vorrei essere felice / e non provare / quella sottile inquietudine distruttiva / che lacera il mio debole corpo». Il pesante fardello del dolore diventa la cifra di questo piccolo corpus di liriche: esso viene consegnato al foglio bianco, che fagocita le parole di un cuore ferito …

Carlo Di Lieto

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